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LA QUESTIONE EMBRACO

La FIOM conferma il congelamento delle lettere di licenziamento per i 497 dipendenti dell’Embraco per tutto il 2018, anno iniziato con l’annuncio del trasferimento della produzione in Slovacchia. La decisione dell’azienda sembra non avere come base una situazione di crisi alla quale far fronte: l’opinione pubblica, infatti, accusa i dirigenti di totale irresponsabilità e di mancanza di attenzione al valore delle persone, guardando per esempio ai casi di coppie, come Andrea e Senes, il cui reddito è completamente ‘appeso’ all’Embraco.

La storia dell’impresa è da sempre travagliata. Lo stabilimento di Riva di Chieri nasce negli anni ’70 da Fiat Aspera, quel ramo della Fiat che produceva frigoriferi, e nell’‘85 viene comprato dall’americana Whirlpool che, infine, nel 2000, lo cede a Embraco sempre sotto il suo controllo vigile. Qui iniziano i problemi. Già nel 2004, Embraco apre una sede in Slovacchia riducendo i posti a Riva; vengono annunciati circa 812 esuberi, dei quali ‘solo’ la metà effettivi grazie ai crediti stanziati dalla Regione e dalla Provincia di Torino. Stessa storia nel 2014: questa volta, la minaccia di licenziamenti di massa risulta aggirata da un protocollo di intesa stilato con la Regione.

Ma l’Embraco è solo uno di tanti casi. Questa propensione alla delocalizzazione oggi riguarda una percentuale crescente delle nostre imprese a livello nazionale, soprattutto in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, da cui fino al 2013 proveniva il 72% delle imprese trasferite.

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Purtroppo o per fortuna, la situazione del mercato europeo si presenta oggi molto variegata.

Infatti, nonostante gli interventi di Bruxelles volti ad omogeneizzare il livello di concorrenzialità dei Paesi membri e a far rientrare tutti in determinati standard di sviluppo – attraverso l’unificazione della politica monetaria e dei tassi di cambio, l’imposizione con il Trattato di Maastricht di limitazioni nell’ambito della politica fiscale (rapporto Deficit/PIL non superiore al 3%, debito/PIL al 60%) e la creazione di un Fondo per lo Sviluppo – è da non dimenticare un fattore importante, ovvero il fatto che, in realtà, le economie di ogni Paese proseguono su una diversa lunghezza d’onda. «Ci sono condizioni che sono strutturali, per cui alcuni Paesi in una diversa fase di sviluppo, come la Polonia, offrono un costo del lavoro più basso. – afferma il ministro Calenda – Io non potrei fare una norma che dice che per Embraco il costo del lavoro è un po’ più basso, perché sarebbe un aiuto di Stato. Ma penso si possano interpretare i trattati, nel senso di dire che, in questo specifico caso, cioè di un’azienda che si muove verso la Slovacchia, verso la Polonia, questa normativa può essere derogata».

cms_8616/3v.jpgLo scorso 20 febbraio ha avuto luogo un incontro tra il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda e il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager,per richiedere l’intervento dell’UE nella vicenda Embraco con lo scopo di fermare la delocalizzazione selvaggia e tutelare i lavoratori.

«La Commissione è molto intransigente nel verificare i casi segnalati in cui c’è un problema di uso sbagliato, ovvero non consentito, dei fondi strutturali, o, peggio, di aiuto di Stato per attrarre investimenti da Paesi che sono parte dell’Ue» questa la risposta della Vestager. La Commissaria tiene anche a ricordare che nel 2014 e l’anno scorso la Commissione ha “rafforzato” le regole sugli aiuti di Stato, «perché i fondi dovrebbero essere usati per creare nuovi posti di lavoro e non spostare posti da un Paese all’altro». Resta il fatto che i Paesi in via di sviluppo, soprattutto nell’area balcanica e nell’Europa centrale, sono mete molto attrative per gli investitori esteri, poichè la loro posizione dal punto di vista economico permette maggiore flessibilità. Nel caso specifico della Slovacchia, a conquistare gli imprenditori è il regime fiscale agevolato, l’abbassamento progressivo delle aliquote fiscali per le persone giuridiche (l’imposta sul reddito, ad esempio, in Slovacchia è al 22%, contro il 27,5% italiano), un sistema di ammortizzazione più favorevole per le spese di macchinari e impianti, un costo di manodopera inferiore e una sburocratizzazione nelle varie procedure. Dunque, non per giustificare la politica dell’azienda, ma guardando la vicenda dalla prospettiva degli industriali, si può dire che sia una scelta quasi comprensibile, essendo frutto di una grave situazione di scompenso.

Non sarà forse il caso, quindi, di trovare il giusto compromesso?

Data:

6 Marzo 2018