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LA RIVOLTA DI FILICUDI

Premessa

cms_21039/1v.jpgSon terre, le isole Eolie, in cui il vento gioca con le onde; sette perle di pescatori e persino agricoltori. Si sa tanto di esse, essendo ormai meta turistica di eccellenza. Mare, sole, la natura vulcanica. C’è altro? Sì, tantissimo. C’è il cuore degli abitanti, il loro radicamento in valori elevatissimi. Vulcano, Lipari, Salina, Panarea, Stromboli. Poi, un po’ fuori rotta e in qualche modo più protette, Alicudi e Filicudi. Le Eolie hanno conosciuto “storie” più che “la storia”, giacché decenni fa, vivendo in un microcosmo, le vicende mondiali apparivano forse come qualcosa di meno concreto della burrasca che impediva di avere un buon pescato. Gli eoliani sono sinceri e netti, come i loro gesti di marinai tramandati di padre in figlio. Nelle loro vene scorre sangue mitologico.

Di Liparo e di Eolo ma anche di Ulisse

Quando Liparo dovette lasciare la Campania a cagione di un litigio intercorso con i fratelli, si diresse in mare verso la Sicilia. Con i suoi fedeli guerrieri, raggiunse le isole a nord della Trinacria e vi si stabilì nella più grande, dandole un nome originato dal suo: Lipari.

cms_21039/2v.jpgUn dì, Eolo vi passò ed ebbe modo di incontrare Liparo, sì da stringersi amicizia tra i due. Fu l’occasione, per quest’ultimo, di chiedere aiuto al dio dei venti: la possibilità, grazie alla spinta del soffio divino, di fare rientro nella terra d’origine. Come ringraziamento per l’ausilio, avrebbe concesso, a Eolo, la mano della figlia Ciane nonché l’assoluto dominio su quelle terre belle e ardenti, circondate dal mare. Le isole, essendosi concretizzato l’accordo, presero dunque il nome di Eolie.

C’è altra leggenda, con scritturazione omerica. Eolo accolse Ulisse nell’arcipelago e gli donò il proprio otre, contenente i venti utili per gonfiare le vele e continuare il viaggio verso Itaca, proveniente da Troia. A sé lasciò un solo vento. Ma il ritorno a casa, per Ulisse, non avvenne poiché un gruppo di marinai decise di aprire l’otre, così da fare uscire i venti sfavorevoli che portarono Ulisse alla deriva, costringendolo alle ben note peripezie.

Ogni isola delle Eolie ha delle storie, piccole o grandi, da donarci affinché siano raccontate. Oggi, nel cinquantesimo anniversario dell’evento, è giusto narrare della “rivolta di Filicudi”. Una espressione di disprezzo nei confronti della mafia e di contestazione verso lo Stato. È un episodio, quello della primavera eoliana del 1971, poco conosciuto, forse perché non ci sono eroi e non ci sono stati morti. Gli eroi piacciono perché sono comodo alibi: agli eroi il compito di morire o soffrire, non a chi, non essendolo, può porre ogni forma di viltà tra sé e il dovere! I morti servono, agli stolti, affinché, pur negli osanna postumi, si abbia la sicurezza dell’eterno silenzio dei coraggiosi. E viene da pensare a Falcone e Borsellino. Umiliati da vivi e trattati come eroi solo da morti, tra mille ipocrisie.

Avrebbero osservato con attenzione, i due magistrati palermitani, se fossero stati in quel di Filicudi, nel 1971. E chissà se, tempo dopo, negli anni Ottanta, hanno rammentato quella vicenda, mentre si trovavano nella loro Asinara. Forse a Filicudi li avrebbero accolti da eroi in vita. Chissà.

Il contesto storico

Cosa accadeva, in Italia e nel mondo, nel 1971? E quanti di questi eventi, in realtà, apparvero interessanti agli occhi degli abitanti di Filicudi?

cms_21039/3v.jpgIl democristiano Giovanni Leone, che i siciliani conoscono pure come docente universitario presso la facoltà di giurisprudenza dell’ateneo di Messina, viene eletto sesto presidente della Repubblica Italiana, succedendo a Giuseppe Saragat. Sono pubblicati gli atti della commissione d’inchiesta su SIFAR e Piano Solo, con la (sorprendente?) conclusione della relazione della maggioranza: nessun tentativo di golpe, tra il 7 e l’8 dicembre dell’anno precedente. Sta di fatto che, di lì a qualche settimana, il ministro degli interni, dopo inchieste giornalistiche, afferma che sì, in effetti, un tentativo di colpo di Stato non sia da escludere. E Junio Valerio Borghese, anni prima protagonista dei residui di fascismo della Repubblica Sociale Italiana nonché sospettato di avere avuto un ruolo in detto golpe, fugge nella non propriamente democratica Spagna di Francisco Franco. Con la “legge Preti”, si dà il via a una riforma fiscale che porta, tra l’altro, alla nascita dell’IVA, tributo di matrice europea. E sempre del 1971 è l’approvazione della legislazione in materia di lavoratrici-madri.

Nella civilissima Svizzera si concretizza finalmente il voto alle donne, a distanza di un quarto di secolo rispetto all’Italia. Josip Broz, Tito, si reca in visita dal Papa: è improbabile che, nel loro dialogo, facciano capolino i tantissimi italiani istriani, dalmati e giuliani trucidati e infoibati dai titini. A proposito di Jugoslavia, Tele-Capodistria inizia, nel 1971, trasmissioni regolari in italiano, per poi raggiungere, via via, vaste aree territoriali del nostro Paese; di lì a qualche anno, la Rai perde il monopolio e assiste alla nascita e alla crescita di rete televisive private, divenendo prima “mamma-Rai”, poi sorella maggiore, poi parente più o meno fortunata, a seconda dell’indice auditel.

La Corte Costituzionale, censurando l’articolo 553 del codice penale e quindi eliminando il reato di “incitamento a pratiche contro la procreazione”, apre a produzione, commercio e pubblicità degli anticoncezionali.

Nel sud-est asiatico, escalation di violenza: le truppe sudvietnamite, appoggiate dagli USA, invadono il Laos. Tra la Cina comunista – ma non esattamente allineata all’Unione Sovietica – e gli Stati Uniti scatta la “diplomazia del ping-pong”: complice un torneo di tennistavolo, i due colossi iniziano passi per un dialogo. Qualche mese dopo, la Repubblica Popolare Cinese – non la Cina nazionalista di Taiwan – è ammessa all’ONU. Il presidente americano Richard Nixon, escludendo la convertibilità in oro del dollaro, vanifica gli accordi di Bretton Woods del 1944.

È del 1971 il divieto, negli States, di pubblicizzare le sigarette in tv, mentre in Italia ancora si canticchia una canzone di Mina di quasi cinque anni prima in cui pare inneggiarsi a un “uomo che sa di fumo” (con tanto di entusiastico “ta-ra-ta-ta!”). E ancora: il film “Love story”, privo di lieto fine e iconico nella frase “Amare significa non dover mai dire mi dispiace”, fa incetta di Oscar, Golden Globe e David di Donatello; il programmatore statunitense Ray Tomlinson inventa l’e-mail; si succedono i voli sullo spazio; viene fondata, a Parigi, “Medici Senza Frontiere”; Lucio Battisti dona il singolo “Pensieri e parole” alle serate in salotto e “La canzone del sole” allo strimpellio dei falò; l’Inter di Burgnich, Facchetti, Mazzola e Boninsegna vince il suo undicesimo scudetto.

E infine, sempre nel 1971, il procuratore della Repubblica Pietro Scaglione e l’autista Antonio Lo Russo vengono uccisi per decisione della ormai egemone mafia dei corleonesi di Totò Riina, mentre nella stessa Sicilia, lontano dai clamori e dalle miserie di una società malata, prende sempre più forma, in quell’alba degli anni Settanta del secolo scorso, il boom turistico nelle isole Eolie.

La rivolta di Filicudi, 26 maggio – 24 giugno 1971.

cms_21039/4v.jpgFilicudi viene appellata “isola dei diavoli” e, collegandola ad Alicudi, si ha la sensazione di una impronta metafisica particolarissima nelle due realtà più remote dell’arcipelago. Tuttavia, a Filicudi, di demoniaco v’è nulla. Molto più semplicemente, il riferimento non è tanto agli esseri malvagi, quanto all’assimilazione al loro naturale habitat: se, come si narra, a Filicudi esistevano ben otto vulcani attivi, si può immaginare l’ambientino non propriamente paradisiaco. Un inferno da veri diavoli. I cattivi della società, però, i filicudari non li vollero, protestando con veemenza. E, dunque, si mostrarono angeli che non vollero mescolarsi con gente – questa sì – da reputar degna di un vero inferno. Parliamo di mafiosi, per giunta nomi di spicco.

cms_21039/5v.jpgTutto ebbe origine il 5 maggio 1971, con il succitato assassinio, da parte della mafia, del Procuratore Capo della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione e dell’Agente Antonio Lorusso. Fu il primo omicidio eccellente, il salto di qualità nella offensiva della mafia contro lo Stato. Da rilevare che, tra le tante indagini seguite, il dottor Scaglione si occupò anche della scomparsa di Mauro De Mauro avvenuta nel settembre del 1970. Scaglione fu “attivissimo”, come dichiarò anche la moglie del giornalista sparito al settimanale “La Domenica del Corriere” del 13 giugno 1972. A seguito di ciò, la magistratura – “la magistratura, non il governo”: così si difese il Ministro dell’Interno Restivo in Parlamento – decise di inviare in soggiorno obbligato, proprio nell’isola delle felci, un nutrito drappello di costoro. Apriti cielo! Le isole Eolie avevano conosciuto decenni prima, per imposizione governativa che colà li mandò, gli antifascisti; e chiunque ben comprenderebbe che per gli ospitali eoliani – così come per qualsiasi persona di senso compiuto – non fosse esattamente la stessa cosa avere come vicini di casa gli avversari di una dittatura o i distruttori della società civile.

Fu il 27 maggio, il dì dello sbarco dei mafiosi a Filicudi. Il giorno prima, verso le 6 del mattino, erano però giunti nell’isola il sindaco di Lipari – e quindi anche della frazione di Filicudi –, Francesco Vitale, e trenta consiglieri comunali. Si tenne a Filicudi, per la prima volta, un consiglio straordinariamente lontano dalla sede di Lipari, con all’ordine del giorno “I mafiosi in quest’isola”.

cms_21039/6v.jpgUn popolo di pescatori uccide gli esseri viventi per nutrirsi. Si ha rispetto del pesce cui si toglie la vita per necessità. Nelle isole si seguono regole di esistenza, si condensa un’etica che è in primis basata sul sacrificio. Niente ricchezza facile, bensì gerle piene di sudore, campi da arare, reti da gettare, onde da affrontare, rischi da correre e, come è avvenuto in certe epoche storiche, paesi stranieri da raggiungere da emigranti, per incardinare una quotidianità di lavoro e fatica. Serve altro, per capire la distanza tra questa cultura e la scelleratezza mafiosa? Chi poteva mai pensare di mettere assieme, in pochi chilometri quadrati, il peggio e il meglio della società?

V i furono barricate, assembramenti: la tensione si poteva toccare con mano, tra abitanti – rimpolpati da persone arrivate da altre isole – e forze dell’ordine in assetto antisommossa. Ricorda Marcello Sorgi, per il quotidiano La Stampa: “Il rifiuto della popolazione, appena duecento manifestanti sparsi su uno scoglio senza strade, né acqua, né luce, di dare assistenza agli sgraditi ospiti, fu contrastato in modo minaccioso e con inutili prove di forza da polizia e carabinieri”. Roma aveva mandato navi da guerra, mezzi blindati e trecento carabinieri trasportati con un piroscafo. Fra tutto questo clamore e mostrar di muscoli statale, intanto, i mafiosi alloggiavano in un piccolo albergo, abbigliati come turisti – del resto, la bella stagione primaverile ed estiva apriva il cuore all’allegria – e, “ovviamente”, dichiaravano la inesistenza della mafia. No, non erano mafiosi, visto che la mafia non esisteva. Si dichiaravano, piuttosto, benefattori “pronti ad aiutare gli amici in difficoltà”. Evidentemente a Filicudi non amavano certi autoproclamatisi filantropi, in odor di lupara … . Sbarcarono in quindici e forse sono sufficienti tre nomi per capire la consistenza del gruppo: Gaetano Badalamenti, che concluse la sua vita in un penitenziario americano dal quale non disdegnava indirizzare obliqui messaggi, Giovanni (“John”) Bonventre, ritenuto potente “capodecina” della famiglia Bonanno di New York e Mario Brusca, padre di quel Giovanni che, una ventina di anni dopo, sarebbe stato tra gli artefici della strage di Capaci.

cms_21039/7v.jpgI figli di Filicudi – dunque figli del mito –, sdegnati, agirono con platealità. Stante l’inutilità di ogni resistenza passiva, lasciarono l’isola. I circa duecentocinquanta filicudari si trasferirono a Lipari dove trovarono la calda accoglienza di parenti e amici o l’ospitalità di strutture alberghiere. Insomma, attuarono un modo civile per contestare una scelta inopportuna, evitando spargimenti di sangue. Vi sarebbero tornati una decina di giorni dopo, soltanto una volta appreso che il Governo aveva concepito un dietro-front, destinando altrove, nella sarda Asinara, quelle non gradite persone. Si, la stessa Asinara che, dal 5 al 30 agosto del 1985, vide i palermitani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con le loro famiglie in un momento storico – e per certi versi irripetibilmente crudele – della lotta dello Stato contro la mafia. Una vittoria della caparbietà.

Sarà pure denominata isola dei diavoli ma la cancrena mafiosa – avranno pensato – è decisamente troppo! “Via i mafiosi dall’isola!”, gridava il comitato civico formatosi per l’occasione. Senza quelle ombre nere, non fu pregiudicata la tranquillità e la vocazione turistica nascente. Possiamo cogliere quanto quel grido possa oggi essere rappresentativo del desiderio dell’intera Sicilia rispetto all’azzeramento del fenomeno mafioso.

cms_21039/8v.jpgOccorre però attentamente soffermarsi sulle “giornate di Filicudi”, su quelle tensioni non sfociate in tragedia. La resistenza popolare, che si fece nobilissimo abbandono dell’isola e – di lì a poco – si tramutò in emblematico disimpegno elettorale, era riferita al non accogliere – loro, i fieri e puri isolani – quelle soggettività accostate a un mondo le cui nefandezze si mostravano sempre più alla collettività civile, con rilievi di cronaca nera drammatici. Ma la protesta, con tanto di citata diserzione delle urne, era rivolta allo Stato, reo di essersi reso protagonista – si potrebbe dire “ancora una volta” – di una decisione a carico di chi, ignaro ed escluso dai processi decisionali verticistici, si trovava a subire una scelta assolutamente penalizzante per il tessuto sociale ed economico siciliano.

Parve, quella sommossa sostanzialmente pacifica, essere dotata di una genuinità non ravvisabile in altri fenomeni di ribellione italiana di quegli anni e può sembrare, in definitiva, la continuazione di quel senso di disillusione del popolo siciliano – in questo caso i siciliani di Filicudi – che, pur così entusiasta nelle dinamiche unitarie, si vedeva tradito. Eppure, i Siciliani erano stati così prodighi nel versare sangue, specie dal 1860, per la causa italiana! I Mille di Garibaldi, grazie all’impegno dei trinacri sin dallo sbarco marsalese, non fecero la triste fine dei Trecento di Pisacane, la cui sfortuna fu forse sbarcare a Sapri e non in Sicilia. Ucronie. Ebbene, i Siciliani si videro “ripagati” con impalpabili miglioramenti in certi ambiti, peggioramenti netti in altri, il classico poco misto al nulla, nonché un allontanamento geografico del centro decisionale. Allargando la riflessione, in quel 1971 di Filicudi può trovarsi un desiderio di autodeterminazione – inconscia rielaborazione di indipendentismo? – e una rivendicazione di avversione al fenomeno mafioso. Due aspetti interessanti, se sol si pone mente a come, molto spesso, le istanze autonomiste e le ipotesi di partiti unici regionali si siano fuse nella regia mafiosa. A Filicudi no. Un “no” ai mafiosi, corpi estranei e, al contempo, ribellione nei confronti dello Stato che non considera le esigenze locali. Attenzione, non quel “né con la mafia, né con lo Stato” che è già grave tiepidezza nei confronti della prima e dannazione giuridica ed etica; semmai una avversione verso i boss e una critica ferma e forte verso il potere legittimo che dimostra scollamento a danno di una periferia reputata invisibile.

A Filicudi si è scritta una delle pagine più emozionanti della storia d’Italia, stranamente dimenticata. Un evento che mette in luce ancora una volta il carattere non rassegnato dei siciliani che contraddice tanti luoghi comuni; e forse anche per questo poco ricordato. Coloro i quali sono ritenuti ultimi sono sovente i primi. Con merito.

Epilogo

cms_21039/9v.jpgIn questo 2021, con l’emergenza sanitaria Coronavirus che persiste, le Eolie sono un sogno, per chi non vi abita. Così come è mera speranza il villeggiare. Si pensa ai vaccini, ai poveri defunti, ai malati e agli angeli della sanità; si pensa alle strutture ospedaliere, come lo Spallanzani di Roma. E, guarda caso, nel 1788, Lazzaro Spallanzani, per fini scientifici, risiedette per più di un mese proprio nelle isole Eolie. Peraltro, fu il primo naturalista a metter piede ad Alicudi. Ebbe modo di studiare, sperimentare, considerare. Si concentrò anche sulla popolazione locale, traendo conclusioni cristallizzate in centinaia e centinaia di pagine. Un patrimonio inestimabile. Negli abitanti dell’arcipelago notò “invidiabile beatitudine”, “una piena tranquillità e contentezza che inondava i loro cuori e che traspariva al di fuora”. Li descrisse come gente d’ingegno pronto e sveglio, presti all’apprendere, acuti nel penetrare, e vogliosissimi di sapere. Aveva ragione!

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21 Febbraio 2021