Traduci

LA CINA FRA DOGMATISMO E REALISMO – I^Parte

Nel III secolo d.C. la Cina venne sconvolta da secoli di guerre interne, che massacrarono la maggior parte della popolazione.

Il buddismo vi arrivò dall’India nel I sec. d.C. cambiando radicalmente il modo cinese di pensare il mondo. Dopo circa cinque secoli di turbolenze e di conflitti, con un equilibrio di potere incerto, una Cina unitaria fu ristabilita sotto la dinastia Tang e l’Impero apparve molto diverso dal passato.

La struttura di governo di quell’immenso territorio, venne meno nel secolo scorso, allorché il Paese fu segnato dalla guerra civile e dall’invasione giapponese, cui seguì la fondazione della Repubblica Popolare (1949), mirante ad una nuova identità politica di tipo comunista, ma con peculiari “caratteristiche cinesi”, che dovevano distinguere il Partito Comunista Cinese da quello russo.

La nuova forza, eversiva di un ordine millenario, partiva dal presupposto che alla base della decadenza dell’ex Celeste Impero, ci fosse la filosofia confuciana.

Venuta meno l’influenza del potente vicino sovietico nella Cina continentale, le scelte a seguire furono indirizzate dal volere e dal pensiero di Mao Zedong, con valore vincolante a livello nazionale, mediante la punizione sistematica e la rieducazione dei dirigenti del Partito non allineati.

cms_33283/1.jpg

Dopo la scomparsa del “Grande Timoniere”, maturò una promettente fase di riforme economiche, grazie al successore Deng Xiaoping, che rimase al potere dal 1978 al 1992, consentendo –pur nella cornice politica del comunismo- l’avvio di un sistema economico prettamente liberista, dopo aver osservato il prodigioso tasso di sviluppo economico di realtà come Taiwan, Singapore e Macao.

A lui successero Jiang Zemin (1993- 2003), e quindi Hu Jintao (2003-2013), il qual ultimo pur essendo il capo del Partito, dello Stato e dell’esercito, dovette destreggiarsi tra parecchi avversari, compresi alcuni predecessori.

Pur nel dilagare della corruzione, si registrò una notevole crescita economica, accompagnata tuttavia da maggiori disparità sociali, dall’incremento del debito pubblico e dal caos nell’organizzazione del Partito e dello Stato.

cms_33283/2_1706324617.jpg

Questo era l’humus in cui assurse al potere Xi Jinping, succedendo a Hu Jintao nel marzo 2013, ed inserendo un “socialismo con caratteristiche cinesi” nello statuto del Partito, alla cui guida fu riconfermato anche nell’ottobre 2022, per poi essere anche rieletto Presidente della Repubblica nel marzo 2023, con un terzo mandato.

L’energico leader è riuscito a sradicare la corruzione ed ha concentrato nelle sue mani il processo decisionale, dando origine ad un capillare sistema organizzativo per affrontare i problemi interni ed internazionali; dando l’avvio ad un’immensa burocrazia fondata sul Partito, forte di 97 milioni di iscritti; incentivando l’urbanizzazione dei contadini e -al contempo- stabilendo che i funzionari non potessero assumere un ruolo diretto negli affari imprenditoriali.

La polizia ha continuato ad esercitare una funzione capillare nel controllo e nella repressione della dissidenza, tramite gli arresti domiciliari o altre misure restrittive della libertà personale, anche dopo la conclusione del 20° Congresso del Partito comunista (ottobre 2022), nella dichiarata cornice del “mantenimento della stabilità”.

Con il terzo mandato, Xi Jinpingè così divenutoil leader più potente dopo Mao, portando avanti una serie di epurazioni contro gli avversari, che ha avuto la maggiore risonanza attraverso quella condotta contro il predecessore Hu Jintao.

Sotto il profilo della politica internazionale, va evidenziata l’estrema prudenza nei rapporti con le altre grandi Potenze, ponendosi la Cina come attore “terzo “rispetto alle tradizionali contrapposizioni tra Stati Uniti e Russia, divenute particolarmente incandescenti dopo la proditoria aggressione condotta da quest’ultima contro l’Ucraina.

Xi aveva seguito sin dall’inverno gli avvenimenti sul fronte dell’Est Europa, facendo filtrare la voce che la Cina era stata presa del tutto alla sprovvista dall’invasione russa, ed auspicando un’azione per mettere fine al «caos mondiale» che colpiva anche gli interessi commerciali della Repubblica popolare.

A fronte di ciò, la Cina desiderava recuperare il rapporto con gli Stati Uniti, paventando che il rafforzamento dell’alleanza occidentale reattivo all’aggressione russa, finisse anche con l’isolare la Cina, specialmente dal punto di vista commerciale, come si evinceva dal blocco statunitense in materia di microchip ad alta tecnologia.

Nello specifico delle zone ad alta tensione nella geopolitica internazionale, quali Ucraina, Taiwan e Nord Corea, il Leader cinese nel corso dei rapporti con gli Stati Uniti, si era sobriamente limitato ad auspicare una «coesistenza, comunicazione e cooperazione tra grandi Potenze responsabili».

All’inizio del novembre 2022, Xi aveva comunque significativamente affermato- per la prima volta– che «la Cina dice no a ogni minaccia di uso militare dell’arma nucleare in Eurasia», riferendosi-pur senza citarlo- all’amico Vladimir Putin, che da tempo prospettava il fantasma delle atomiche tattiche per rovesciare il corso della guerra.

I cinesi affermarono che Putinnon aveva detto la verità, quando il 4 febbraio dello stesso anno, a Pechino non aveva informato Xi del programmato attacco del 24 successivo.

cms_33283/3.jpg

Sul fronte interno, Pechino impose una stretta ai commenti in Rete, con l’obbligo per siti web, applicazioni e piattaforme, di chiedere l’approvazione “politica” prima di pubblicare i commenti.

La censura dispose a partire dal 15 dicembre 2022, una revisione dei testi prima della messa online, valevole per qualsiasi piattaforma aperta alle opinioni del pubblico, o usata per la “mobilitazione sociale”.

Un’ondata di proteste era dilagata nell’intera Cina, per le misure liberticide adottate in occasione del Covid, tra le quali ebbe una particolare forza quella promossa dagli studenti universitari di Pechino, in aggiunta a quelle scoppiate in altri 50 atenei cinesi, con scontri fra gli studenti e la polizia, per chiedere alle autorità di porre fine al blocco sanitario.

Democrazia e stato di diritto, libertà di espressione”, fu lo slogan degli studenti dell’università Tsinghua, una delle più importanti del Paese.

Ovunque si registrò l’ira di una popolazione esasperata, sfinita e frustrata per le continue restrizioni anti-virus poste in essere tramite lockdown, test di massa, quarantene interminabili e restrizioni dei diritti.

In varie città della Cina – in primis Shanghai – si gridò nelle piazze per la fine del Partito comunista e le dimissioni di Xi Jinping, dopo che la politica di azzeramento del Covid aveva portato alla stagnazione economica ed alla conseguente crescita della disoccupazione.

In quel contesto, furono perseguitati anche i Tibetani, con la distruzione dei siti religiosi buddhisti, per cui si parlò di “genocidio culturale”.

Dopo la pandemia vi è stato un boom di visite ai templi, che segnarono uno straordinario +310 per cento rispetto al 2022. Il fatto più sorprendente fu che il 50% dei nuovi pellegrini, erano giovani nati dopo il 1990.

I ventenni ed i trentenni di Pechino, Shanghai e delle altre metropoli della Repubblica popolare, nominalmente comunista ed atea (almeno così si professano i funzionari del Partito-Stato), si misero in coda davanti ai templi buddisti.

I fedeli chiedevano di trovare un buon posto di lavoro. La disoccupazione giovanile in Cina è valutata al 19 per cento dalle statistiche governative e nel 2023 venne prevista l’uscita dalle università cinesi di 11,6 milioni di laureati, che temevano per il loro avvenire. Per lenire l’angoscia, si recavano al tempio, recuperando le radici etico- culturali dei loro antenati.

Essendosi mantenuta la situazione politica fortemente dirigistica e repressiva, risultano ancor più significative le parole in precedenza espresse dal gesuita cardinale di Hong Kong Stephen Chow, il quale aveva affermato che la maggiore difficoltà di fronte alla Legge sulla sicurezza nazionale, varata il 30 giugno 2020 dal Parlamento cinese ed entrata in vigore ad Hong Kong il giorno dopo, consisteva nel non sapere “dove fosse la linea rossa.”

cms_33283/4.jpg

Stephen Chow

Il Porporato aveva esortato i suoi concittadini a non arrendersi, senza peraltro essere collisivi: “Sediamoci – aveva detto – e guardiamo a quando le nubi si alzeranno. Questo è un tempo per discernere anziché agire”.

La firma nel 2018 ed il duplice rinnovo nell’ottobre 2020 e 2022 dell’Accordo sino-vaticano sulla nomina dei Vescovi, non aveva fermato la repressione governativa dei cattolici cinesi, soprattutto di quelli non ufficiali, con arresti estesi anche ai Pastori protestanti, mediante la grave accusa di “collusione” con delle Forze straniere, punita ai sensi della menzionata Legge sulla sicurezza.

Numerosi furono poi i Vescovi cattolici nominati unilateralmente dalle autorità di Pechino, in quanto privi dell’approvazione papale, mentre in base al citato Accordo la scelta dei nuovi Vescovi cinesi avrebbe dovuto essere condivisa dalla Santa Sede.

Il tormentato percorso dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato ha continuato ad essere segnato da salite e discese: l’avvocato per i diritti umani Li Yuhan ed il Vescovo cattolico di Xinxiang (Henan), mons. Giuseppe Zhang Weizhu, sono stati detenuti illegalmente senza alcuna condanna o accusa.

Dopo le tensioni sociali e la ricordata Legge sulla sicurezza, la Chiesa cattolica aumentò il sostegno ai giovani in carcere, fornendo loro istruzione, riabilitazione ed esortandoli alla pazienza per sanare i dissidi. Alcuni Vescovi nominati segretamente dal Santo Padre, vennero arrestati; ma alcuni di essi tornarono in libertà dopo aver aderito agli organismi “ufficiali”come la Conferenza dei Vescovi cattolici, peraltro non riconosciuta dalla Santa Sede. Tale organizzazione opera nella prospettiva della “sinicizzazione”, indicata da Xi Jinping per il futuro delle religioni in Cina.

Nonostante il rinnovo dell’Accordo con la Santa Sede, è dall’8 settembre 2021 che non avviene alcuna nomina di un Vescovo in Cina, malgrado il gran numero di Diocesi vacanti.

Nel maggio 2023 si sono registrate numerose visite ai santuari cattolici e rosari recitati a piccoli gruppi tra vicini di casa, seguendo il “metodo della Visitazione di Maria”, nel solco della Tradizione.

Sono 37 i futuri sacerdoti cattolici cinesi che alla fine dell’Anno accademico 2022-2023 si sono laureati in teologia in 5 Seminari della Cina continentale. Negli ultimi anni, oltre alla formazione degli aspiranti alla vita sacerdotale, i Seminari cattolici cinesi hanno inaugurato anche dei percorsi di formazione teologica e filosofica (sia cinese che occidentale), aperti a suore e laici, così da favorire il coinvolgimento di tutto il popolo di Dio nella missione di annunciare il Vangelo.

Durante i corsi di studio, le competenze acquisite dai seminaristi in campo filosofico e teologico, vengono monitorate attraverso valutazioni periodiche.

cms_33283/5.jpg

Uiguri dello Xinjiang

Osservando un’altra fede, ancor più contrastata di quella cattolica, non può tacersi l’assimilazione culturale forzata della minoranza etnico- religiosa degli Uiguri dello Xinjiang, turcofoni e musulmani, rinchiusi a centinaia di migliaia in «centri di addestramento professionale», che in realtà, come confermato anche dall’ex Alto commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet, sono campi di lavoro forzato e di indottrinamento ideologico.

Le autorità cinesi sottopongono i bambini ad un programma di studi altamente politicizzato, progettato per privarli della loro lingua madre, recidere i loro legami con la propria religione e cultura, onde sostituire metodicamente la loro identità tibetana con quella cinese. Bambini di appena quattro anni sono stati separati dai genitori ed iscritti in asili nido, con una strategia di reclutamento basata in gran parte sulla coercizione.

cms_33283/6.jpg

La persecuzione degli Uiguri è stata equiparata dalle Nazioni Unite ai “crimini contro l’umanità”. L’Onu ha rinnovato l’appello al governo per il rilascio immediato “di tutte le persone private in modo arbitrario della loro libertà”, rendendo nota la loro condizione. Si parla di azioni contro un popolo che alcuni governi occidentali, soprattutto la Francia, considerano un vero e proprio “genocidio”.

In “via sperimentale” la Provincia orientale cinese (capoluogo Hefei), sta assegnando dei punteggi al personale di tutte le religioni, per “migliorare la loro consapevolezza ideologica”.

Nella menzionata campagna per la sinicizzazione delle religioni voluta del presidente Xi Jinping, nella Provincia orientale è partita una nuova “sperimentazione”, che mette insieme l’ormai onnipresente controllo digitale, con una vera e propria pagella rilasciata dagli organismi politici.

Vi è infatti una classifica di tutto il personale religioso “autorizzato”, in cinque diversi livelli: eccellente, buono, discreto, scarso e molto scarso. Un “ranking” compilato ovviamente dal Partito, prendendo le mosse dalle segnalazioni ricevute, con l’obiettivo dichiarato di “migliorare la consapevolezza ideologica” dei Ministri di ogni culto.

La fedeltà ideologica è anche uno dei cardini delle regole sui luoghi di culto, che entrano in vigore ufficialmente in tutta la Cina. I loro responsabili- si legge nel testo- devono “amare la Madrepatria e sostenere la leadership del Partito comunista cinese ed il sistema socialista”

Il furore ideologico lo scorso anno (2023) ha preso di mira anche il Mese degli Spiriti, che buddhisti e taoisti celebrano in molti Paesi del Sud-est asiatico.

Alcuni governi locali – ha riferito Radio Free Asia – hanno imposto nel 2023 un giro di vite, vietando la tradizione di bruciare banconote, di presentare offerte agli antenati, o di esplodere petardi durante la festività: tutte pratiche definite “incivili”.

(Continua)

Data:

27 Gennaio 2024