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LA DIGNITA’ DEL DOLORE

Era il 29 novembre 2014 quando il piccolo Loris Stival, 8 anni, veniva privato della vita, della possibilità di correre. Dopo due anni di indagini, interrogatori, verità taciute, invenzioni e bugie, nell’aula del Tribunale di Ragusa è stato pronunciato il verdetto contro l’unica autrice certa del delitto secondo gli inquirenti: Veronica Panarello, la madre del bambino, anzi la “mamma”. Perché un bimbo di 8 anni chiama la mamma quando ha paura, quando ha fame, quando il buio di notte è tutto intorno alle coperte. La mamma e non la madre. Un bimbo sa che la mamma non gli farebbe mai del male, si può arrabbiare, può sgridarlo, a volte può volare un ceffone, ma è la mamma. In questi due anni la signora Panarello ha provato a convincere tutti della sua innocenza, in primis il proprio marito. Poi ha coinvolto altre persone, in una tragica e grottesca farsa in cui i protagonisti venivano esaminati e dissezionati dai media, alla ricerca di torbidi segreti, rivelazioni, andando a frugare tra i “si dice” e i “si mormora” di Santa Croce Caterina, il piccolo paese dove è avvenuto il delitto. 30 anni per la signora Panarello, 30 anni di reclusione, nessuna attenuante, nessuna premeditazione, nessuna aggravante per sevizie. Solo il riconoscimento del delitto doloso, il cosiddetto delitto volontario. Il giudice senza dubbio avrà considerato sia l’elemento oggettivo, il fatto, la privazione della vita, sia l’elemento soggettivo, il coefficiente psicologico della volontarietà. Inoltre sono state disposte una provvisionale di 250.000 euro per il marito David Stival, che ha annunciato l’intenzione di chiedere il divorzio, e di 100.000 euro per l’altro figlio della coppia.

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Sembra strano parlare di compensazione economica in seguito all’omicidio del proprio figlio, come se in qualche modo si volesse far dimenticare quanto è successo, l’opposto di ciò che fanno tanti talk show televisivi che rincorrono il pianto e le lacrime in diretta per aumentare l’audience. Il giudice inoltre, nei confronti della signora Panarello, ha disposto la trasmissione alla Procura, delle accuse da lei lanciate, nei confronti del padre del marito, il nonno del piccolo Loris. Ed intanto il piccolo Loris è diventato materia di dirette televisive costruite ad arte, di rotocalchi, mentre la famiglia veniva dilaniata da chiacchiere e supposizioni.
Nessuno è mai riuscito a sondare le ragioni di Veronica, il motivo per cui la mamma ha smesso di essere quell’abbraccio che mette al sicuro. Non ci sono dati certi, inconfutabili, nemmeno il documento audio video lungo 40 minuti e depositato agli atti del procedimento fornisce elementi di aiuto, non si vede il piccolo Loris, solo l’automobile della donna, il conteggio dei minuti intercorsi tra le immagini e le ricostruzioni.

cms_4735/foto_3.jpgNessuna indagine potrà mai definire cosa avrà pensato il bimbo e neppure le motivazioni della donna, a meno che non sia lei a decidere di rivelare ogni cosa. Resta nel frattempo tutto il teatro allestito ad uso e consumo della popolazione, culminato in un voyeurismo mediatico a volte compulsivo, dove sono state usate foto di Loris da neonato e referti psicologici della donna da giovane, in cui era descritta come una bambina affetta da manie persecutorie. Sono state tirate in ballo teorie psichiatriche sul figlicidio e la sindrome di Medea, in cui l’odio per il marito è rivolto verso la propria prole. Ma in questo turbinare di immagini e sentenze popolari si sono persi di vista i valori morali, la pietà, non per la donna, ma per la circostanza, come un rituale di massa in cui il colpevole funge da capro espiatorio. Si sono cercati i motivi per cui Loris potrebbe aver scatenato le ire della madre, cosa potrebbe averla fatta arrabbiare, dimenticando che un bambino fa il suo mestiere naturale, come qualsiasi cucciolo in natura. Si è cercato di scoprire se la signora Panarello potesse nascondere inciuci o relazioni, si è spettacolarizzato il dramma, ma la realtà finale sarà sempre un corpicino abbandonato in un canale. Tutto il resto non conta, non serve, anzi limita la capacità di comprensione dei fatti, il pubblico diventa giudice e giuria, a volte anche boia, ognuno è certo della sua analisi e, in difetto di elementi oggettivi, ci si affida all’istinto, a una foto, come quella ampiamente diffusa in cui Veronica Panarello è con la testa reclinata ed i capelli in disordine mentre viene arrestata.

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Il giudizio è certo, la sentenza comminata, presumibilmente è stata condannata l’autrice del delitto e non c’è motivo di dubitarne, ma fin troppe lacune resteranno da colmare nel fascicolo del Tribunale. Senza dubbio è mancato il concetto di dignità, da parte di chi ha espresso giudizi ed emesso sentenze, ancorché vicine al giudizio della legge. La dignità per un bambino, per una storia che avrebbe dovuto essere analizzata a porte chiuse, lasciando fuori la curiosità e lo scandalo. È stata negata la dignità del dolore di un padre, di un fratellino, di una famiglia e nessuna sentenza potrà restituire attimi che dovevano essere privati.

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19 Ottobre 2016