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LA CRISI IN IRAN E IRAQ

Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli e portateli sotto gli occhi dell’opinione pubblica. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri” (Joseph Pulitzer).

Nuovo anno, nuove sfide. Il mondo riaffiora dalle bollicine di festa e riparte da quanto lasciato nel 2019. Tra le tante questioni in sospeso, la crisi in Iran e Iraq, che apre il nuovo anno letteralmente con il botto. Per sintetizzare quanto sta accadendo in Oriente è possibile utilizzare le parole sopra citate, eredità lasciataci da uno dei più grandi giornalisti di sempre.

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La cronaca parla dell’assedio all’ambasciata statunitense di Baghdad a causa della tensione creata dai manifestanti filo-iraniani. Questo attacco altro non è che la seconda parte dell’assalto di ben 40 anni fa, quando 52 dipendenti dell’ambasciata di Teheran furono tenuti in ostaggio per un mese e mezzo durante le rivoluzione khomeinista.

Da qui tweet, retweet, minacce, rispose, insulti e via dicendo. In tutto questo l’Iraq (ma anche l’Iran, per certi versi) cerca di mantenere uno status “svizzero” nonostante sia il teatro principale di una situazione di stallo e che rischia di portare ad un’escalation dagli effetti imprevedibili.

Questa è, molto probabilmente, solo la cornice di un quadro dai contorni non ancora ben definiti e dai colori sfumati. Quello che si riesce a scorgere è poco ma chiaro: i due rivali nonché protagonisti di questa vicenda si contendono il potere in questa zona nevralgica del mondo con buona parte dei mezzi a loro disposizione.

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Si sono scomodati capi di stato, portavoce e altre figure importanti, senza che però la tensione accennasse a scendere. Nelle altre città irachene continua un movimentato inizio decennio: un gruppo di manifestanti ha chiuso oggi la Stazione 6 a ovest del giacimento petrolifero Qurna 1, nel governatorato di Bassora, e ha impedito ai suoi dipendenti di entrare nel complesso.

Non è ancora chiaro, al momento, se vi sarà uno stop alla produzione come avvenuto lo scorso 28 dicembre nel giacimento di Nassiriya. Il governatorato vittima ha assistito a manifestazioni e proteste, cui ha fatto seguito una serie di blocchi dei principali ponti, strade, porti e installazioni petrolifere.

Tuttavia non tutto è perduto: si balla sul filo del rasoio, ma finché si resta in equilibrio è ancora possibile sistemare le cose. E appendere al muro il quadro della verità.

Data:

2 Gennaio 2020