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KID INFLUENCER, UN AFFARE DI FAMIGLIA

cms_31533/1.jpgIl fenomeno è ormai noto, in particolare negli Usa, come Kid Influencer, ovvero un minore che crea contenuti spesso sponsorizzati sui social media. Potrebbe non essere ormai una vera e propria novità vedere bambini protagonisti del mondo del marketing e della pubblicità, ma sono stati da qualche anno i social a incrementare il fenomeno legato ai piccoli influencer e nel contempo ad alimentare la discussione sull’opportunità o meno della loro esponenziale visibilità. I kid influencer negli ultimissimi anni sono apparsi sempre più come gli attori protagonisti di prodotti da lanciare nell’infinito e redditizio mercato delle piattaforme social. I piccoli influencer condividono di tutto, dagli hobby a partnership a pagamento, spesso legando il loro successo al legame genitoriale con celebrità già note nel mondo dello spettacolo, veicolo che li permette di sviluppare collaborazioni redditizie con i marchi per massimizzare l’impegno e il potere di vendita. Ciò che preoccupa analisti e studiosi sono le questioni relative alla privacy, allo sfruttamento e al marketing di genere. Dietro il fenomeno e al ricco indotto che si viene a creare grazie alla figura del minore testimonial/influencer, c’è infatti, come è facile immaginare, la “mamma influencer” che, come del resto ha illustrato bene uno studio promosso dall’Università del Michigan, è diventata una vera e propria lavoratrice a contratto grazie a compiacenti agenzie di comunicazione che si basano nella scelta in base al numero di follower: chi ne ha meno di 50.000 di solito ottiene prodotti gratuiti o sconti, se si supera la soglia minima ecco arrivare collaborazioni a pagamento, per poi alzare la parcella in modo direttamente proporzionale ai follower accumulati.

cms_31533/2_1692600639.jpgLe agenzie svolgono dunque il ruolo di mediatori tra influencer e brand, e in particolar modo sono stati anche creati programmi ad hoc – come Kidfluencer di Batterypop – per fornire le linee guida nella vita degli influencer per bambini. La domanda di agenti specializzati per i kid influencer con il tempo e visti i margini di crescita, è cresciuta esponenzialmente, soprattutto perché molte aziende hanno deciso di lavorare solo con minori visti i redditizi risultati che si ottengono. Come spesso accade con ciò che nasce e cresce con il web, il fenomeno prende piede velocemente non lasciando il tempo necessario alla legge di fornire un quadro normativo ad hoc dedicato ai kid influencer per limitarne lo sfruttamento sui social. Al momento in Europa si è mosso solo il governo francese cercando di regolamentare il lavoro dei minori sui social. Secondo la legge transalpina, i minori di 16 anni possono lavorare solo con un orario limitato, e i loro guadagni devono essere custoditi in un conto separato a cui potranno accedere dopo che avranno compiuto 16 anni. Non solo. Il parlamento francese ha anche approvato un disegno di legge per garantire ai minori il diritto alla loro immagine, una norma che ha la finalità di sensibilizzare e togliere ai genitori il diritto all’immagine dei propri figli. Parimenti anche oltreoceano si sono mossi per tutelare i minori dallo sfruttamento genitoriale sui social: a partire dal 1° luglio 2024, i genitori dell’Illinois dovranno mettere da parte il 50% dei guadagni per un contenuto in un fondo fiduciario bloccato per il bambino, in base alla percentuale di tempo in cui sono presenti nel video.

cms_31533/3.jpgSolo per avere un’idea del fenomeno legato alla commercializzazione dei minori sul web, si stima che un bambino appaia in media in 1.300 fotografie pubblicate online prima dei 13 anni, sui propri account, su quelli dei genitori o dei familiari (fonte: Children’s Commissioner for England, 2018); secondo poi l’Observatoire de la Parentalité & de l’Éducation numérique nelle società occidentali oltre il 40% dei genitori pubblica foto o video dei propri figli, tutto senza il consenso dei minori con il rischio accertato che gli stessi possano compromettere la loro crescita, lo sviluppo della loro identità e la percezione di sé. Genitori spesso e volentieri incoscienti e privi di scrupolo, nelle vesti di vlogger di YouTube o influencer sui social media, pubblicano ogni mese o settimana video in cui condividono dettagli intimi della loro vita e di quella dei loro figli, video che spaziano dai problemi finanziari familiari alla nascita di un nuovo bambino sino all’apertura di nuovi giocattoli o al telefono o alla pagella del piccolo. Malgrado i bambini siano gli attori protagonisti di questi video, i genitori non hanno alcun obbligo legale di dare loro una parte dei guadagni, in quanto gli account di influencer per bambini (possono guadagnare $ 20.000 o più per i post sponsorizzati), sono in genere gestiti dai genitori. I social media sono per i genitori di questi inconsapevoli bambini un trampolino di lancio per monetizzare i loro figli che appaiono nei video, dimenticando colpevolmente che le foto o i video sui social sono spesso indelebili tracce digitali su cui i bambini non hanno controllo, e che tendono a sedimentarsi in rete diventando parte dell’identità digitale dei ragazzi.

Data:

21 Agosto 2023