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LA VISIONE KANTIANA DELLA METAFISICA

La grande dimostrazione kantiana è che non esiste metafisica come scienza! Ma non solo. Kant dimostrò che non esiste metafisica come scienza attraverso la Critica della ragion pura, rivelando che alla sensibilità e all’intelletto appartiene il sapere scientifico, ossia alla spazialità-temporale e ai giudizi. Di là da questi, la ragione pura apre ad una dialettica che è teorica solo per il suo tendere all’unità, ad una sintesi massima; sintesi che aveva accompagnato tutto il processo conoscitivo e fenomenologico, ma che nella ragione dialettica risulta del tutto arbitraria. Non si gridi allo scandalo, esaminiamo il processo seguito da Kant in questa sezione della Critica, la dialettica.

La ragione pura, “dialettica” è per Kant la facoltà delle idee. Verifichiamo insieme l’ordine di queste idee. Come nasce l’idea del mondo? La ragione dialettica non ha a-priori. Al contrario della sensibilità, che dispone delle forme pure a priori “spazio” e “tempo” e dell’intelletto, che dispone delle forme pure a priori, delle “categorie”. Kant scrive di un a-priori che è “unità” e la ragione dialettica manca di altre forme pure a priori. Tuttavia, la ragione dialettica dispone di prodotti immaginativi che sia l’estetica trascendentale sia l’analitica trascendentale hanno realizzato coscientemente. Usiamo questo termine dato che l’io-penso e l’autocoscienza sono sempre presenti in ogni operazione del soggetto, oltre ad essere attività sintetizzatrice. Sicché la ragione dialettica si ritrova con una serie di fenomeni, legati inscindibilmente all’attività sintetizzatrice dell’io e con un’autocoscienza attiva, inscindibilmente legata ai fenomeni.

Questi sono gli esiti di cui la ragione dialettica dispone, ma come opera? E che succede? Cerchiamo di cogliere anche l’implicito. Vi è un’unica istanza teorica da cui la ragione dialettica sembra sospinta: l’unità, la sintesi massima. Ultima, che in sé dovrebbe includere gli esiti dell’intera conoscenza. E questa prospettiva sarebbe

plausibile se ci fosse continuità tra intelletto e ragione, il che non è. L’intelletto conosce il rigore delle categorie, la loro universalità e necessità, non può in alcun modo prescindere dall’esperienza. Il nesso tra fenomeno ed io-penso è inscindibile.

La ragione dialettica, al contrario, disconosce del tutto il rigore, strappa i fenomeni all’esistenza e dà loro gli antichi caratteri spinoziani: “in sé e per sé” ed ecco “il mondo”. Medesima è l’opera dialettica esercitata su l’io-penso, di sostanzializzazione ed ecco che, separato l’io dalla sua attività pensante conoscitiva, esso si fa “anima”.

Il gap tra analitica trascendentale e dialettica trascendentale è enorme. Enorme la distanza che separa intelletto da ragione, scienza da metafisica. Rigorosa la logica, quale “vestibolo di tutte le altre scienze” – come Kant la denomina – libera la dialettica. Qui il pensiero muove per inferenze, paralogismi, antinomie. La dialettica trascendentale inferisce da ciò che è noto a ciò che è ignoto liberamente, ossia dal fenomeno al noumeno. I noumeni sono mondo, anima, Dio. Sono inferenze, dunque i noumeni sono pseudostanze?

Ciò che possiamo affermare è che la scienza è parto dell’intelletto e che alla metafisica non si giunge attraverso la scienza, neppure per via teorica. Quale scompiglio, quale arbitrio sconvolgono la ragione dialettica. Che è? Mai?

Ecco le ragioni dello stravolgimento: fin dal suo nascere, la ragione rivela una sua specifica identità che nulla ha di teorico: la libertà. Ma qui nella dialettica essa nasce come arbitrio, infatti la si vede muovere senza norme, senza regole. Dunque, l’area teoretica non è la sua sfera d’azione. Qui è vero che pensa ideali e per questo la ragione teoretica è denominata come la facoltà delle idee, ma altra è la sua dimensione: la dimensione pratica.

Il gap tra analitica trascendentale e dialettica trascendentale è enorme, enorme la distanza che separa l’intelletto dalla ragione: l’intelletto conosce “il rigore logico, conosce l’universalità e la necessità” delle categorie, sue forme a priori”. Scienza è la sua conoscenza, scienza di fenomeni legati all’io-penso, indissolubilmente. La ragione dialettica non conosce, pensa, non ha scienza, non conosce il rigore, proprio della logica, disconosce la funzione delle categorie… Tuttavia, opera sui fenomeni sull’io penso, utilizza una categoria, la sostanza, privandola della funzione che le era propria nell’analitica di “presente ora e qui” e ridandole i caratteri spinoziani di “in sé e per sé”. È così che la ragione dialettica accoglie la molteplicità dei fenomeni da’ loro unità, l’unica forma di cui dispone la ragione dialettica, dunque la sussume in unità e la sostanzializza in Mondo. Ecco la prima idea, ecco il primo noumeno, al di là della scienza, ecco il frutto di un pensiero dialettico inferenziale da ciò che era noto: la molteplicità dei fenomeni a ciò che è ignoto il mondo. Analogo il procedimento che conduce dall’io-penso all’anima. La seconda idea, il secondo noumeno il frutto dei un pensiero inferenziale, da ciò che era noto come attività unificatrice autocoscienza a livello di analitica trascendentale, a ciò che è ignoto: anima, a livello di dialettica trascendentale. Qui ritorna prepotente la domanda “Quid Juris”?

Con quale diritto la ragione dialettica sussume in unità il molteplice dei fenomeni e tutte le attività dell’io-penso, la sua autocoscienza. Quale è il raccordo tra analitica e dialettica? Se tra l’estetica trascendentale e l’analitica trascendentale il gap fu sanato dall’immaginazione trascendentale; qui tra analitica e dialettica ciò sembra ancor più necessario. Invece il gap rimane e il procedere della ragione risulta arbitrario fittizio e privo di esiti. Almeno sotto l’aspetto teoretico, non rileviamo alcuna rivelazione. Anima, mondo e la loro sussunzione in unità somma: Dio, non sono metafisica, la loro materia sono i fenomeni e l’autocoscienza, ossia sono la conoscenza; e ad essa non basta l’unità datale dalla ragione per assumere dignità di metafisica. Altra è la scienza, altra la metafisica. Kant a mo’ avviso ha voluto dimostrare inconfutabilmente che la metafisica non solo non è oggetto di sapere scientifico, ma che la metafisica non appartiene alla ragion pura!

Ma che cosa rivela Kant nella dialettica trascendentale?

Il pensiero inferenziale, l’uso di paralogismi e antinomie, questo suo procedere senza norme e regole rivela la presenza di una realtà ignota all’attività teoretica: la libertà non ancora determinata ma nel suo nascere, come arbitrio. Ecco che la ragione strappa i fenomeni all’io e all’esperienza, strappa l’io-penso alla sua attività conoscitiva e li assolutizza, sussumendoli poi in un’unità assoluta: Dio.

La rivelazione della dialettica trascendentale è dunque la libertà, la cui realtà metafisica, perché è lei che oltrepassa ogni limite scientifico, ogni rigore angusto dell’intelletto e cerca di manifestarsi non tuttavia in un ordine teoretico. La sua area è pratica!

La metafisica Kant la coglierà nell’attività morale, e come nella ragion pura l’unità è il fine che guida l’attività; nella critica della ragion pratica e nella critica del giudizio entrambi aree della metafisica, è la perfezione il fine che le conduce.

Data:

26 Giugno 2024

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