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LA CINA FRA DOGMATISMO E REALISMO – II^Parte

Sul versante economico, è apparso un raggio di luce quando è venuta a cadere la preclusione dell’accesso al welfare per i lavoratori emigrati in città dalle campagne, in quanto avrebbero potuto finalmente ottenere un certificato di residenza urbano, per poter fruire di servizi sociali, scuola e sistema sanitario, in quanto il governo ha mirato a favorire un’ulteriore urbanizzazione del Paese, per stimolare la crescita economica dopo la pandemia e per fronteggiare il calo demografico.

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Agli inizi del 2023 l’economia cinese ha dato segni di ripresa, dopo che il governo ha abbandonato le rigide misure di chiusura per combattere il Covid-19.

Avevano avuto dei problemi le aziende manifatturiere tradizionali, per decenni già volano dell’economia cinese, mentre vi era stato un massiccio spostamento della produzione in altre nazioni, aggravato dagli effetti dell’emergenza pandemica.

Un altro fronte di criticità fu quello delle migliaia di pensionati che avevano protestato per i tagli ai sussidi sanitari, seguito da scontri con la polizia.

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I giovani della generazione del “figlio unico” dal canto loro, non avevano redditi sufficienti per potere aiutare nel futuro i genitori anziani, né per affrontare gli esorbitanti costi delle case. A ciò doveva aggiungersi che quasi il 17% dei cinesi tra 16 e 24 anni, risultava disoccupato. I giovani cinesi non volevano più lavorare in fabbrica, preferendo dei piccoli lavori all’impiego ripetitivo e mal retribuito dell’industria manifatturiera.

Nelle aule scolastiche, Xi Jinping proibì il pensiero ‘occidentale’, latore di principi come “governo costituzionale, separazione dei poteri ed indipendenza dell’ordinamento giudiziario”.

Le autorità comuniste esortarono pertanto gli studenti a denunciare i docenti che elogiavano il sistema di governo dei Paesi occidentali, mentre i giovani andavano educati “per il Partito ed il Paese”, nell’osservanza dello “Stato di diritto socialista”.

In Cina la maggioranza della popolazione ha accettato finora il controllo totale dello Stato da parte del Partito, in cambio di miglioramenti della propria condizione economica. Liberismo economico sì, ma non liberalismo politico, per cui “liberali” sono una netta minoranza, per giunta perseguitata dal governo. Accademici riformatori come He Weifang, Xu Zhiyong e Xu Zhangrun,sono finiti in carcere o hanno perso il lavoro perché hanno chiesto la creazione di uno Stato di diritto (nella sua versione autentica, quella liberaldemocratica), dove libertà di stampa, indipendenza della magistratura, diritti umani e tutele sindacali siano rispettati.

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Nella Costituzione cinese si fa formalmente riferimento al rispetto delle libertà personali, anche di quella religiosa, ma il tutto è subordinato ai supremi interessi del Partito. Xi in un suo recente intervento alla scuola del Partito, ha dichiarato –ad omnem dubium tollendum – che la Cina offre un nuovo percorso per il progresso umano e che la “modernizzazione” non è sinonimo di “occidentalizzazione”.

La situazione socio economica all’inizio del 2023 ha registrato la perdita di 8,4 milioni di posti di lavoro nelle città, per l’invecchiamento della popolazione ed il rallentamento nella crescita di lavoratori migranti dalle campagne alle aree urbane. A fronte di ciò, Pechino ha giustificato l’aumento dell’esborso militare, con la necessità di rispondere ai tentativi esterni (leggi gli USA) di “soffocare e contenere” la Cina, nonché alle minacce crescenti contro la sicurezza nazionale, soprattutto riguardo a Taiwan, che il governo comunista considera una “provincia ribelle”, ancor più dopo il recentissimo esito delle elezioni politiche svoltesi in quel Paese.

Con il riconoscimento di un terzo mandato al potere a Xi, il Partito si è ulteriormente impegnato a limitare il dissenso ed a depotenziare gli oligarchi, che con la loro forza economica potrebbero minacciare il ruolo preminente del Segretario generale.

Nel ormai lontano 2013 Xi aveva lanciato il progetto delle “nuove Vie della seta”, per fare della Cina il fulcro del commercio mondiale, rafforzando così il suo status geopolitico nei confronti degli Usa. La Belt and Road si fonda sulla costruzione di infrastrutture che colleghino la Cina con il resto del mondo.

Ma dal periodo pre – pandemia al 2022, il flusso dei fondi cinesi è calato in modo drastico, passando dai 46,2 miliardi di dollari del 2019, a 28,7 miliardi. Né va tralasciato che i termini che la Cina ha offerto per i suoi prestiti ed investimenti, sono stati spesso controversi, dal momento che ha applicato tassi d’interesse più alti di quelli correnti ed ha imposto l’uso di personale e materiali propri.

Nella panoramica qui esposta per sommi capi, non può tralasciarsi il tema dello spionaggio: l’Assembla nazionale del Popolo ha ampliato il campo di applicazione della correlata normativa, conferendo maggiori poteri alla polizia anche nelle ispezioni su smartphone e computer.

Secondo alcuni giuristi, questa modifica alla legge potrebbe aumentare i rischi per le imprese e gli individui stranieri presenti in Cina. Anche le normali attività commerciali, tra cui la raccolta di informazioni sul mercato locale sui concorrenti e sui partner, potrebbero infatti diventare oggetto di indagini.

Secondo il Wall Street Journal, la legge in parola sarà utile come nuovo strumento per contrastare gli Stati Uniti ed i loro alleati, ma rischia di vanificare gli sforzi per rilanciare l’economia ed attrarre gli investimenti stranieri. Infatti, chiunque dovesse essere accusato di spionaggio in Cina, rischierebbe pene severe, fino a quella di morte. Pertanto, in seguito all’incremento delle accuse di spionaggio, varie imprese giapponesi hanno consigliato ai propri dipendenti di non recarvisi.

Nella scorsa estate, Pechino ha approntato una nuova forza specializzata nel controllo delle attività nelle campagne, dotata di una strumentazione composta da occhiali per visione notturna, disturbatori di segnale, giubbotti anti-pugnale e manganelli stordenti, in dotazione alle squadre del nuovo reparto dipendente dal Ministero dell’Agricoltura, i cui agenti usano la forza e si intromettono direttamente nelle scelte dei coltivatori.

Misure che, spiegano alcuni osservatori particolarmente attenti, mostrano in realtà tutta l’ansia della Cina in materia di sicurezza alimentare, anche in considerazione della guerra in Ucraina e della crisi del grano.

Un altro rilevante problema è quello accennato del calo delle nascite, con particolare riferimento alle grandi città della Cina, come Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, dove –tra l’altro- il costo della vita è superiore a quello delle città di minori dimensioni, nelle quali gli abitanti continuano a crescere, seppure a ritmi assai bassi.

Pechino ha pertanto posto fine alle politiche di pianificazione familiare ed- al pari di altri grandi centri urbani- ha invertito la rotta incoraggiando le gravidanze, ma ciò malgrado il tasso di natalità ed il numero di matrimoni restano ancora bassi.

A causa della pressione legata alla diminuzione della popolazione, i governi locali stanno compiendo sforzi per attirare dei giovani laureati, con sussidi per l’alloggio ed incentivi all’occupazione alle aziende e singoli cittadini. Molte città hanno abbassato la soglia di registrazione per le famiglie e semplificato il processo per consentire ai giovani di stabilirsi più facilmente.

Inoltre, le Amministrazioni stanno incoraggiando i giovani ad acquistare la proprietà delle case, cercando – in questo modo – di rivitalizzare il settore del mercato immobiliare, che segna anch’esso il passo.

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Il SummitCina – Asia centrale” che si è tenuto a Xi’an il 19-20 maggio 2023, in contemporanea con il G-7 di Hiroshima, è sembrato non tanto un contraltare rispetto ai Grandi dei Paesi occidentali riuniti in Estremo Oriente, ma un avvertimento: la Cina di Xi Jinping ha esaltato la “forza tranquilla”- peraltro di enormi dimensioni- che non vuole fare la guerra, ma senza la quale non si può fare la pace.

Tra i grandi Summit delle potenze mondiali di oggi, l’unica esclusa è stata proprio la Russia di Putin, per cui la Cina è riuscita, di fatto, a sancirne l’esclusione dalle rotte politiche e commerciali, dimostrando che il suo crescente influsso in Asia centrale, la svincola dai limiti geografici dell’Oriente, portandola sempre più al centro del mondo.

A Xi’an non si è parlato di guerre o di alleanze, rimaste sullo sfondo, ma si è discusso di infrastrutture e di scambi commerciali. La Cina ha promesso quasi quattro miliardi di dollari di nuovi investimenti, che si aggiungono ai tanti già versati, comprandosi di fatto tutta l’area asiatica dal passato sovietico. In tale contesto va inquadrato l’affitto della Siberia alla Cina per un periodo di 100 anni, che costituisce l’ esito di un’epoca in cui la Russia ha progressivamente ceduto il controllo economico dell’Asia centrale, alla potente vicina.

La guerra russa in Ucraina si è quindi trasformata in una straordinaria opportunità per l’ex Celeste Impero ed i suoi alleati, distraendo Mosca dai suoi antichi domini asiatici e offrendo alla Cina spazi e possibilità mai viste prima.

Xi ha affermato che “non vuole assistere a conflitti o scontri tra Cina e Stati Uniti, e si aspetta che i due Paesi coesistano in pace e abbiano relazioni amichevoli e cooperative. Nessuna delle due parti dovrebbe cercare di plasmare l’altra parte con la propria volontà, e ancor meno privare l’altra parte del suo legittimo diritto allo sviluppo”.

Nel frattempo, il kazaco Tokaev spalanca le porte alle aziende cinesi, ai cui rappresentanti non servirà più neppure il visto d’ingresso, e ringraziando Pechino “per il sostegno alla sovranità dei Paesi dell’Asia centrale”. Uzbekistan e Kirghizistan hanno sottoscritto un accordo con Pechino per completare la linea ferroviaria che collegherà l’Oriente all’Occidente, senza più passare attraverso la Russia. La “Via della seta” è anch’essa superata e reintegrata in una nuova e grande via dell’Asia centrale, il cuore pulsante del mondo futuro.

Con la crisi dell’occupazione negli ultimi anni, in Cina un numero crescente di donne è entrato a far parte della “gig economy”, caratterizzata da lavori a chiamata, spesso senza tutele, in contrasto con posizioni di lavoro stabili ed a tempo indeterminato. La retribuzione di partenza spesso è inferiore a quella maschile, nonostante l’intervento di vari sindacati locali.

Nonostante ciò, autiste, fattorine e rider cinesi, che pure costituiscono circa il 20% della forza lavoro di questo settore, subiscono molte più discriminazioni rispetto agli uomini, in parte per ragioni culturali ed in parte a causa degli algoritmi della piattaforma che gestiscono queste attività.

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Anche in Cina la citata gig economy. ha creato milioni di posti di lavoro: era un trend in crescita già dal 2017, ma le condizioni di vita legate alla pandemia ed i licenziamenti che ne sono seguiti, hanno spinto centinaia di persone ad abbandonare l’industria manifatturiera ed il settore dei servizi, per lavorare alle dipendenze delle piattaforme di consegne di cibo a casa, che nel 2021 hanno segnato in Cina un totale di 84 milioni di impiegati.

Le percentuali di donne occupate nella gig economy sono cresciute parecchio tra il 2020 e il 2021: solo a Pechino le quote rosa delle consegne erano il 9% nel 2020 e sono passate al 16% l’anno successivo. Tuttavia, il fatto che le donne siano impiegate in attività considerate “non tradizionali”, le espone a stigmatizzazioni e commenti discriminatori dagli utilizzatori delle piattaforme.

Le guidatrici hanno riferito in uno studio di aver spesso ricevuto valutazioni basse, recensioni negative ed in alcuni casi l’annullamento della corsa, a causa dello stereotipo secondo cui le donne non saprebbero guidare. Similari giudizi, non solo sono offensivi, ma hanno anche ricadute sulla retribuzione.

Inoltre, dovendosi occupare anche della cura familiare, le donne hanno evidenziato di non riuscire a lavorare lo stesso numero di ore degli uomini. A fine giornata, meno consegne equivalgono a una paga minore, ma spesso è anche la retribuzione di partenza ad essere diseguale.

Nonostante le varie regolamentazioni messe in atto, non si sono verificati miglioramenti significativi. Diversi sindacati locali hanno messo in piedi una serie di attività per sostenere le lavoratrici (offrendo prodotti, stazioni di risposo, servizi sanitari e di consulenza), ma non sono ancora stati avviati dei negoziati con le piattaforme, per rivedere il sistema degli algoritmi ed inserire maggiori tutele per la percentuale femminile.

La provincia dello Henan nella primavera del 2023 ha reso nota un’iniziativa a breve termine, per combattere la disoccupazione giovanile nel suo territorio. Il piano mira a semplificare l’ingresso dei giovani laureati nel mondo del lavoro, soprattutto di quelli con disabilità, provenienti da famiglie a basso reddito, o disoccupati da lungo tempo.

Per l’attuazione del piano in parola, sarà fondamentale il ruolo delle Università, che avranno il compito di identificare i propri laureati e non solo di promuovere future opportunità (dalla possibilità di seguire un secondo corso di studi, all’ ingresso nel mondo del lavoro tramite occasioni nel settore pubblico, nelle imprese statali o nelle aree rurali), ma anche di fornire loro la formazione individuale necessaria per essere assunti, la quale potrebbe anche differire dal percorso di studi intrapreso fino a quel punto dagli studenti.

Nel 2023 anno i giovani cinesi hanno manifestato il loro stato di insoddisfazione e di disillusione verso il futuro professionale, mentre gli ultimi dati sulla loro disoccupazione nell’aprile dello scorso anno hanno registrato il 20.4%.

Il numero di laureati in Cina è cresciuto più velocemente della domanda di lavoro, e molti settori popolari tra i giovani istruiti – educazione, intrattenimento, tecnologie dell’informazione- sono tra quelli che attualmente crescono più lentamente. Le politiche anti covid ed i lockdown prolungati, poi, hanno messo in difficoltà piccole e medie imprese specialmente nel settore dei servizi, influenzando il tasso di occupazione, in particolare nelle zone urbane. Pertanto, nel 2022 il 10% delle piccole e medie imprese cinesi ha chiuso definitivamente.

Alle difficoltà causate dalla pandemia, sono andate ad aggiungersi quelle di politiche statali che hanno ulteriormente indebolito sia il settore privato, sia il mercato del lavoro nazionale. Nel 2021 il governo cinese ha posto in atto una massiccia campagna di repressione, volta a limitare l’espansione delle maggiori aziende tecnologiche, facendo perdere alle compagnie miliardi di dollari, e rallentando uno dei settori di maggiore attrattiva tra le nuove generazioni.

Strategie come quella proposta dalla citata municipalità di Henan, hanno cercato di facilitare l’accesso ad opportunità nel settore pubblico o nelle imprese; ma è il settore privato il più significativo per l’impiego, costituendo il 60% del PIL, il 70% dell’innovazione tecnologica e l’80% dell’occupazione urbana. Tuttavia, sono proprio le difficoltà del settore privato, florido nelle grandi città, ad aver inciso significativamente sulla disoccupazione giovanile.

Nelle città, come nelle zone rurali, sono state istituite delle Forze dell’Ordine specializzate nel controllo delle attività culturali, per reprimere “comportamenti” che non si allineino “alla morale”, o programmi e spettacoli di cinema, televisione, arte che siano contrari alla morale. Il loro scopo è quello di “allineare” le agenzie ed i media cinesi alla politica governativa e al “pensiero di Xi Jinping”, sempre più il leader supremo del Paese.

La nuova formazione è responsabile della repressione di comportamenti giudicati “incivili” nei più svariati campi: turismo, editoria, cultura, programmi televisivi e film. L’ossessione per il controllo dell’elemento culturale diventa sempre più marcata per Pechino, come emerge pure dall’uso di citazioni di Xi Jinping negli esami di ammissione alle università.

Nel 2023 è stato rilevante l’esodo dei magnati dell’industria cinesi, a causa del significativo rallentamento della crescita economica e delle incertezze nella sfera politica, il che ha significato in ultima analisi la fuga dei più ricchi.

Analisti e studiosi affermano che la salute e la sicurezza, le performance sul piano economico, le tasse ed il sistema sanitario, sono fra le ragioni principali che spingono all’esodo.

Nel periodo 2022-2023 le autorità cinesi hanno intensificato il controllo su internet, sulla finanza e sulle industrie high-tech. Pertanto, un numero sempre maggiore di aziende cinesi operanti nel settore dell’alta tecnologia, trovandosi ad affrontare controlli più severi in materia di sicurezza dei dati, privacy degli utenti e sicurezza interna, si è spostato nei Paesi europei, in India e negli Stati Uniti.

Il governo cinese ha rilanciato la sfida per sostenere la natalità e contrastare il crollo demografico, con le sue inevitabili ripercussioni sulla sfera economica e lo sviluppo, che sembrano segnare sempre più il passo nell’ultimo periodo. Da lì la recente decisione da parte della municipalità di Pechino, di inserire all’interno del sistema sanitario della capitale almeno 16 tecniche diverse di fecondazione assistita alle coppie, è stata ultima (e in una certa misura disperata) mossa delle autorità per stimolare le nascite.

Tale misura giunge in una fase in cui la Cina cerca di contrastare il crollo della natalità, con il primo calo demografico in 60 anni, frutto- come è noto- di decenni di politica del figlio unico. Nel 2022 il numero di neonati è sceso al minimo storico di 6,77 per mille abitanti, con un ulteriore calo nel 2023.

Da tempo demografi ed economisti avevano spinto il governo cinese a togliere ogni limite alla nascita dei figli, ribaltando in tal modo l’improvvida legge sul figlio unico varata negli anni 80.

Bisognò attendere fino al 2016 perché lo Stato si risolvesse a lanciare la politica dei “due figli”, che peraltro non ha dato grandi risultati, in quanto molte coppie non vogliono avere figli per nulla, o ne vogliono solo uno, perché l’alternativa risulta troppo dispendiosa.

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Nel 2020 alcuni membri dell’Accademia delle scienze sociali, per facilitare nuove nascite, lanciarono un appello allo Stato per la promozione delle gravidanze, la fecondazione artificiale e l’aiuto parentale, soprattutto nelle aree dove la popolazione era più anziana.

Il 27% del territorio è oggi arido a causa del peggioramento della qualità del suolo, con rischi pesanti sulla sicurezza alimentare, ma sono anche in aumento anche le tempeste di sabbia, per cui ad un recente forum tenutosi nella Mongolia Interna, il presidente ha rilanciato l’impegno per la Grande Muraglia verde con l’obiettivo di portare la superficie forestale al 30%.

Il futuro della Cina non si gioca infatti solo sulla politica industriale o dei microchip, ma anche sulla lotta alla desertificazione. Ad assicurare che Pechino intende accelerare gli sforzi in questo senso, è stato personalmente il presidente Xi Jinping durante il simposio tenutosi a giugno 2023 nella città di Bayannur, nella Mongolia Interna. Nel suo intervento il Presidente ha rivendicato i passi avanti compiuti dalla Cina negli ultimi quattro decenni; tuttavia, ha anche sottolineato come il fenomeno rimanga una delle maggiori sfide sia per il Paese, sia a livello globale.

Le conseguenze della desertificazione si estendono al di là delle regioni principalmente interessate, poiché le coltivazioni di frumento ivi presenti, risultano itali per l’intero Paese. Secondo i dati condivisi dalla FAO, la Cina produce annualmente circa 130 milioni di tonnellate di frumento, il cui consumo costituisce il 40% di quello complessivo di cereali.

Un altro settore fondamentale per la Cina è quello in rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. Pechino ne magnifica l’espansione, che tuttavia finisce per utilizzare nel rafforzare i controlli sulle attività dei cittadini cinesi, reprimendo libertà e diritti. Le reti di videocamere con tecnologia di riconoscimento facciale possono tracciare più facilmente i movimenti delle persone.

Esperti ed addetti ai lavori sottolineano che la Cina deve ancora compiere progressi per raggiungere “l’autosufficienza” nel settore dell’high-tech, ma che vi è una grande fiducia nelle “capacità” del Paese di “raggiungere l’obiettivo”.

Nel settembre scorso la Cina ha registrato il suo primo deficit nel settore degli investimenti europei e statunitensi, a causa delle tensioni internazionali; nel mentre anche le esportazioni cinesi sono crollate del 6,4% ad ottobre 2023, ed i risparmiatori cinesi nonostante i divieti loro imposti, hanno iniziato ad esportare cospicui capitali all’estero.

A rendere più difficile la situazione, si è aggiunta la nuova normativa sull’Intelligence, che impone a tutte le società – comprese quelle straniere- di fornire tutte le informazioni richieste dalle autorità, nonché di non diffondere i”dati sensibili riguardanti la sicurezza nazionale”.

I Commissari del Popolo imposti dal Regime per un controllo capillare delle società straniere, ne ha ulteriormente determinato la fuga dalla Cina, che non viene più utilizzata come fonte di approvvigionamento per le componenti indispensabili agli strumenti informatici, ridotte ormai al 2 % a livello mondiale.

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La primazia e l’influenza economica prevista da Xi Jinping, a fronte del ritenuto declino economico e valoriale dell’Occidente, non è più evocata dal premier cinese, che tuttavia non ha rinunziato ad un altro mezzo di influenza, che è quello culturale, supportato dalla rete capillare degli Istituti Confucio diffusi in tutto il mondo.

Nel suo discorso di fine anno trasmesso in televisione, il presidente Xi Jinping ha riconosciuto le difficoltàdelle industrie nazionali ed in particolare dei giovani laureati, nel trovare un lavoro. Un messaggio anomalo: è la prima volta dal 2013- vale a dire a 10 anni del debutto sul piccolo schermo del Leader – che le parole rivolte agli ascoltatori, non sono state edulcorate solo per magnificare i progressi compiuti dalle Cina, ma anche le criticità di quello che noi –malgrado tutto- consideriamo il “Nuovo Mondo del Terzo Millennio”.

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LA PRIMA PARTE AL LINK: https://www.internationalwebpost.org/contents/LA_CINA_FRA_DOGMATISMO_E_REALISMO_-_I%5EParte_33283.html

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Data:

28 Gennaio 2024