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LA MADRE DI MYANMAR

Dopo 15 anni trascorsi confinata nella sua casa agli arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi ha potuto finalmente assistere alla schiacciante vittoria del suo partito alle prime vere elezioni libere nella storia birmana, segnando una svolta epocale per il Paese. Ma chi è questa donna, icona globale della democrazia che viene celebrata amorevolmente dal suo popolo come la “Madre di Myanmar”?

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Aung San Suu Kyi nasce a Rangoon (ora Yangon) il 19 giugno 1945. Suo padre, il generale Aung San, uno dei più grandi eroi dell’indipendenza birmana, viene assassinato dai rivali politici quando Suu Kyi ha appena due anni. Dopo aver trascorso l’infanzia in Birmania, nel corso degli anni Sessanta, si traferisce in India con la madre, che ricopre il ruolo di ambasciatrice birmana a Nuova Delhi. Ben presto la sua brillante carriera studentesca porta Suu Kyi oltreoceano, in Inghilterra, dove nel 1969 si laurea a Oxford in “Filosofia, Politica ed Economia” e nel 1972 sposa un cittadino britannico, Michael Aris, da cui avrà due figli.

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Bisognerà aspettare fino al 1988 perché Suu Kyi rientri in patria per assistere la madre sul letto di morte. È un momento critico per il Paese: dopo 26 anni di brutale dittatura, il Generale Ne Win si è dimesso e le successive dimostrazioni di massa sono state brutalmente soppresse nel sangue dai militari. Aung San Suu Kyi decide di restare e, ispirata dalla filosofia buddista e dalla protesta non violenta del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King, si lancia in politica. Nel settembre 1988, contribuisce a formare la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) e promuove una serie di manifestazioni in tutto il Paese per chiedere riforme democratiche e libere elezioni.

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La risposta del governo non si fa attendere e, nel luglio 1989, la pericolosa attivista viene condannata agli arresti domiciliari. I militari le promettono il rilascio se lascia il Paese, ma Suu Kyi rifiuta fermamente, dando inizio alla sua pacifica battaglia per la liberazione del popolo birmano. Alle elezioni del 1990 – le prime dopo il colpo di stato militare del 1962 – l’NLD ottiene il 59 per cento dei voti e l’80 per cento dei seggi in Parlamento. Di fronte a questo inaspettato risultato, la giunta militare trema e annulla tutto, rifiutandosi di cedere il potere al partito democratico.

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Aung San Suu Kyi è sempre rinchiusa nella sua casa di University Avenue, a Rangoon, anche quando, nel 1991, le viene assegnato il premio Nobel per la Pace. Durante i 15 anni trascorsi agli arresti domiciliari (nel corso degli anni viene più volte rilasciata e nuovamente arrestata), le è permesso incontrare solamente alcuni compagni dell’NLD ma non i figli e il marito, gravemente malato, a cui viene ripetutamente negato il visto d’ingresso nel Paese. Ancora una volta i militari cercando di sbarazzarsi di lei concendendole il permesso di lasciare la Birmania, a condizione che non faccia più ritorno. Ancora una volta Suu Kyi rifiuta, scegliendo di stare al fianco del suo popolo e di non rivedere più il marito, che morirà di cancro nel 1999. Profondamente rispettata e calorosamente sostenuta dalla maggioranza dei birmani, questa impavida donna non cede mai di un passo nella sua resistenza pacifica contro l’oppressione della giunta militare. Durante la lunga detenzione, Suu Kyi continua a ricorrere in appello contro la sua condanna, mentre governi stranieri e importanti personalità a livello internazionale chiedono a gran voce il suo rilascio.

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Nel 2010, il governo militare in crisi promuove una serie di timide riforme – allentando il controllo sulla società, l’informazione e l’opposizione politica – e, a 20 anni di distanza dalle ultime corrotte elezioni, richiama il Paese alle urne. È il 7 novembre e a vincere è l’Union Solidarity and Development Party (USDP), non a caso sostenuto dalla giunta e costituito da ex militari. Appena sei giorni dopo, il 13 novembre 2010, Aung San Suu Kyi torna finalmente in libertà.La sua tanto attesa rivincita è vicina. Nel 2012, in occasione delle elezioni straordinarie indette dal governo per ricoprire i 45 seggi vacanti in parlamento, l’NLD ne conquista 43 e Suu Kyi viene ufficialmente consacrata leader dell’opposizione. Devono passare altri tre anni prima che in Myanmar si svolgano le prime elezioni politiche considerate davvero libere e giuste.

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È l’8 novembre 2015. Questa volta, per i militari non c’è partita. La vittoria dello schieramento politico di Aung San Suu Kyi è ancora più schiacciante (circa il 70 per cento dei consensi) e, di fronte ai 150 supervisori inviati dall’Unione Europea, la giunta non può annullare i risultati elettorali. Ora, all’età di 70 anni e dopo una vita dedicata alla liberazione del suo popolo, la Lady birmana è libera di festeggiare. Sebbene la Costituzione le vieti di diventare formalmente presidente – in quanto madre di figli stranieri – la “Madre di Myanmar” è pronta a guidare a tutti gli effetti il proprio Paese verso la tanta agognata democrazia.

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Data:

21 Novembre 2015