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LA “GUERRA ALL’INQUINAMENTO” NON STA FUNZIONANDO

Nonostante un anno fa la Cina abbia ufficialmente dichiarato “guerra all’inquinamento”, il Ministero dell’Ambiente ha recentemente ammesso che circa il 90 per cento delle città del Paese non è stato ancora in grado di soddisfare i valori di qualità dell’aria imposti dal governo. Nel gennaio 2014, dopo un intenso attacco di smog nella capitale, il governo promise che avrebbe migliorato la situazione; eppure, qualche settimana fa, a Pechino il livello di particelle PM2.5 (polveri sottili) ha raggiunto livelli post-apocalittici: 568 microgrammi per metro cubo. Negli ultimi anni, in alcune città cinesi è stata toccata addirittura l’inimmaginabile quota 900, con medie giornaliere che arrivano a oscillare fra 200 e 300, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda un tetto massimo di 25 microgrammi per metro cubo.

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Secondo la Shanghai Academy of Social Sciences, questi luoghi sono ormai diventati teoricamente “inabitabili per gli esseri umani”. Guardando le immagini che ritraggono la vita urbana cinese non si fatica a crederlo: una coltre di smog oscura costantemente il sole, le strade sono invase da code interminabili di auto, camion e motorini, l’aria è irrespirabile come dentro a un vulcano e costringe la gente a barricarsi in casa o a uscire armata perennemente di mascherine colorate che coprono naso e bocca. Un’apocalisse dell’aria.

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Il responsabile? Il carbone, che costituisce il 65 per cento delle fonti d’energia del Paese e produce oltre il 50 per cento delle polveri sottili presenti nell’aria. Un recente studio condotto dai ricercatori del Natural Resources Defense Council ha rivelato il vero costo dell’industria carbonifera in Cina: nel solo 2012, l’inquinamento atmosferico ha causato la morte prematura di 670 mila persone. Questo dato, tuttavia, non dovrebbe stupire poiché il 70 per cento della popolazione cinese vive in regioni dove l’aria è tossica. Secondo questo studio, infatti, vivere in una metropoli come Pechino aumenterebbe del 10-15 per cento il rischio di contrarre un cancro ai polmoni.

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Nonostante il problema dell’inquinamento nel Paese sia noto ormai da qualche tempo, negli ultimi anni la preoccupazione dell’opinione pubblica e l’interesse da parte dei media sono cresciuti in modo significativo rispetto al passato. Così oggi, una buona parte della popolazione è consapevole dei pericoli alla propria salute e ha cominciato a chiedere interventi più incisivi per limitare il problema. Come risposta, a settembre 2013, il governo ha lanciato l’Action Plan for Air Pollution Prevention and Control (“Piano d’azione per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento atmosferico”). Grazie a un investimento di 277 miliardi di dollari, questo programma si propone di ridurre lo smog di oltre il 10 per cento in 5 anni, attraverso un maggiore controllo dei consumi e della produzione energetica, promettendo di incrementare la quota di energie rinnovabili fino al 45 per cento entro il 2050.

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Tuttavia, i dubbi sull’Action Plan permangono e sono più che leciti, poiché il problema sembra aver già sfiorato il punto di non ritorno: oltre all’inverosimile qualità dell’aria, infatti, la Cina può contare due terzi dei suoi fiumi come altamente contaminati, quasi mezzo milione di persone senza accesso ad acqua pulita e almeno 400 “villaggi del cancro” (luoghi che hanno subito, nel corso degli ultimi 30 anni, un aumento dell’80 per cento dei casi di tumore). Dal punto di vista economico, inoltre, il Paese continua a dipendere pesantemente sia dalla produzione e dall’utilizzo del carbone come fonte energetica primaria sia dalle sue ingenti esportazioni sul mercato internazionale. Le politiche ambientali, poi, sono difficili da implementare poiché le agenzie locali non hanno sufficiente autorità per penalizzare le compagnie più potenti e inquinanti, che sono di proprietà dello Stato. Il 1° gennaio di quest’anno è entrata in vigore una nuova legge per la protezione dell’ambiente che dovrebbe garantire maggiore potere alle agenzie ambientali, al fine di mettere effettivamente in pratica alcune misure antinquinamento. Il governo ha anche promesso che bandirà la costruzione di altre fabbriche, fonderie e centrali termiche nelle zone più colpite e farà invece affidamento su risorse ecosostenibili.

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Tuttavia, l’applicazione rigorosa di queste politiche ambientali causerebbe lo smantellamento della stragrande maggioranza delle economie locali, ormai totalmente dipendenti dall’industria pesante per il proprio sostentamento. Il problema dell’inquinamento è perciò destinato a rimanere per molti anni un gigantesco grattacapo per il governo di Pechino, che dovrà trovare al più presto una soluzione per garantire la sopravvivenza del proprio popolo.

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Data:

11 Febbraio 2015