Traduci

La Russia prepara la bomba tsunami

La Russia prepara la bomba tsunami

cms_8341/siria_missili_usa2.jpgIl governo russo starebbe sviluppando una potentissima nuova arma nucleare, trasportabile con un drone sottomarino e capace di scatenare uno tsunami di acqua radioattiva. Si tratta della Status-6 AUV, nome in codice Kanyon per il Pentagono e nota in Russia come ’Ocean Multipurpose System Status-6’. Dopo le indiscrezioni circolate già da qualche tempo, la conferma dell’esistenza dell’arma arriva dal ’Nuclear Posture Review’ del Pentagono che la elenca tra quelle dell’arsenale nucleare russo.

Kanyon, come scrive la rivista statunitense di tecnologia ’Popular Mechanics’ sulla base dei documenti russi trapelati, è progettata per spazzare via le coste nemiche e renderle invivibili per generazioni. Si tratta di un drone sottomarino in grado di trasportare un ordigno di 100 megatoni, ovvero due volte più potente della ’Bomba Zar’, l’arma termonucleare più potente mai sperimentata.

La ’bomba tsunami’ è progettata per attaccare le aree costiere, con l’obiettivo di distruggere città, basi navali e porti. Sarebbe in grado di generare uno tsunami artificiale di acqua contaminata con l’isotopo radioattivo Cobalto-60. Le aree toccate, si legge su ’Popular Mechanics’, sarebbero off-limits per l’umanità fino a 100 anni.

La potentissima arma è progettata anche per aggirare le difese dei missili balistici americani, in primo luogo i missili intercettori Ground-Based che si trovano in Alaska e in California.

Bianco Melania, il tailleur delle polemiche

cms_8341/melania_trump_tailleur_afp.jpgEra la più attesa. E non ha tradito le aspettative di chi l’ha accolta con una standing ovation e uno scroscio di applausi. Sorridente ed elegantissima, per il discorso sullo stato dell’Unione del marito, Melania Trump ha scelto un tailleur avorio, spiccando nel mare di ’divise’ nere delle parlamentari dem, vestite in total black in solidarietà col movimento #MeToo. Un dettaglio del suo look, però, non è passato inosservato agli addetti ai lavori. A finire sulla gogna, stavolta, è stata la mise scelta da lady Trump: un tailleur bianco, composto da giacca e pantalone, firmato Dior, che in tanti hanno letto come un attacco indiretto al marito.

Il colore è lo stesso delle suffragette, già caro a Hillary Clinton durante la campagna elettorale. Una scelta azzardata, cui è stata attribuita una doppia valenza simbolica. Se da un lato, dopo la campagna presidenziale il bianco è diventato la tinta ’no Trump’ per antonomasia, dall’altro l’abito di Melania ha contrastato nettamente con il nero delle democratiche. Inoltre, si trattava della prima apparizione pubblica della First lady dopo la vicenda della pornostar salita agli onori della cronaca per una presunta liasion con The Donald.

Sulle colonne del ’New York Times’, Vanessa Friedman non ha usato mezzi termini. Per la giornalista di moda si tratta “esattamente del tipo di abbigliamento diventato simbolo della rivale del marito durante le elezioni”. “Un’uniforme anti-Trump”, insomma, che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro lontano dalle stanze dei bottoni e storcere il naso a molti. Una polemica forse superficiale, ma che tra gli addetti ai lavori ha suscitato diverse critiche. “Naturalmente, è possibile che la signora Trump abbia scelto l’abito per distinguersi dalla marea nera delle democratiche – ha rimarcato Friedman – dopo la protesta delle star ai Golden Globes in onore di Time’s Up e #MeToo”.

“È possibile – continua Friedman – che la signora Trump l’abbia fatto per mostrare solidarietà alle repubblicane, esortate a indossare i patriottici rosso, bianco e blu, così come hanno fatto i membri del Gabinetto. È possibile che le sia piaciuto il colore e ciò che simboleggia (i nuovi inizi e anche, naturalmente, la purezza). Ed è possibile che non avesse idea che Maria Grazia Chiuri, la direttrice artistica di Christian Dior, abbia debuttato con la sua prima collezione disegnando una T-shirt bestseller con lo slogan “dovremmo essere tutti femministi””.

“Ma dato che i vestiti sono diventati una linea di demarcazione simbolica durante il discorso sullo stato dell’Unione come mai prima d’ora – ricorda Friedman – i membri del Congressional Black Caucus hanno espresso il loro punto di vista anche attraverso il loro abbigliamento. E’ difficile credere che le interpretazioni possibili della sua scelta siano sfuggite alla First lady”.

Lo’anno scorso una polemica simile investì lady Trump. Durante il primo discorso del consorte, Melania indossò un costosissimo tailleur nero di Michael Kors in risposta al bianco sfoggiato dai membri democratici del Congresso che avevano optato per la tinta delle suffragette come protesta contro Trump. Viste le polemiche suscitate allora, “la signora Trump deve essere consapevole di quello che indossa durante questi eventi particolari – spiega la giornalista -. Soprattutto perché negli ultimi mesi ha dimostrato di essere perfettamente conscia del modo in cui un abito può essere usato per inviare messaggi”.

Friedman ricorda infine la decisione di Melania di indossare una blusa Gucci color ciclamino durante la campagna elettorale, conosciuta Oltreoceano come ’pussy-bow’. Un nome che richiama la parola ’pussy’, usata da Trump come offesa sessista in un fuorionda pubblicato dal ’Washington Post’. Una provocazione che allora aveva sollevato un polverone di polemiche. “Sebbene all’epoca non fosse chiaro se la signora Trump avesse davvero compreso le implicazioni della scelta di quella camicetta – evidenzia la giornalista – il tailleur bianco di oggi non lascia spazio a dubbi”.

Uma Thurman: “Weinstein aggredì anche me”

cms_8341/Uma_Thurman.jpgNel novembre scorso l’attrice Uma Thurman aveva fatto capire di essere stata una delle vittime di Harvey Weinstein con un post su uno dei suoi social nel quale affermava di avere ottimi motivi per essere arrabbiata, usava l’hashtag #metoo (comunemente utilizzato per denunciare molestie sessuali in relazione alla vicenda Weinstein) e augurava un buon giorno del Ringraziamento a tutti tranne che, utilizzando il nome proprio del produttore, ad Harvey, al quale diceva “non meriti neanche una pallottola”. Adesso l’attrice ha deciso di dire tutto e lo ha fatto con una lunga intervista a Maureen Dowd sul ’New York Times’.

Uma Thurman ha condiviso un momento importante della sua carriera proprio con Weinstein come produttore e con Quentin Tarantino come regista, ovvero il successo di ’Kill Bill’. Anche a quel successo è legata la sua rabbia, una “emozione complessa” verso il produttore causata anche dalle tante aggressioni ad altre donne che ha compiuto dopo quella nei suoi confronti.

L’attrice ricorda poi che il film ’Kill Bill’ è stato “un simbolo della lotta delle donne” e quindi in tante accettarono di incontrare da sole Weinstein in luoghi come camere d’albergo proprio perché lui era legato a quel film e loro “convinte che chiunque avesse raggiunto una tale posizione non avrebbe mai fatto nulla di illegale”.

Nel suo specifico caso l’attrice racconta che il produttore si era spogliato in sua presenza nel suo albergo a Parigi, in occasione di un colloquio dopo il successo di ’Pulp Fiction’ (1994), ma che lei allora non si sentì minacciata e pensò solo che fosse eccentrico, bizzarro.

Un successivo episodio, a Londra, fu però più diretto e violento: “E’ stato come un colpo alla testa. Mi ha spinto. Ha provato a ’esibirsi’. Ha fatto ogni genere di cose spiacevoli ma non ha utilizzato tutta la sua forza per costringermi. Ero come un animale che cerca di sfuggire alla presa, come una lucertola. Io facevo tutto il possibile per riprendere il controllo della situazione”.

Dopo quell’episodio Uma Thurman fece sapere al produttore che se avesse fatto la stessa cosa ad altre donne lei gli avrebbe rovinato la carriera, la reputazione, i rapporti familiari, e a più riprese raccontò a Tarantino l’accaduto ma solo molti anni dopo il regista affrontò Weinstein, che si scusò.

Nella stessa intervista l’attrice racconta infine che sul set di ’Kill Bill’ Tarantino la forzò a girare in prima persona una scena nella quale doveva guidare in velocità un’auto su una strada dal fondo poco aderente e fiancheggiata da palme, lei perse il controllo della vettura che si schiantò contro una palma causandole problemi fisici ancora oggi non risolti, lamentando un atteggiamento tutt’altro che solidale da parte di produttore e regista.

Suicida il figlio di Fidel Castro

cms_8341/castro_fidel_figlio_maggiore_afp.jpgFidel Castro Diaz-Balart, 68 anni, figlio maggiore dell’ex leader cubano Fidel Castro, è morto suicida. Lo riportano i media di Stato cubani che spiegano come mesi fa l’uomo era stato in cura per una forte depressione.

“Il dottore in scienze Fidel Ángel Castro-Balart, che era stato assistito da un gruppo di medici per diversi mesi per un profondo stato depressivo, ha attentato contro la sua vita la mattina di oggi primo di febbraio”, si legge sull’organo di stampa ufficiale ’Granma’. “Durante la sua attività professionale, interamente dedicata alle scienze, ottenne importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali. I suoi funerali saranno organizzati secondo le decisioni della famiglia”.

Soprannominato “Fidelito” per la sua somiglianza con il padre, il primogenito del fondatore della rivoluzione cubana nacque dal primo matrimonio di Fidel Castro con allegra Diaz-Balart, figlia di un politico cubano degli anni ’40. Nato il primo settembre 1949, “Fidelito” è stato inviato da suo padre in Unione Sovietica per studiare fisica nucleare, un settore nel quale ha ricoperto alte cariche dal 1983 al 1992, prima di essere nominato Vice-Presidente dell’Accademia delle scienze di Cuba, ruolo che ha ricoperto fino alla sua morte.

Fidelito è stato un simbolo della complessità dell’esperienza cubana dopo la rivoluzione. Dopo il divorzio tutta la famiglia Diaz-Balart era fuggita in esilio volontario nella vicina Florida, terra dell’imperialismo yankee. “Mi rifiuto persino di pensare che mio figlio possa dormire una sola notte sotto lo stesso tetto dei miei nemici più ripugnanti e ricevere sulle sue innocenti guance i baci di quei Giuda miserabili”, scrisse il defunto leader cubano in una lettera a sua sorella.

Quando Fidel arrivò al potere la donna aveva mandato il figlio a trovare il padre, che però non l’aveva più fatto rientrare negli Usa ed era stato per questo accusato di vero e proprio rapimento. Più tardi, dopo che Castro si è risposato, Fidelito diventò il maggiore di una grande nidiata di bambini, ben 11. Fidelito era anche il cugino del rappresentante degli Usa Mario Diaz-Balart e dell’ex membro del Congresso degli Stati Uniti Lincoln Diaz-Balart, grandi nemici di Fidel Castro.

Negli anni ’80, il líder máximo aveva sfruttato suo figlio per guidare il programma nucleare di Cuba. Nato da un’idea: la Centrale Nucleare di Juragua, un complesso appoggiato dalla Russia destinato a potenziare con orgoglio l’isola comunista e fornire una spinta durante i periodi di crisi economica. Il figlio maggiore della dinastia di Castro sembrava improvvisamente destinato alla grandezza.

Quei sogni sono crollati insieme al muro di Berlino. L’implosione dell’Unione Sovietica ha privato Cuba, per un periodo, del suo più grande benefattore. Allo stesso tempo, problemi insormontabili di natura tecnica e finanziaria hanno condannato la fabbrica, che è diventata una reliquia abbandonata della Guerra Fredda. L’anziano Castro accusò pubblicamente il figlio, che licenziò senza tante cerimonie nel 1992. “Non c’è rassegnazione. E’ stato licenziato per incompetenza. Qui non c’è una monarchia”, disse.

Anche se Fidelito avrebbe in seguito ottenuto nuove nomine – al momento della sua morte, era consigliere scientifico del Consiglio di Stato e vicepresidente dell’Accademia delle scienze di Cuba – non è mai riuscito a riprendersi. Pochi lo consideravano un giocatore serio nella politica dell’isola, ora governato da suo zio, Raul Castro, che dovrebbe dimettersi ad aprile.

Autore:

Data:

4 Febbraio 2018