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L’ARMATA DI SCHIAVI DI KIM JONG-UN

Da decenni la Corea del Nord schiavizza i propri cittadini inviandoli a lavorare in altri Paesi per incassare moneta straniera, vitale per la fragile economia della “Nazione isolata”. Questo programma d’immigrazione pianificata, introdotto negli anni Ottanta da “l’Eterno Presidente” Kim Il-sung, è stato ampliato sotto suo nipote, l’attuale leader Kim Jong-un, in risposta all’inasprirsi delle sanzioni internazionali da parte delle Nazioni Unite.

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Secondo un recente studio condotto dal North Korea Strategy Center e dal Korea Policy Research Center, i lavoratori nordcoreani all’estero sono raddoppiati nel primo anno di governo del nuovo dittatore: nel 2012, infatti, erano già 65 mila in 40 Paesi. Tuttavia, le organizzazioni in difesa dei diritti umani ora ne contano molti di più: per gli attivisti sono circa 100 mila gli schiavi di Kim Jon-un sparsi in tutto il mondo. Sfruttati in fabbriche cinesi, cantieri medio-orientali, miniere russe e malesiane, gli immigrati nordcoreani lavorano a ritmi estenuanti, senza un contratto né un’assicurazione sanitaria. Sono vittime di un sistema orwelliano in cui le “guardie del corpo governative”, dopo aver confiscato il loro passaporto, controllano costantemente i loro movimenti e le loro comunicazioni, costringendo i connazionali a spiarsi l’un l’altro. Vivono in condizioni disumane, completamente isolati dalla comunità locale, e quando cercano di scappare o di denunciare la propria situazione, subiscono brutali rappresaglie contro i propri parenti in patria.

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Tuttavia, lavorare all’estero è considerato un grande privilegio in Corea del Nord, dove il salario medio mensile (in wong) vale meno di un dollaro ai tassi di cambio del mercato nero. Per questo, il metodo di selezione degli immigrati è molto competitivo e tanti sono costretti a pagare mazzette per ottenere la possibilità di partire, nella speranza di uno stipendio migliore da spedire a casa. All’estero, però, i lavoratori nordcoreani vedono i propri salari depositati direttamente su conti controllati dal governo di Pyongyang, che attraverso tasse e “contributi volontari” al Partito Coreano dei Lavoratori, riesce a trattenere più del 90 per cento delle rimesse degli immigrati.

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Questo sistema di “schiavitù sponsorizzata dallo Stato” permette alla Corea del Nord di aggirare l’attuale embargo internazionale – attuato dalle Nazioni Unite nel 2006 in seguito a suoi test nucleari – e di riempire le perennemente deficitarie casse statali. Nel 2012, il North Korea Strategy Center ha calcolato che il regime riusciva a intascare tra i 150 e i 230 milioni di dollari in valuta straniera ogni anno, solamente grazie allo sfruttamento degli immigrati. Oggi, questo brutale business potrebbe valere molto di più.

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NK Watch, un’organizzazione di dissidenti nordcoreani con base a Seoul, sospetta che Kim Jon-un utilizzi questo denaro per comprare beni di lusso ai membri dell’élite governativa, finanziare opere celebrative nella capitale e ampliare i propri minacciosi programmi nucleari. Le Nazioni Unite accusano ancora una volta Pyongyang per l’ennesima violazione dei diritti umani; ma i Paesi ospitanti, tutti membri dell’International Labour Organization (ILO), continuano a sfruttare la miserabile condizione dei lavoratori nordcoreani, nettamente inferiore agli standard stabiliti dalla stessa ILO a livello internazionale.

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Data:

25 Giugno 2015