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LA POLITICA DELLA PESCA IN EUROPA

Negli anni 70 vengono istituiti i primi strumenti della politica europea della pesca ma solo nel 1982 abbiamo la prima politica comune. Da allora molto è cambiato. Ciò che era iniziato come un insieme di strumenti per gestire modelli di pesca tradizionali tra un numero ristretto di Paesi è ora diventato un quadro giuridico e scientifico di ampia portata. Questa politica comune prevede misure finalizzate a rendere sostenibile l’industria europea della pesca attraverso la fissazione di norme che garantiscono una pesca europea sostenibile e che non arreca danno all’ambiente marino.

cms_2732/la-politica-comune-della-pesca.jpgSono 3 i tipi di norme sulla pesca:

1. Riguardanti le limitazioni dello sforzo di pesca, si impongono restrizioni sulle dimensioni della flotta presente in mare e sul tempo trascorso a pescare;

2. Riguardanti i limiti di cattura, si impongo restrizioni sui quantitativi di pesce che possono essere catturati;

3. Riguardanti le misure tecniche che stabiliscono come e dove si può pescare.

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Tutte le attività che ne scaturiscono sono realizzate principalmente con i finanziamenti erogati attraverso l’originario Fondo europeo per la pesca che dal 2014 è divenuto Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca. Parola d’ordine nel settore è priorità alla sostenibilità: l’obiettivo è garantire la redditività economica delle flotte europee e la conservazione degli stock ittici fornendo alimenti di qualità ai consumatori. Gestire il crescente impatto delle attività marittime tra loro e l’ambiente attraverso la pianificazione dello spazio marittimo. Il Fondo offrirà agli operatori gli incentivi per ridurre l’impatto delle loro attività sugli ecosistemi marini, ponendo fine all’eccessivo sfruttamento delle risorse e un arresto al depauperamento degli stock ittici.

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A tal fine, dal 2007 la Commissione europea ha avviato una serie di strumenti volti ad affrontare alcuni dei problemi cui si trovavano a far fronte le comunità che vivono di pesca. Si ricorda che in Italia, come in Europa, fino a qualche anno fa erano centinaia i piccoli centri che riuscivano a sopravvivere ed avere una economia grazie a tale risorsa. Tra il 2007 e il 2013 sono stati formati 312 partenariati composti da diversi soggetti locali, i Fisheries Local Action Groups, o Gruppi di azione locale per la pesca cosiddetti FLAG. Questi gruppi si sono impegnati nel creare nuove opportunità di lavoro e di crescita, stimolando attività alternative o complementari, coinvolgendo e facendosi portavoce delle esigenze della categoria coinvolta, riuscendo a volte a fare ricorso al FEP, Fondo Europeo Pesca. L’azione avviata nel 2007 è continuata, tanto che nel 2015, durante la conferenza “Sailing towards 2020: Community-Led Local Development in coastal communities” che vede coinvolti i maggiori Enti Europei del settore insieme alla Rete Europea delle zone di pesca (FARNET), è stato proposto ai FLAG di analizzare i risultati e di proporre nuove sfide e progetti da affrontare per il periodo 2014-2020. Sono stati proposti innumerevoli progetti, tutti molto validi che toccano varie tematiche come accorciare le filiere, aggiungere valore alle catture e ai prodotti locali, salvaguardare l’ambiente, migliorare l’immagine della pesca, collegare la pesca al turismo, sviluppare nuove attività intorno alla pesca, rendere più attraenti le zone di pesca, investire nelle persone.

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Vedremo quali e quanti di questi progetti avranno concreta realizzazione già nei prossimi anni e quali saranno i benefici per le piccole comunità marittime. E’ necessario ricordare che la politica dei fondi europei non è immediata ma si sviluppa su periodi settennali, pertanto, i benefici si vedranno nel medio-lungo periodo. E si spera che le comunità ittiche riescano nel frattempo a resistere e superare questo grave periodo di crisi.

Data:

19 Settembre 2015