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L’Argentina sbarra la strada alla legalizzazione dell’aborto

A nulla sono valsi gli sforzi degli attivisti che erano riusciti finanche a convincere l’antiabortista Presidente Mauricio Macrì a non porre il veto ad un eventuale “sì” del Congresso. E dire che il giudizio positivo di giugno, da parte della Camera, aveva lasciato ben sperare.

Al termine di una lunga sessione in Senato, 38 voti contro 31 favorevoli, hanno respinto la proposta di legge già approvata dalla Camera.

Hanno vinto le ragioni del “no” dei gruppi pro vita, in gran parte cattolici ed evangelici, con i fazzoletti azzurri a sventolare il loro inno alla vita.

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Per le giovani donne che avevano affidato al colore verde la speranza di poter interrompere una gravidanza indesiderata in maniera legale, sicura e gratuita, resta l’amara considerazione di vedersi scippare un diritto di civiltà dopo ben 13 anni di dure battaglie (il loro movimento combatte dal 2005).

E a nulla porterebbe il compromesso pensato dal Presidente Macrì di inserire nel progetto di riforma del codice penale la depenalizzazione dell’aborto, in quanto la misura si applicherebbe solo alle donne. Per medici e farmacisti abortisti resterebbe un crimine, e sfido chiunque a trovare una persona disposta a rischiare il carcere per una battaglia, per quanto nobile essa sia.

La proposta di legge, volta a salvaguardare la salute delle donne scongiurando i rischi legati ad interruzioni di gravidanza illegali, di fatto non potrà contrastare l’attuale disposto legislativo che, numeri alla mano, favorisce il proliferare dell’aborto clandestino, con 350.000 interruzioni di gravidanza praticate illegalmente.

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I dati che riflettono la situazione attuale parlano di 47.000 donne che ogni anno vengono ricoverate per complicazioni post aborto e di almeno 50 donne che muoiono per le conseguenze di interventi praticati bypassando anche le più elementari regole igieniche e sanitarie.

La nuova legge puntava a riconoscere il diritto all’interruzione di gravidanza fino alla quattordicesima settimana, oltre il terzo mese in caso di stupro, pericolo per la vita della donna e gravi malformazioni fetali, e sarebbe stato inserito nel programma medico obbligatorio come prestazione medica di base, quindi essenziale e gratuita.

Eppure l’Argentina non è poi così lontana se nella civilissima Italia il presidente nazionale del Popolo della Famiglia, Mario Adinolfi, plaude alla decisione del Senato argentino.

Il Popolo della Famiglia ritiene che l’Italia possa prendere esempio dall’Argentina e che la strada sia quella di intervenire culturalmente sui medici italiani” ha commentato il giornalista, incalzato da una feroce canicola estiva che non risparmia ahimè nessuno.

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Ci sono questioni che riescono a cogliere consensi unanimi, guadagnandosi senza ostacoli il diritto all’oblio. Alzi la mano chi si sognerebbe di rimettere in discussione, per esempio, il provvedimento di divorzio: sarebbe anacronistico, il solo pensiero ci strapperebbe un sorriso. Certo, il sospetto che sia più facile tutelare un diritto universalmente riconosciuto, da uomini e donne nella stessa misura, rispetto ad una questione “di genere”, sorge spontaneo. Per noi donne l’elementare esercizio di vederci riconosciuti basilari diritti diventa inevitabilmente “questione femminile”, quasi a voler rimarcare che ce ne dovremo far carico contando solo sulle nostre forze.

Ora, non so a voi, ma a me già da noia chiunque cerchi anche solo di entrare con consigli e suggerimenti nella mia fisicità, sia essa funzionale che meramente estetica, e nutro profonda riconoscenza alla vita per avermi consentito di nascere in una generazione ed in un contesto in cui un argomento così profondamente personale come l’aborto mi sia stato offerto come un diritto e non come una battaglia per cui lottare ogni giorno.

Ma quello che accade in Argentina ci deve far riflettere. Su 21 Paesi dell’America Latina solo 3 autorizzano attualmente l’interruzione volontaria della gravidanza: Cuba, Guyana e Uruguay. E L’Argentina era ad un passo dal cambiamento. Se fosse passato il provvedimento, la terra di Papa Francesco avrebbe inciso pesantemente facendo se non vacillare, perlomeno riaprire il dibattito, ammorbidendo le linee dei movimenti pro vita.

Proprio l’Argentina, che nel 2010 aveva per prima, tra i Paesi dell’America Latina, legalizzato i matrimoni gay, ha perso l’occasione di confermarsi portabandiera del cambiamento spaccandosi sull’aborto.

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In migliaia hanno manifestato in Messico e Costa Rica a sostegno degli attivisti pro aborto argentini. L’educazione sessuale deve essere in grado di decidere, i contraccettivi per non abortire e l’aborto legale per non morire: questo è il loro motto.

Secondo l’Arcivescovo di Buenos Aires, Mario Poli, “Il disegno di legge mette degli essere umani indifesi e vulnerabili, che si trovano in gestazione, in una strada senza uscita, senza possibilità di difendersi, senza giudizio né processo”. Non fa una grinza, al netto di riconoscere l’assoluta negazione del diritto di discernimento alle donne.

E non stiamo parlando di sentimenti, valori, o orientamenti politici: l’aborto riguarda la fisicità e non riconoscere il libero arbitrio alla fisicità individuale è come avallare la logica limitativa delle catene al collo degli schiavi.

Il Presidente Macrì ha giudicato il risultato nella sua pienezza, giudicando il voto, al di là dei diversi orientamenti, una vittoria per la democrazia.

E’ vero, la democrazia è la più alta espressione della libertà di pensiero, ma bisognerebbe avere il giudizio, quando si è chiamati ad esprimerci, di considerare che, nello stesso stesso istante in cui ce ne serviamo, probabilmente stiamo ponendo una forte opzione sulla vita degli altri.

Nel voto Argentino ha pesato la prevalenza dei “no” fra i rappresentanti delle province settentrionali di estrazione rurale a scapito del “sì”delle province più cosmopolite e progressiste del centro sud. Un po’ quello che è accaduto con la Brexit nel Regno Unito, dove le generazioni non fruitrici di un certo concetto di Europa hanno congelato il sogno di migliaia di giovani, sradicandone il futuro.

Nel 2019 terminerà la legislatura argentina. Il sogno allunga solo la scadenza, confidando che le migliaia di ragazze che hanno manifestato per strada riescano a far breccia nelle menti di altri esponenti politici come è successo per l’ex oppositrice, la senatrice Cristina Fernandez de Kirchner.

Data:

11 Agosto 2018