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La Siria e la primavera araba

Tutto nasce con la primavera araba, quei moti rivoluzionari che hanno colpito, a uno a uno, tutti, o quasi, gli stati arabi: dopo Tunisia, Libia ed Egitto, oggi, la Siria, del giovane presidente Bashar Al Assad, è al centro di una guerra civile che, ad attenti osservatori non può sfuggire, altro non è che una sommossa pilotata per interessi economici. Finora i tentativi di golpe sono miseramente falliti, pur con migliaia di vittime, in quanto Assad gode del consenso popolare del Medio Oriente: la Siria è uno dei pochi, se non l’unico, paese arabo dove, prima di oggi, esisteva la libertà di informazione e le minoranze religiose godono di una libertà unica in tutti paesi orientali. Insomma, un paese democratico, autonomo e all’avanguardia sotto l’aspetto della laicità e della tolleranza.

cms_62/Bandiera siria (1).jpgTutto questo dà fastidio ai Paesi del Golfo, agli Stati Uniti, alla Russia e, perfino, alla Cina: tutti con interessi economici e geopolitici nella zona. Il petrolio è al centro degli interessi dei paesi occidentali, mentre la Russia di Putin possiede una base navale nel nord della Siria che costituisce supporto logistico alla flotta russa e sbocco, unico, nel Mediterraneo. La Cina, dal canto suo, ha interessi, in quanto fitti sono i rapporti commerciali con Damasco.

cms_62/Guerra 2 s (1).jpgEcco spiegata la disinformazione e il tentativo di manipolare l’informazione, in Italia e all’estero, nascondendo la verità e raccontando bugie. Perfino Papa Francesco, nel suo messaggio di qualche domenica fa, ha chiesto se la guerra in Siria serva a risolvere “i problemi” o per “vendere le armi?”. E ha invitato a far cessare la violenza e a riprendere il dialogo.

cms_62/Guerra 3 (1).jpgAssad sta resistendo agli attacchi, alla guerra civile, mentre, fortunatamente il fronte occidentale, sempre compatto, ha subito una crepa, con i tedeschi e, anche con noi, italiani, che ci siamo tirati indietro. Si sono aggiunti, successivamente, gli inglesi. Restano in campo solo gli Usa e la Francia, con la scusa delle armi chimiche, e Turchia, Israele e Arabia Saudita a fare gli amici interessati. Di certo c’è che Obama, Premio Nobel per la pace, bombardando la Siria rischia di scatenare la terza guerra mondiale, ma a sua volta, non bombardando, si gioca la propria reputazione sul piano internazionale.

cms_62/Guerra 1.jpgL’Onu si muove, ma a “gestire” il tutto sono sempre gli stessi: quelli che la guerra la vogliono. Anche se non ufficialmente. Intanto, c’è fermento nella base ONU di Brindisi: in caso di guerra in Siria, l’aeroporto militare “Pierozzi” sarebbe il fulcro dell’attività umanitaria. Nella prima fase, l’Onu sarà grado di iniziare una nuova missione di pace in pochissimo tempo con il materiale in possesso, una sorta di “di primo intervento” fatto di camion, tende, ospedali da campo. Nella seconda fase, gestita dal Pam o Wfp (Programma alimentare mondiale o World food programme) potrà inviare aiuti di prima necessità, cibo e medicine. La Base logistica di Brindisi è un centro di smistamento delle comunicazioni satellitari e di sostegno informatico con strutture di addestramento specializzato nelle missioni di pace. Diverso e sicuramente ben più attivo è il ruolo della Base di pronto intervento umanitario (Unhrd) che fa parte di un network insieme a Accra, Dubai, Subang e Panama City, che mantiene lo stock di materiali pronti per essere distribuiti nelle emergenze: non solo guerre, ma anche disastri naturali, ovunque essi avvengano. Purtroppo.

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1 Giugno 2014