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LA VISIONE IMPRENDITORIALE DI “SERGIO FONTANA”

Riprende il nostro viaggio alla ricerca dell’eccellenze italiane nel settore dell’imprenditoria e delle arti. Questa volta abbiamo deciso di rincontrare l’Amministratore unico della Farmalabor, azienda leader nel settore farmaceutico, Sergio Fontana. Nell’esclusiva intervista che ci ha rilasciato, all’indomani della nomina a Presidente di Confindustria Albania, si “mette a nudo” raccontandoci di crisi economica, ruolo d’impresa, sviluppo del territorio e innovazione. Mettendo in evidenza, per una crescita socio-economica virtuosa, due valori aggiunti: la diversità e le risorse umane.

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Dott. Fontana, in qualche articolo l’hanno descritta come lo Steve Jobs dell’imprenditoria italiana. Lui inizia l’attività in un garage, lei in un locale di pochi metri quadri. Jobs diventata leader mondiale della tecnologia, lei, invece, innova un settore farmaceutico di nicchia come la galenica diventando una grossa realtà economica internazionale: si sente più innovatore o “semplicemente” un imprenditore che ha rischiato il proprio capitale per realizzare solo un profitto?

Sono sempre stato un individuo con una forte visione imprenditoriale e una forte volontà. Quando ho iniziato è stato molto difficile; ma, pur avendo poche risorse a disposizione, ho puntato da subito su innovazione e ricerca. Comunque, ogni imprenditore deve prendersi tutte le responsabilità per fare impresa. Anche se, fare impresa oggi, è diventata molto dura.

Quando ha capito che il suo futuro non era nella farmacia di famiglia?

Quando ho iniziato a capire che rimanendo li sarei diventato come Carlo d’Inghilterra. Tutti avrebbero continuato a vedermi come il figlio della “farmacia Fontana”, e non del Dott. Fontana, mio padre. A questo punto ho preferito trovarmi un’altra strada.

cms_7374/foto_1.jpgOltre a essere vice presidente di Confindustria Bari-Bat e Presidente della zona territoriale Bat, dal mese scorso è stato nominato anche Presidente di Confindustria Albania: riguardo all’industria italiana, può farci un punto della situazione?

Ho sempre detto che “la Storia non si fa con i se”: se avessimo meno burocrazia, se avessimo politici diversi, se la Farmalabor fosse a Nord…La storia si fa con i “nonostante”. Anche se da un quadro generale non siamo ancora venuti fuori dalla crisi economica, in Italia ci sono imprese che, nonostante le grosse difficoltà, creano ricchezza per i propri lavoratori e per il territorio. Ma per farlo devono cercare di adattarsi a un mercato in continuo cambiamento.

Secondo i recenti dati ISTAT, per quanto concerne il mercato del lavoro, si registrano aumenti occupazionali trimestrali dei contratti a termine, mentre le percentuali diminuiscono su base annuale. E il Mezzogiorno ha il più alto tasso di disoccupazione. Perché questi dati continuano ad essere così poco confortanti?

In Italia è ancora molto radicata la cultura del “posto fisso”. E anche se la situazione, dopo il Jobs Act, è leggermente cambiata, è difficile poter licenziare. Fermo restando che la forza delle imprese sono le risorse umane, oggi un lavoratore può decidere quando vuole di andar via, mentre l’imprenditore non può licenziare liberamente.

Come spiegherebbe questo concetto alla Camusso?

Un buon contadino taglia i rami meno secchi per avere una pianta produttiva che possa dare più frutto. Questo nelle aziende italiane, rispetto a quelle del Nord Europa, è difficilissimo. Bisogna avere la possibilità di assumere e di andare d’accordo fino a quando si va d’accordo, come marito e moglie alla fine di un matrimonio.

Li abolirebbe i sindacati?

Assolutamente no! La mia è la terra di Giuseppe Di Vittorio e non posso che essere favorevole ai sindacati, purché questi difendano il lavoro. A volte la difesa del lavoratore a oltranza, secondo me, porta le aziende ad assumere con contratti a tempo determinato.

È così che assume i suoi dipendenti?

Nella mia azienda la maggior parte dei miei dipendenti lavora a tempo indeterminato; ma non per pura filantropia. Ho necessità che le persone che lavorano con me, abbiano un posto tranquillo e stiano in posto sicuro. L’ottica è che il dipendente deve poter lavorare con il fine di riuscire a pagare un mutuo o di comprarsi un’autovettura.

cms_7374/etica.jpegEsiste l’etica nell’impresa?

Si! È una cosa fondamentale per una serena convivenza sul territorio tra i cittadini e le aziende. Per noi di Confindustria l’etica è molto importante perché lavoriamo moltissimo sulla responsabilità sociale d’impresa nel creare ricchezza salvaguardando l’ambiente circostante e la salute delle persone. Promuovendo, e in molti casi anche sostenendo, le iniziative culturali in collaborazione con le Associazioni non profit.

Da circa un decennio molte aziende italiane fanno grande uso della Cassa Integrazione. Gli ammortizzatori sociali sono un bene o un male per la nostra economia?

Sono un bene se vengono utilizzati in maniera corretta. Se invece vengono utilizzati da quelle aziende che nel frattempo delocalizzano l’attività produttiva, allora sono molto dannose per il nostro sistema paese.

Cosa ci può dire riguardo al costo del lavoro?

Fermo restando che le tasse sono molto importanti per uno stato che deve poter garantire dei pubblici servizi alla popolazione, il problema è che ce ne sono troppe. Gran parte di quello che diamo in busta paga al lavoratore viene lasciato di tasse. Almeno per quelle aziende serie che le pagano. L’elevato costo del lavoro, sicuramente, è legato anche all’evasione fiscale. E in Italia si fa ancora molta fatica a considerare ladro e delinquente, l’imprenditore che evade.

Perché l’economia italiana cresce a passo di lumaca?

Abbiamo una macchina statale che costa troppo, con un debito pubblico che continua a crescere. E la burocrazia, per noi imprenditori, è un grosso freno per la crescita e lo sviluppo.

Cosa servirebbe per far ripartire l’economia del nostro paese?

Certamente meno burocrazia! A seguire: investire in ricerca e innovazione, più presenza dello stato per il rispetto delle regole e più cultura d’impresa.

C’è qualcuno del mondo della politica e della cultura, di ieri, che ha lasciato un segno indelebile nella sua mente e che la ispira?

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Il mio ideale assoluto è Adriano Olivetti. È stato, forse, primo imprenditore a portare innovazione ed etica nell’impresa. E lo dimostra il fatto che ha portato il bello nei luoghi d’impresa, no solo per una questione filantropica. Ha puntato molto sul welfare in azienda: asili per i figli dei dipendenti, mense, campi scuola ecc… Diceva che se un dipendente lavora in un luogo bello, produce di più.

E oggi, invece, c’è qualche personalità cui guarda con ammirazione?

Mi vengono in mente Zuckerberg o Jobs; ma nessuno fino a oggi, come Olivetti, è riuscito a unire il profitto all’etica.

Cosa significa, per Sergio Fontana, la parola Diversità?

È un punto di forza e un valore aggiunto da cui partire per creare ricchezza e sviluppo. Io sono per l’esaltazione della diversità in azienda. L’essere diverso dal punto di vista etnico o di genere, se riusciamo a dargli il giusto valore, è sempre positivo per noi imprenditori. Nella mia azienda, per esempio, ci sono più donne che uomini perché, secondo me, sono più capaci. Le donne riescono ad assolvere più compiti contemporaneamente.

Ci sono dei momenti in cui pensa di non farcela?

Spessissimo! I miei mostri si materializzano la mattina presto nel dormiveglia. Mostri finanziari e di mercato che a volte sembrano insuperabili; ma con razionalità, pianificazione, strategia e tenacia, riesco a sconfiggerli.

Data:

5 Ottobre 2017