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LA PRODUZIONE INSOSTENIBILE DELL’ OLIO DI PALMA

È l’olio vegetale più venduto al mondo, domina l’industria alimentare spesso mascherato sulle confezioni come “grasso vegetale”, ma è anche impiegato nella produzione di cosmetici e biocarburi. Il suo consumo continua a crescere anno dopo anno e di questo passo la sua domanda globale triplicherà entro il 2050. Tuttavia, l’industria dell’olio di palma è responsabile della distruzione di oltre 20 milioni di ettari di foresta tropicale in Indonesia e Malesia nel corso degli ultimi 30 anni, nonché di gravi violazioni di diritti umani nei confronti della popolazione locale.

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La palma da olio è una pianta quasi infestante originaria dell’Africa Occidentale che a metà del Diciannovesimo secolo è stata trasportata su navi mercantili in Asia, dove ora cresce a un ritmo di 0,4 milioni di ettari l’anno. Nessuna nazione al mondo, però, sfrutta questa pianta come Indonesia e Malesia. L’Indonesia, in particolare, ha una relazione centenaria con la palma da olio, la cui prima coltivazione risale al 1911 nel nord Sumatra. Già negli anni Venti, il Paese cominciò a esportare centinaia di tonnellate di olio crudo in Europa; ma fu solo a partire dagli anni Sessanta – attraverso la creazione delle Plantation Limited Company durante l’era del presidente Suharto – che le piantagioni cominciarono a espandersi trasformando intere foreste tropicali in monocolture. Oggi, l’Indonesia è in grado di produrre 20 milioni di tonnellate di olio l’anno, spartendosi con la Malesia il 90 per cento dell’intera produzione mondiale e i 70 miliardi di dollari annui incassati dalle esportazioni.

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Circa l’80 per cento di tutto l’olio prodotto al mondo è impiegato come additivo nell’industria alimentare. Grazie alle caratteristiche simili al burro e ai bassissimi costi di produzione, questo grasso vegetale è diventato in tempi recenti un ingrediente onnipresente nei cibi confezionati, sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) abbia affermato che è nocivo per l’organismo. La sua assunzione quotidiana, infatti, può favorire l’insorgere di problemi cardio-vascolari a causa dell’elevata concentrazione di grassi saturi al suo interno. Oltre a essere responsabile della commercializzazione di una sostanza potenzialmente dannosa per la salute umana, l’industria dell’olio di palma è coinvolta in innumerevoli casi di corruzione e di appropriazione illegittima della terra (land grabbing) a danno delle comunità locali. In Indonesia e Malesia – dove la coltivazione di palma da olio è stata sostenuta dai governi al fine di sradicare le sacche di povertà – i residenti che non possiedono i titoli sulla terra vengono inesorabilmente sfrattati o costretti a migrare in città in seguito alla distruzione della foresta da cui traevano sostentamento. In questo modo, gli unici ad arricchirsi sono i politici corrotti, le grandi multinazionali e gli investitori stranieri, mentre la popolazione locale rimane intrappolata in un vero e proprio lavoro forzato nelle piantagioni, dove sono stati riportati episodi di sfruttamento minorile. Anche quando sono lasciati liberi di coltivare ciò che vogliono, le comunità finiscono per convertirsi alla palma, poiché l’olio estratto dalla pianta è ormai diventato l’unica fonte di guadagno sul mercato locale. Nel frattempo, l’Indonesia ha già raso al suolo metà della sua foresta tropicale e, secondo l’UNEP (United Nation’s Environmental Program), rischia di completare l’opera entro il 2022. Sumatra è stata trasformata in una desolata isola di palme e gli effetti sulla fauna locale sono già più che evidenti: specie considerate “a rischio” dal WWF – come orangotango, elefanti, rinoceronti e tigri – sono ridotte a poche centinaia di esemplari. In tutto il Paese, milioni di ettari di terra sono considerati “protetti”, ma la foresta è ormai troppo frammentata e i parchi nazionali sono letteralmente accerchiati dalle monocolture che erodono gli ultimi habitat necessari per la sopravvivenza di queste specie in via d’estinzione.

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La distruzione delle foreste pluviali, inoltre, contribuisce in modo significativo (per circa un 20 per cento) al cambiamento climatico globale attraverso il rilascio di enormi quantità diossido di carbonio nell’atmosfera. Continuando a bruciare e abbattere milioni di ettari di giungla, l’Indonesia è diventata il terzo Paese al mondo per emissioni di gas serra, seconda solo a Stati Uniti e Cina. Da anni, gruppi ambientalisti come Greenpeace, WWF, EIA (Environmental Investigation Agency) e Rainforest Action Network organizzano manifestazioni di protesta e fanno pressione sui governi e sulle multinazionali coinvolte, affinché fermino la deforestazione e si impegnino in una produzione sostenibile. Tuttavia, a oggi solo il 15 per cento di tutto l’olio di palma prodotto al mondo soddisfa i criteri di sostenibilità stabiliti dal Roundtable for Sustainable Palm Oil (RSPO); una percentuale tutt’altro che incoraggiante vista la crescente domanda di questa sostanza sul mercato globale.

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Data:

18 Marzo 2015