Traduci

JEFF BEZOS HA ACCUSATO DI ESTORSIONE UN TABLOID VICINO A TRUMP

In un lungo post sul portale “Medium”, il CEO di Amazon e proprietario del Washington Post ha fornito le prove delle minacce ricevute via email dai responsabili di American Media Inc, editori del National Enquirer, e ha accusato direttamente Donald Trump.

“No, thank you, Mr. Pecker”.

Così si intitola il post pubblicato da Jeff Bezos su Medium, in cui parla delle minacce di pubblicazione di sue foto di nudo, inviate dai responsabili del tabloid “National Enquirer”, che fa capo ad un grande amico di Donald Trump: David J. Pecker.

“Qualcosa di insolito mi è successo ieri”, afferma Bezos. “Mi è stata fatta un’offerta che non potevo rifiutare. O almeno questo è quello che pensavano le persone del National Enquirer. Sono contento che lo abbiano pensato, perché li ha incoraggiati a mettere tutto per iscritto. Invece di capitolare per estorsione e ricatto, ho deciso di pubblicare esattamente quello che mi hanno mandato, nonostante i costi personali e l’imbarazzo che minacciano”.

Crediamo sia giusto fare il punto della situazione, che è alquanto complessa.

Quando, lo scorso gennaio, il CEO di Amazon e sua moglie MacKenzie hanno annunciato il divorzio, il “National Enquirer” (che di solito si occupa di show business) si è concentrato moltissimo sulla faccenda, pubblicando un’inchiesta nella quale affermava che il motivo della separazione fosse una relazione di Bezos con la giornalista Lauren Sanchez, e inserendo anche dei messaggi privati scambiati dai due.

Fa specie il fatto che David Pecker e il suo National Enquirer, già in passato indagati a livello federale per questioni legate a Trump su cui torneremo, siano tutt’ora oggetto di un’indagine per i loro rapporti di collaborazione e lobbismo per conto del regime dell’Arabia Saudita, proprio il Paese oggetto d’indagine del Washington Post per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.

Tornando ai messaggi privati e al post di Bezos, egli racconta: “Quando alcuni miei messaggi privati sono stati pubblicati sul National Enquirer ho dato mandato a degli investigatori di scoprire come quei messaggi fossero stati ottenuti, e per quale ragione. Ho chiesto di guidare la mia indagine a Gavin de Becker. Gli ho detto di darle massima priorità e di usare tutte le risorse e il denaro necessario a scoprire la verità”.

cms_11762/2.jpg

L’attuale uomo più ricco al mondo, però, pensa di sapere almeno uno dei motivi che hanno spinto il National Enquirer a queste “inusuali azioni”: il fatto che lui sia proprietario del Washington Post.

È proprio spiegando questo che attacca il Presidente Trump: La mia proprietà del Washington Post mi complica le cose. E’ inevitabile che certe persone potenti che sono oggetto delle notizie del giornale pensino che io sono un loro nemico. E il presidente Trump è una di queste persone, come appare ovvio dai suoi tanti tweet. Inoltre, l’essenziale inchiesta del Post riguardo l’assassinio di Jamal Khashoggi è indubbiamente impopolare in certe cerchie”. Un’accusa pesantissima.

Jeff Bezos continua nel suo post, raccontando che alcuni giorni prima uno dei leader di AMI (la casa editrice del National Enquirer) lo avvertì che Pecker era “apoplettico” riguardo l’indagine sull’Arabia Saudita. Alcuni giorni dopo, continua, “Fummo raggiunti (Bezos, gli avvocati e de Becker, ndr), verbalmente, da un’offerta. Ci dissero che avevano altri miei messaggi e foto, e che le avrebbero pubblicate se non avessimo sospeso le nostre indagini”.

L’avviso, però, rimase inascoltato: “Immagino che noi non abbiamo reagito alla minaccia con sufficiente paura, così ci hanno inviato questo…”.

Continuando a leggere il post su Medium, si trova così il testo dell’email inviata il 5 febbraio dal responsabile dei contenuti di AMI, Dylan Howard, a uno degli uomini di Bezos, in cui sono precisamente descritte le foto osé di cui la testata sarebbe in possesso. La mail si chiude con una frase che ricorda i modi di fare delle associazioni a delinquere: “A nessun editore farebbe piacere inviare email come questa. Spero che prevalga il buon senso – e in fretta”.

Bezos commenta la cosa con freddezza e lucidità: “Beh, questo ha attirato la mia attenzione, ma non nel modo che loro speravano. Qualsiasi imbarazzo personale possano causarmi viene dopo, perché è in ballo qualcosa di più importante. Se io, nella mia posizione, non mi oppongo a questo genere di estorsioni, chi potrebbe mai farlo? (Riguardo questo, molte persone hanno contattato il nostro team investigativo parlandoci di simili esperienze con AMI, e di come hanno dovuto capitolare perché, ad esempio, erano in gioco i loro mezzi di sostentamento)”.

cms_11762/3.jpg

A questo punto, per concludere il suo post, il magnate di Albuquerque introduce la pubblicazione di una seconda email, giuntagli il 6 febbraio, in cui sono descritti precisamente i termini del ricatto.

“Nelle lettere di AMI che sto rendendo pubbliche, vedrete i precisi dettagli della loro proposta estorsiva: pubblicheranno le foto personali, a meno che Gavin de Becker e io facciamo specificatamente una falsa dichiarazione pubblica alla stampa, in cui affermiamo che ‘non abbiamo conoscenze o basi per pensare che le notizie pubblicate da AMI fossero politicamente motivate o influenzate da forze politiche’. E c’è anche un altro ricatto: terranno le foto e le pubblicheranno in futuro se mai dovessimo smentire quella menzogna”.

Bezos evita commenti personali: “Nulla di quanto potrei scrivere qui potrebbe spiegare la storia del National Enquirer così bene come lo fanno le loro stesse parole presenti qui sotto”. E conclude: “Queste comunicazioni cementano l’ormai lunga reputazione di AMI, che usa i privilegi giornalistici come armi, nascondendosi dietro importanti protezioni, e ignorando i dogmi e gli scopi del vero giornalismo. Non parteciperò alla loro ben nota pratica di ricatti, favori politici, attacchi politici, e corruzione”. Segue quindi il testo integrale della seconda email.

I documenti forniti da Bezos sembrano non lasciare spazio a interpretazioni, e per David J. Pecker si annunciano guai molto seri.
Ma chi è Mr. Pecker? E quale sarebbe il suo legame con Donald Trump? Ebbene, il loro non è un semplice legame di amicizia.

È infatti accertato che, durante la campagna elettorale del 2016, Pecker aiutò Trump, usando il National Enquirer per comprare i diritti della storia di Karen McDougal, modella di Playboy che sostiene di aver avuto una relazione col Presidente USA, in modo da impedirne la pubblicazione.

Questa azione è coerente con un modello di business proprio dell’Enquirer, chiamato “catch and kill”: acquisire i diritti di una storia per sotterrarla, o per ottenere favori. Addirittura, secondo la Associated Press, il National Enquirer aveva una cassaforte dove custodiva, e nascondeva, materiale che avrebbe potuto rovinare l’immagine di Donald Trump.

È infine da ricordare (cosa che Jeff Bezos ha fatto nel secondo paragrafo del proprio post), e qui torniamo a quanto anticipato a inizio articolo, che Pecker è stato coinvolto in un’indagine federale sulle spese del comitato elettorale di Trump, in quanto due donne che avrebbero avuto relazioni col tycoon furono pagate per cedere i diritti delle loro storie al National Enquirer con i soldi del comitato elettorale di Trump, e questo è un reato. Riguardo questo caso, David Pecker aveva recentemente ottenuto l’immunità per aver collaborato con gli investigatori. L’accordo per l’immunità però ne prevedeva l’invalidamento nel caso in cui il giornale e il suo editore avessero commesso altri reati. Quindi, se il tentativo di estorsione verso Bezos dovesse essere accertato, Pecker potrebbe doversi difendere anche da quest’altra accusa.

(Qui il post di Jeff Bezos: https://medium.com/@jeffreypbezos/no-thank-you-mr-pecker-146e3922310f)

Autore:

Data:

9 Febbraio 2019