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ISTANTANEE D’AUTORE – AMBROGIO SPARAGNA

Ambrogio Sparagna è un artista unico nel panorama musicale internazionale.

Tra i pochissimi italiani a vantare, tra le tante esperienze straordinarie, la realizzazione di un grande concerto a Pechino.

Lo conosco dagli anni del liceo e per un po’ siamo anche stati compagni di classe.

Ci siamo incontrati per questa chiacchierata in un convento di Roma, sorto sul luogo in cui San Filippo Neri fondò il suo oratorio, usando la musica e il canto come elementi fondamentali nel suo rapporto con i ragazzi.

  • La prima difficoltà che avrei è definire qual è il tuo lavoro.

“Sono uno studioso di storie legate alla cultura popolare italiana, con un’attenzione specifica alla musica e ai canti.

Ho avuto la fortuna di imparare molto dal maggiore etnomusicologo italiano, Diego Carpitella, ma soprattutto mi sono formato per strada.

Ho girato l’Italia ascoltando tanta musica, incontrando molte persone, condividendo con loro momenti particolari della vita, che oggi mancano ma che sono le esperienze più belle che io ho vissuto.

Notti intere ad ascoltare zampognari, poeti a braccio… in località sperdute delle montagne… momenti difficili da raccontare ma che sono impressi nel mio cuore e che mi hanno consentito di diventare un trasmettitore del repertorio italiano che è pressoché sconosciuto.

Il rapporto con la cultura popolare è sempre stato difficile, sia perché veniva e viene considerata qualcosa di secondario, priva di valore culturale perché troppo folkloristica, sia perché viene considerata qualcosa del passato, obsoleta e quindi non interessante.

Io credo che alla base di queste considerazioni ci sia una fortissima ignoranza.”

  • Ma perché un ragazzo decide di voler diventare un personaggio come te?

“Ti ricorderai che io sin dai tempi del liceo formavo gruppi di musica popolare.

Poi ho avuto un incontro, che mi ha segnato definitivamente, con un grande poeta popolare, Ignazio Buttitta.

Inoltre, in quei tempi c’era stata una riscoperta di certe tradizioni musicali, erano gli anni della Nuova Compagnia di Canto Popolare… ed io ho scoperto un mondo… ho cominciato anche a suonarla questa musica e non solo ad ascoltarla, con l’organetto, che allora tutti consideravano uno strumento destinato all’oblio ma che oggi è studiato e suonato da migliaia di giovani.

L’organetto altro non è che la fisarmonica diatonica, la prima generazione della fisarmonica.”

  • È stato difficile fare di questa passione un lavoro o hai trovato terreno fertile?

“Forse il precursore di quello che oggi nel settore esiste sono stato io, le prime scuole le ho fondate io, è come se avessi intrapreso una strada da corsaro, come mi chiamava Francesco Di Giacomo (voce solista del gruppo Banco del Mutuo Soccorso, ndr).

Tutto è stato una scoperta e uno sviluppo continui.

Il percorso lo cominciai suonando da solo e poi ho cominciato a creare organici con tanti musicisti.”

  • … e hai realizzato molte collaborazioni eccellenti, con Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Angelo Branduardi, Franco Battiato, Giovanni Lindo Ferretti, Teresa De Sio, Simone Cristicchi (tanto per fare qualche nome italiano).

Ma quale collaborazione, con tutto il rispetto per le altre, ti ha toccato particolarmente?

“Ho avuto la fortuna di lavorare con uno dei più grandi coreografi della storia della danza: Misha van Hoecke.

Con lui ho realizzato degli spettacoli straordinari e da lui ho imparato cose eccezionali.

Forse perché era talmente totalizzante come persona, veniva da un altro mondo…

Mi è rimasto il rammarico di non aver sviluppato quella intesa con tanti altri lavori.

Io ho sentito fortemente la sua perdita quando morì prematuramente, ma sento sempre la sua vicinanza.”

  • C’è un desiderio artistico rimasto ancora irrealizzato?

“La musica tradizionale italiana è un territorio vastissimo e io so che ho ancora tanto da studiare.

Ho deciso, perché ne sento proprio la necessità, di ricostruire, unendo le varie componenti, la storia della cultura popolare italiana.

Pur essendo essa in gran parte di tradizione orale, ci sono una serie di segni che rimandano ad un unico percorso storico plurisecolare.

A qualcuno potrebbe sembrare un lavoro quasi inutile ma non è così, perché l’approfondimento della storia della cultura popolare fa comprendere quanti legami ci siano tra le varie tradizioni, fa individuare le varie stratificazioni che ne compongono lo sviluppo.

E voglio stanare questi segni e utilizzarli in una nuova dimensione narrativa.

Questa è l’ambizione più forte che ho e che sto costruendo con grande tenacia.”

  • A conclusione della nostra conversazione è saltato fuori il nome di un grande personaggio che ho avuto la fortuna (ora uso io questo termine) di conoscere nella mia giovinezza, di incontrare molte volte e avere conversazioni magistrali.

Gli ho chiesto un lavoro che possiamo apprezzare nell’immediato.

“Sto preparando per il primo maggio all’Auditorium di Roma un omaggio a Nino Manfredi, prendendo spunto dal film “Per grazia ricevuta” che lui diresse.

Pochi sanno che in questo film utilizzò dei temi che sono delle trascrizioni che esistevano già nelle raccolte di Colacicchi, negli anni 30, dei canti popolari ciociari.

Manfredi è un personaggio fondamentale nella storia della cultura italiana, anche per questo rapporto con la propria realtà d’origine, sempre un po’ conflittuale, di amore-odio, come di norma.

Lui fu premiato a Cannes come regista esordiente con questo film che riuscì a sdoganare in modo eccezionale il canto popolare.

Guardando gli ambienti e dei dettagli di quella pellicola, chi proviene da un paese sa che sono stati riproposti fedelmente e in maniera affettuosa.

E nello stesso anno il film “Decameron” di Pasolini portò con irruenza il canto popolare sulla scena e da questi due capolavori si sviluppò un interesse che non fu più di nicchia, recuperandone il grande valore.

E io mi sento molto vicino a quel modo di raccontare…”

Data:

30 Marzo 2024