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LA FORESTA NORVEGESE DI MURAKAMI HARUKI (VII parte)

Fraintendimento e sentieri

Ma torniamo al titolo (qualche notizia viene fornita anche sulla voce di wikipedia), grazie alle precisazioni fornite ancora una volta dal traduttore Giorgio Amitrano, nella parte finale della sua preziosa Introduzione (pagg. V-XVII).

Mi sembra molto significativo l’elemento di “fraintendimento” (forse inevitabile nell’attività del tradurre da una lingua ad un’altra), prima presente nella traduzione in Giappone del titolo inglese della canzone dei Beatles e poi nella ripresa del titolo da parte di Murakami per il suo libro. Successivamente tale aspetto (in tal caso più che fraintendimento vi è una volontà di fornire un titolo diverso rispetto a quello originario: v. sempre l’Introduzione di Amitrano) sembra “propagarsi” nel titolo italiano (Tokio blues) adottato da parte della casa editrice Feltrinelli per il romanzo di Murakami .

Il titolo giapponese del libro Noruwei no mori, «La foresta della Norvegia»,come leggiamo nel “saggio introduttivo” di Amitrano, pur evocativo, non è appropriato dovendosi tradurre non – secondo l’originale nipponico – “Foresta norvegese”, bensì “Legno norvegese”, traduzione ritenuta più corretta del titolo della canzone Norwegian Wood.

C’è peraltro da notare che

“I riferimenti musicali, così frequenti in Norwegian Wood, ne La lucciola sono quasi inesistenti, unica eccezione Dead Heart, il disco di Henry Mancini che il narratore regala alla ragazza per il suo compleanno, scena ripresa pari pari nel romanzo, Norwegian Wood, la canzone che poi darà titolo al libro, qui per ora non compare.

A questo proposito, un breve accenno alla storia del titolo.

cms_20107/1.jpgNella nota alla presente edizione, Murakami spiega come avesse inizialmente pensato di chiamare questo libro Giardino sotto la pioggia (Ame no naka no niwa) in omaggio a una sonata di Debussy, e di come poi gli sia venuto in mente un titolo più adatto, Noruwei no mori, «La foresta della Norvegia», quello con cui è conosciuta in Giappone la canzone dei Beatles Norwegian Wood, contenuta nell’album del gruppo musicale britannico Rubber Soul. La traduzione giapponese è in realtà erronea, perché il wood della canzone si riferisce al legno, non alla foresta, ma l’errore iniziale non fu mai corretto e nel 1987, quando Murakami adottò il titolo per il suo libro, per i giapponesi il legno era foresta da più di vent’anni. La teoria accreditata secondo cui il testo della canzone si riferirebbe a un’avventura extraconiugale di John Lennon e le dispute interpretative sul significato dell’ultimo verso («significa che lui accende un fuoco o dà fuoco alla stanza?») che appassionano i fans dei Beatles, non riguardano per niente questo romanzo dove Norwegian Wood attrae Naoko soprattutto per le sue sonorità malinconiche.” (Introduzione, pagg. XVI-XVII).

E conclude per l’appunto nell’excipit della sua bella riflessione sul romanzo Giorgio Amitrano (in un passo già anticipato):

“Nella precedente edizione feltrinelliana, il titolo Tokio blues era stato scelto perché sembrava funzionare bene in italiano e nello stesso tempo esprimere l’atmosfera del libro, ricca di riferimenti musicali [!]. Adesso il titolo Norwegian Wood, più vicino all’originale, torna in primo piano per desiderio dell’autore, ristabilendo, insieme all’omaggio di Murakami a uno dei brani più belli dei Beatles, il giusto tributo alla nostalgia per un passato irrecuperabile che è tra i temi principali di questo libro. La nostalgia struggente per un tempo perduto e lontano, che sembra stranamente viva anche in coloro che per ragioni anagrafiche quell’epoca favolosa e confusa non l’hanno mai vissuta.” (Ibidem, pag. XVII).

cms_20107/2.jpgAncora su La ragazza dello Sputnik e Norwegian Wood

Un’ultima osservazione o “nota” finale (già mi sono dilungato molto) al termine del presente “contributo”, che riprende il motivo della lettura indicato in premessa (dopo La ragazza dello Sputnik) del romanzo Norwegian Wood di Murakami Haruki.

Entrambi i libri li ho graditi ugualmente, contrariamente ai “proclami” e ai toni piuttosto accesi di alcuni commenti letti in rete.

L’autore giapponese infatti riprende in varie sue opere (e La ragazza dello Sputnik – del 1999 – è successivo di ben dodici anni rispetto a Norwegian Wood – del 1987) tematiche che possono ritenersi come suggestioni portanti della “poetica” murakamiana.

Accanto a “riferimenti espliciti di tipo sessuale”, tipici della cultura giapponese, lontana millenni dai nostri schemi mentali cattolico/protestanti, insieme al “binomio” in precedenza accennato di “èros” e “thànatos” (“LA MORTE NON È L’OPPOSTO DELLA VITA, MA UNA SUA PARTE INTEGRANTE.”: Norwegian Wood, ed. Einaudi Super ET, pag. 33),

troviamo infatti nelle opere di Murakami, immancabilmente, “i gatti”, “la scrittura” e “la lettura”, “la musica” e “il cinema”, “la ricerca” – spesso frustrata – “di rapporti autentici”, talora “amori non corrisposti pienamente” (come quello di Toru per Naoko, o del protagonista de La ragazza dello Sputnik per Sumire), “il tono apparentemente dimesso” con il quale viene descritto “il narratore”- generalmente maschile -, ma in realtà di carattere gentile, sensibile, profondo; “gli eventi drammatici” che i protagonisti del romanzo hanno subito o subiranno nella vicenda (a fronte dei quali ben poco spesso possono fare, come nel “fato” greco) tali da modificare l’animo di una persona in modo radicale …

Tale “iterazione” è presente peraltro anche nello stile di Murakami.

Nota Amitrano in un altro scritto:

“Alcuni giudicano la ripetitività di Murakami un difetto, ma anche se a volte io stesso la trovo irritante, devo ammettere che le sue ripetizioni non indeboliscono il racconto, anzi lo rafforzano. E alla fine diventano una cifra stilistica.”

Anche se “capita di usare la lima per ridurre le ripetizioni, sapendo che in giapponese sono accettate e in italiano no […] Limare troppo modificherebbe il profilo dei suoi testi, alterandone i lineamenti. Allo stesso tempo, riprodurre integralmente ogni ripetizione, ignorando che giapponese e italiano obbediscono a diverse regole di logica e ritmo, provocherebbe nel lettore un rifiuto.”

(in “Le parole e le cose” Giorgio Amitrano, Il compito del traduttore. Murakami in italiano:

http://www.leparoleelecose.it/?p=2440 )

Forse, più esattamente, a ben vedere, non è tanto che nelle varie opere di Murakami assistiamo ad una mera ripetizione degli elementi (ed altri) indicati. Piuttosto si è di fronte ad un medesimo cammino, non necessariamente cronologico (le sue opere infatti si possono leggere senza un ordine temporale preciso), consapevole o meno, ove, probabilmente 1Q84 e gli ultimi testi pubblicati dall’autore potrebbero essere un primo punto di approdo o, invece, diventare un nuovo punto di partenza.

O ancora i vari testi di Murakami non sono altro che un mosaico composto di tasselli raffinati ma collegati, che completano il loro senso uno con l’altro: in ogni caso quel che risulta importante non sono i finali, ma il percorso condotto dai protagonisti e dagli altri personaggi … e a anche dal lettore, alla fine.

Proprio a significare la soggettività di ogni lettura, leggo sempre nell’Introduzione del bravo Giorgio Amitrano (v. pag. X).

“Come spesso succede di fronte a un successo di tali dimensioni, chi non condivide la passione degli altri non riesce neanche a farsene una ragione. Vi è una specie di incomunicabilità tra coloro che amano svisceratamente il libro e coloro che lo detestano”.

E lo stesso Murakami nel suo Postscriptum afferma:

“Penso che questo libro possa piacere o non piacere proprio come posso piacere o non piacere io come individuo. Anche se naturalmente mi auguro che abbia una sua vita autonoma al di là della mia persona.” (Postscriptum, pag. 375).

Dunque anche Norwegian Wood, al pari de La ragazza dello Sputnik,avrà e ha avuto i suoi detrattori con buona pace (o “santa pace” come direbbe un mio amico del gruppo “Tutti Giù Per Terra”) di tutti.

(continua)

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Data:

25 Novembre 2020