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LA NUOVA FRONTIERA DELLA REPRESSIONE CINESE

Ogni volta che sembra impossibile fare peggio di così, la repressione della dittatura cinese riesce a spingersi oltre e toccare vette sempre più alte. È davvero difficile trovare altre parole per descrivere l’orrore che qualsiasi individuo che abbia vissuto in uno Stato di Diritto può arrivare a provare apprendendo la notizia della condanna a quattro anni di reclusione subita dalla giornalista cinese Zhang Zhan, tra le primissime persone nel Paese a raccontare con coraggio ciò che stava accadendo all’inizio del 2020, iniziando ad informare non solo i propri concittadini, ma il Mondo intero sulla pandemia che avrebbe poi portato dolore a milioni di famiglie. Ancora una volta, il governo cinese si dimostra incapace di prendersi le proprie (gigantesche) responsabilità nell’aver occultato la crisi sanitaria fino a quando essa non è andata totalmente fuori controllo, impestando tutta la popolazione mondiale. A tutt’oggi, per fare un esempio, non abbiamo dati sui morti da coronavirus in Cina che non siano quelli forniti dal partito unico di Xi Jinping, palesemente incongruenti con le percentuali di letalità verificatesi nel resto del Mondo. Mentre i media statali attribuivano il “successo” (secondo loro) nel contenimento del coronavirus alla leadership del presidente Xi Jinping, Zhang Zhan documentava l’affollamento di un ospedale con i corridoi pieni di letti ed entrava nei forni crematori per cercare di quantificare le vittime.

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Secondo il giudice del tribunale di Shanghai, Zhang, 37 anni, sarebbe colpevole di aver “raccolto litigi e provocato problemi” con i resoconti che condivideva sui social media, dove, secondo l’accusa, condivideva “informazioni false”. Non è neanche necessario specificare quanto sia paradossale accusare una giornalista di “aver creato problemi” per aver narrato ciò che era veramente un problema: il coronavirus. Oltre a quanto già detto, Zhang Zhan aveva denunciato anche la sparizione di tre suoi colleghi, anch’essi impegnati nella documentazione della crisi epidemica in Cina: Li Zehua, Chen Qiushi e Fang Bin. Dei primi due si sono avute notizie (uno è costretto in quarantena, l’altro è a casa sotto la supervisione del governo), del terzo ancora non si sa niente.

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Anche Zhan era poi stata fatta, a maggio, sparire dalle autorità cinesi, per poi ritrovarsi detenuta a Shanghai, distante oltre 600 km da Wuhan. Solo 4 mesi dopo fu concesso a un suo avvocato di andare a farle visita, trovandola in condizioni di salute preoccupanti. Addirittura, la donna sarebbe stata intubata per essere nutrita forzosamente in seguito ad uno sciopero della fame. “Zhang Zhan sembrava devastata alla lettura della sentenza”, ha riferito Ren Quanniu, uno dei legali della difesa di Zhang, che si prepara già a fare ricorso contro la sentenza. Fuori dal tribunale, alcuni giornalisti cinesi riunitisi (anche in protesta) sono stati dispersi dalla polizia. Una storia agghiacciante, che si verifica nello stesso Paese responsabile del massacro degli uigiuri, delle repressioni a Hong Kong e della diffusione incontrollata dell’epidemia di Covid-19. Il fatto che questo stesso Stato si appresti a diventare la prima potenza economica mondiale entro il 2028 dovrebbe causare una reazione forte in Occidente, ma la sudditanza nei confronti della Cina prosegue, con buona pace dei diritti umani e delle vittime di una delle peggiori dittature del XXI secolo.

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Data:

28 Dicembre 2020