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LA COMUNIONE DEGLI APOSTOLI – Di Giusto di Gand

Vi presento la «Comunione degli apostoli» di Giusto di Gand, opera realizzata nel 1472-74 e conservata oggi nella Galleria nazionale delle Marche a Urbino.

L’evento, come è usuale nella pittura fiamminga del tempo, è ambientato all’interno di un tempio: la mensa alle spalle di Cristo, ricoperta da una candida tovaglia, risulta essere l’altare stesso della chiesa, posto al centro del deambulatorio con alte colonne colorate. Il messaggio è chiaro: il momento dell’istituzione dell’Eucarestia nell’Ultima Cena è lo stesso che il popolo cristiano rinnova ogni giorno nella celebrazione della Santa Messa. Infatti sulla tavola alla destra di Gesù è posto in evidenza un grande calice dorato, sotto cui sono disposte, su di un velo, alcune ostie.

Secondo i Vangeli, Gesù istituì l’Eucaristia con le parole «prendete e mangiate, questo è il mio corpo» (Mt 26,26) e distribuendo il pane consacrato agli apostoli, rappresentati dal pittore in vari atteggiamenti.

I discepoli sono disposti a semicerchio attorno a Cristo, nove a sinistra e tre a destra e tra di essi si riconosce l’apostolo Giovanni, individuabile per la sua giovane età: è vestito di bianco e stringe il collo di un’affusolata bottiglia di vetro con del vino. Accanto a lui, un altro discepolo vestito di blu regge invece un cero, a rimarcare ancora una volta la similitudine tra la Cena vissuta da Gesù e la celebrazione liturgica della Messa. A destra sulla tavola, oltre a due pani, si notano un’ampolla d’acqua e una saliera, allusione al sacramento del Battesimo.

All’estrema sinistra, separato dagli altri discepoli e pronto a uscire dal Cenacolo, si vede la figura dell’apostolo Giuda, ritratto secondo i canoni dell’iconografia del traditore: vestito giallo, mancino (tiene infatti la borsa dei denari con la mano sinistra), con i capelli e la barba rossi e il viso corrucciato come in una smorfia. Per terra in primo piano spiccano un catino e una brocca di rame, memoria del gesto della lavanda dei piedi, episodio narrato dall’evangelista Giovanni.

In alto volano due angeli dai rigidi e marmorei panneggi, elemento tipico della pittura fiamminga. Con i loro atteggiamenti e la posizione delle loro mani esprimono meraviglia e preghiera per l’evento che si sta svolgendo nella scena sottostante.

Infine, il pittore ha aggiunto alcune figure che, per gli abiti che indossano, sono riconoscibili come contemporanee al suo tempo. Una di queste, con una berretta e una fascia rosso vermiglio, è il duca di Urbino, Federico da Montefeltro, riconoscibile per l’inconfondibile profilo dal naso adunco, fratturato durante un torneo che gli aveva anche causato la perdita dell’occhio destro. L’anziano personaggio davanti a lui, vestito con abiti orientali e dalla barba folta, potrebbe essere il cardinale umanista Giovanni Bessarione. Dietro, affacciate a una porta, si vedono due altre figure che potrebbero essere il figlio e la moglie del duca di Urbino, vale a dire Guidobaldo e Beatrice Sforza. Le due finestre che si aprono ai lati su delicati paesaggi sfumati in profondità sono un’altra caratteristica tipica dell’arte fiamminga.

Gesù è venuto a inaugurare una «vita nuova» e per questo a ogni uomo non ha offerto innanzitutto idee, ma fatti e segni concreti. L’episodio rappresentato dal pittore fiammingo desidera rivelare che il gesto compiuto da Gesù dà il via alla sua presenza misteriosa e miracolosa nella storia del mondo. L’Eucarestia può diventare per ogni uomo che l’accoglie la forza e la speranza di cui ha bisogno per poter attraversare le sfide e le prove della quotidianità.

Data:

13 Aprile 2024