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KOSOVO-SERBIA, CONFLITTO ARMATO PRONTO A ESPLODERE ALLE PORTE DELL’EUROPA

Il presidente della Serbia, in qualità di comandante capo, ha ordinato che le forze armate siano al massimo livello di prontezza al combattimento, cioè pronte sino al livello di dover impiegare il potenziale in loro dotazione”. Queste parole, pronunciate dal ministro della Difesa serbo Milos Vucevic, sono l’ultima testimonianza di un conflitto sempre più aspro tra Belgrado e Pristina. Uno scenario che si sta delineando chiaramente, e che ancora una volta rischia di minare gli equilibri della vicina Europa (cui entrambi gli stati, tra l’altro, hanno inoltrato domanda di adesione). Il massiccio dispiegamento di forze militari rievoca fantasmi di un passato neanche troppo remoto: meno di un anno fa cominciava la guerra di Putin contro Kiev, il primo vero conflitto armato dopo la Seconda guerra mondiale capace di far crollare l’illusione tutta occidentale di un mondo governato in nome della razionalità e della diplomazia. Mentre ancora si lanciano appelli affinché si ponga fine alla violenza in Ucraina, alle porte dell’Europa si accende un nuovo focolaio, quasi certamente destinato a far parlare di sé nei primi notiziari del 2023.

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Vucevic giustifica la decisione del governo menzionando la necessità di tutelare “l’integrità territoriale e la sovranità della Serbia e, proteggendo tutti i cittadini, prevenire qualsiasi forma terrorismo e terrore contro i serbi ovunque vivano”. Sul confine con il Kosovo le unità militari sono passate da 1.500 a ben 5.000, poste immediatamente “sotto il comando del Capo di Stato maggiore”.

Oggetto del contendere è il riconoscimento, da parte della Serbia, dell’indipendenza della sua ex provincia meridionale, la cui scissione fu sancita unilateralmente dal Kosovo nel lontano 2008. Una diatriba che, quindi, affonda le proprie radici nel passato, e che vede combattere in prima linea contro il governo di Pristina proprio i 120mila serbi del Kosovo (di cui un’importante fetta è di origine albanese), che a centinaia scendono in piazza a Mitrovica e in altri centri del nord per erigere barricate e organizzare posti di blocco. Queste iniziative hanno contribuito a rendere il clima ancora più teso, dopo la “guerra delle targhe” che, esplosa lo scorso novembre, aveva già infiammato gli animi: la decisione di Pristina, in seguito revocata, di bandire le targhe rilasciate da Belgrado utilizzate dai serbi in Kosovo aveva provocato pesanti proteste nella popolazione, tanto che agenti di polizia serbi integrati nella polizia del Kosovo, così come giudici, pubblici ministeri e altri funzionari pubblici avevano abbandonato in massa i loro incarichi.

Anche questa volta, a nulla sono valsi gli avvertimenti e gli inviti al dialogo pacifico per scongiurare l’escalation avanzati dalla Kfor, la forza militare della Nato, e dalla Eulex, la missione civile della Ue presente in Kosovo. La minoranza serba, forte dell’appoggio di Belgrado, mostra insofferenza per la presenza di forze di polizia kosovare sul proprio territorio e non riconosce le istituzioni di Pristina. Dallo scorso 10 dicembre, per protesta dopo l’arresto di un ex poliziotto serbo, si continuano a piazzare camion pesanti e barriere di ogni genere per controllare le strade, finendo per paralizzare il traffico verso i valichi di frontiera con la Serbia.

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Dal canto suo, Pristina non rinuncia ad affermare la propria sovranità nazionale sull’intero territorio e accusa Belgrado, lanciando pesanti allusioni: “Credo che il timore dei nostri partner ed amici occidentali risieda nei legami tra Belgrado e Mosca. Non sappiamo in che modo questi possano diventare operativi nel caso di un aumento delle tensioni verso una escalation nella parte settentrionale del Paese” sostiene il premier kosovaro Albin Kurti. L’ipotesi alla base di queste affermazioni è che a muovere le fila delle proteste sia in realtà il governo russo, potenzialmente interessato ad aprire un nuovo fronte di battaglia a seguito degli scarsi risultati raggiunti in Ucraina. Lo stesso Kurti ha chiesto alla Kfor di rimuovere i blocchi stradali, esprimendosi in questi termini: “Il Kosovo non può avviare un dialogo con le bande criminali e la libertà di movimento dovrebbe essere ripristinata. Non dovrebbero esserci barricate su nessuna strada”.

Non si è fatta attendere la risposta del ministro degli Esteri serbo, Ivica Dacic: “Noi siamo per la pace e il dialogo, ma se si arrivasse ad attacchi fisici e all’uccisione di serbi, e se la Kfor non dovesse intervenire, la Serbia sarà costretta a farlo”. Da tempo Vucic denuncia presunte aggressioni nei confronti dei serbi, puntando il dito contro l’Occidente e le autorità albanesi del Kosovo, che starebbero complottando per “innescare disordini e uccidere i serbi”, con l’obiettivo di “espellere la Serbia dal Kosovo”.

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Il presidente serbo ha assicurato il proprio impegno nei negoziati con i mediatori della Ue e degli Usa “per preservare la pace e trovare una soluzione di compromesso”; tuttavia, ciò non è bastato a rassicurare la comunità internazionale. D’altronde, la stessa prima ministra serba Ana Brnabic ha osservato che il conflitto è “sull’orlo di un conflitto armato” e anche l’ambasciatore russo a Belgrado, Alexander Botsan-Jarchenko, ha commentato asserendo che “Serbia e Kosovo stanno avanzando verso uno scenario molto pericoloso”.

Data:

28 Dicembre 2022