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La censura dei social come risposta all’avanzare della Jihad

Sbollito il trauma degli attacchi terroristici al giornale satirico Charlie Hebdo, ora la Francia chiede maggior controllo sui social. Secondo il segretario di Stato francese per gli Affari, Harlem Desir, intervenuto a una conferenza alle Nazioni Unite, tutti i membri dell’Onu devono essere pronti ad affrontare la delicata questione dell’utilizzo dei social network finalizzati a propagare odio. In questa direzione dev’essere, sempre secondo il politico francese, elaborato al più presto possibile un preciso quadro normativo a caratura internazionale.

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Fuori poi dalle dichiarazioni ufficiali, il ministro francese ha rincarato la dose contro i social anche nel corso di alcune interviste con alcuni giornalisti: «Le reti sociali come Twitter e Facebook devono essere ritenute corresponsabili dei contenuti che pubblicano: solo così si potrà ottenere che non vengano usate per incitare alla violenza». Le tesi protezionistiche francesi, hanno avuto poi il sostegno sia della Germania, sia degli Stati Uniti, questi ultimi però hanno sottolineato l’importanza comunque della difesa della libertà di espressione, una considerazione dovuta al fatto che molti siti e molti social hanno sede proprio negli Stati Uniti. Riepilogando, per il segretario di Stato francese per gli Affari, i social network devono rispondere dei contenuti pubblicati dagli utenti. Facebook, Twitter e gli altri devono cioè essere ritenuti responsabili dei contenuti che gli utenti pubblicano all’interno di questi. Questa assunzione di responsabilità deve essere sostenuta da un forte controllo di quelli che sono i contenuti “postati” nelle reti sociali, l’unica soluzione per evitare che questi vengano utilizzati per incitare alla violenza. Le parole del ministro francese probabilmente ancora dettate dall’emozione e dalla rabbia per ciò che è accaduto a Parigi, sono dichiarazioni che riaprono l’interminabile dibattito sulla necessità o meno della regolamentazione dei contenuti trasmessi in Rete.

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Certo è che non si può far finta di nulla dopo i gravi fatti legati alla recrudescenza delle organizzazioni terroristiche (vedi l’Isis) che usano la Rete per propagandare il loro fanatismo e il loro proselitismo. Azioni di contrasto verso la jihad sono già in atto: servizi segreti statunitensi e britannici hanno chiuso ultimamente 400 account favorevoli allo Stato Islamico. Ma queste azioni di contrasto lasciano il tempo che trovano perché subito dopo altrettanti estremisti sono nuovamente online, aumentando il dubbio che queste forme di censura siano realmente efficaci. La palla dunque ora passa ai proprietari dei social, i quali da parte loro si difendono avanzando la tesi che il loro è solo un canale all’interno del quale circolano le informazioni senza nessuna responsabilità editoriale dei contenuti.

cms_1833/operatori.jpgInoltre sarebbe un’impresa titanica, tecnicamente ed economicamente, quella di controllare e censurare voci criminali o istigatrici alla violenza. Non si può però dimenticare, e forse gli stessi responsabili delle piattaforme di condivisione lo fanno, che ormai i social sono diventate delle fonti di informazione alla stessa stregua, se non di più, dei media tradizionali. Come ha giustamente sottolineato un esperto di intelligence, Internet non può essere un territorio lasciato al caos, ma nello stesso tempo non si può dimenticare che i social hanno avuto un ruolo determinante nel convogliare masse di giovani a combattere contro le dittature. Se lo spettro dell’estremismo islamico si aggira indisturbato per l’Europa, la pressione per una maggiore sicurezza da parte degli Stati, preoccupati di come la jihad possa usare le piattaforme americane per portare la guerra sul Vecchio Continente, porterà i grandi network ad ammorbidire o attenuare in qualche modo la pretesa di libertà e neutralità dei propri contenuti.

Data:

11 Febbraio 2015