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L’ARTE TRA L’ORRORE

L’apocalittica negazione della bellezza presente nei ghetti e nei campi di internamento è riuscita a trasmutarsi in una dimensione di onirica bellezza attraverso l’espressione artistica.

Ogni storia possiede sempre un margine che sconfina nell’ultramondano che ne sconvolge la trama.

L’arte visiva è stato il modo attraverso il quale gli artisti sono riusciti a non farsi spogliare della bellezza interiore, di quella bellezza attraverso la quale ciascuno può investire quel talento di evangelica memoria che rinnega l’essere associato al nulla, il finire deietto in un deserto spirituale.

E il proprio talento gli artisti deportati lo hanno investito nel modo migliore consegnando alla Memoria opere notevoli per il loro valore educativo.

Coscienti dell’importanza della loro testimonianza per le generazioni future, gli artisti si adoperarono di lasciare le loro opere in luoghi ipoteticamente o possibilmente sicuri, affidandoli talvolta a compagni di sventura.

E così è giunto fino ai nostri giorni un immenso patrimonio di graffiti, schizzi abbozzati con strumenti di fortuna, fumetti e poi dipinti, tanti più o meno noti in ragione dell’autorevolezza dell’autore, ma tutti di pari intrinseca portata terapeutica perché non di dovesse dimenticare una delle pagine più orribili della storia della disumanità.

Alcuni artisti sono sopravvissuti all’inferno dell’Olocausto e hanno continuato a dipingere, altri non hanno voluto più prendere in mano il pennello e è doveroso non chiedere il perché.

Molti, ripeto tanti, hanno lasciato la testimonianza di quanto hanno visto e sofferto (testimonianza che divenne talvolta capo d’accusa presso l’opinione pubblica e nei processi). Tutti hanno trovato un dio nella propria interiorità mentre l’orrore negava l’umanità trascinandola nell’inferno terrestre, ciascuno degli artisti ha trovato nella propria arte la risposta a quella domanda ma… Dio dov’era ? con cui ho condiviso su questa pagina una riflessione alla quale rimando chi volesse leggerla o rileggerla

https://www.internationalwebpost.org/contents/RICORDARE_PER_NON_DIMENTICARE_20733.html#.YBBRXOhKiUk

Le espressioni artistiche sono visibili in tutti i campi e nei musei dedicati all’Olocausto. Compendiarli tutte richiederebbe uno spazio opportuno per dare dignità all’immenso repertorio la cui nota dominante è il disperato aggrapparsi alla vita per sconfiggere il suo destino di morte.

Le “Crocifissioni” di Chagall

Mi limito a compulsare alcuni dipinti ma con riserva di lasciare aperto questo tema per successivi approfondimenti.

Prendo abbrivio da La crocifissione bianca (1938) di Marc Chagall, ebreo chassidico, naturalizzato francese. Conservato nel The Art Institute di Chicago è riconosciuta come il primo manifesto visivo di denuncia delle persecuzioni razziali antisemitiche, per il suo contenuto “ecumenico”. Nel dipinto, noto anche per essere il quadro preferito di Papa Francesco, la figura di Cristo crocifisso (il cui simbolo ebraico è rinvenibile nel «Tallit», lo scialle indossato dagli uomini durante la preghiera ebraica e nell’avere, al posto della corona di spine, il capo cinto da una stoffa bianca) è schiantato su un paesaggio di distruzione e persecuzione. Particolare oserei dire ontologico una scala, strumento di uso comune per una crocifissione ma che qui è forse il simbolo del collegamento tra il cielo e la terra, tra l’uomo e Dio.

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Marc Chagall, Crocifissione bianca

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Marc Chagall, Crocifissione gialla

Il tema verrà ripreso più tardi nella Crocifissione gialla (1938-’42) in cui, spirandosi al “Cristo giallo” di Gauguin, Chagall rappresenta un clima inquietante caratterizzato da alcuni volti impalliditi nel cobalto, cavalli luciferini come simboli di Morte e tutto il simbolismo sembra polarizzarsi nell’antitesi tra Bene e Male.

David Olère

David Olère, deportato dal 1943 al 1945, inizia a disegnare nell’ultimo periodo di prigionia raffigurando scenari di vita quotidiana ad Auschwitz-Birkenau che verranno poi donati al Ghetto Fighters’ House di Israele. Nell’opera di Olere non vi è nulla di sentimentale ma solo la verità essenziale della memoria visiva. Non a caso le sue opere acquistarono una tale importanza da essere utilizzate nei processi del dopoguerra ai nazisti. Particolarmente credibili furono ritenute le opere che ritraggono la vita quotidiana del Sonderkommando.

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David Olère, The Experimental Injection

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David Olère, Arrival of a Convoy

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David Olère, The Food of the Dead for the Living

Edith Birkin

Decisamente strazianti sono le opere di Edith Birkin, deportata nel ’41 al Ghetto di Łódź e in seguito ad Auschwitz. Sopravvissuta lavorando in una fabbrica di munizioni.

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Edith Birkin, A Camp of Twins: Auschwitz

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Edith Birkin, The Last Gasp: Gas Chamber

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Edith Birkin, The Last Goodbye

La storia di Tamara Deuel è simile alle altre. La sua arte visiva ha trovato espressione anche in struggenti poesie. “La guerra è finita nel 1945. Per me, l’Olocausto non finirà mai”. In queste parole il suo testamento spirituale.

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Tamara Deuel, Untitled

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Tamara Deuel, Untitled

cms_20762/11.jpgCharlotte Salomon

Charlotte Salomon, una ragazza di venticinque anni ha lasciato 1000 guazzi realizzati tra il 1941 e il 1942, quando viveva in clandestinità a Nizza, prima di essere deportata ad Auschwitz.

cms_20762/12.jpgFelix Nussbaum

Nussbaum, deportato con l’ultimo convoglio partito dal Belgio per Auschwitz, ha lasciato uno straordinario repertorio di testimonianze visive riguardo la propria persecuzione. Gli autoritratti eseguiti tra il 1943 e il 1944, prima della deportazione finale ad Auschwitz, mostrano paura, disprezzo e disperazione.

In particolare l’ Autoritratto con carta d’identità è divenuto simbolo dell’Olocausto.

(foto di copertina – Eva Fischer pittrice jugoslava testimone della Shoah– l’arte diventa memoria)

Data:

27 Gennaio 2021