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LE LACRIME DI VIRGINIA

Non ha trattenuto la commozione alla Messa di Natale nell’Ostello della Caritas. Non la sindaca di Roma, ma Virginia, la donna che sulle spalle si è caricata un peso troppo grande da portare da sola. Quello di una città bella quanto difficile. Di un palazzo insidioso che, assieme agli intrighi, ha visto tessersi trame oscure, proprie della politica più infima, che mal si coniuga con l’onestà, issata a stendardo della flotta grillina, mentre avanzava alla volta dell’aula Giulio Cesare.

Gli occhi lucidi di lacrime, un sorriso sincero, desideroso di condividere con chi ne è degno, quello spaccato di cuore, senza timore alcuno di giudizio. Gli ospiti della Caritas non giudicano perché quando si è destinatari di un gesto d’amore che nulla vuole in cambio, farlo non viene più naturale. Si diviene parte di un ingranaggio di compassione chiamato “comunità”. Ci si abitua alla condivisione, al punto che basta un solo sguardo o una semplice frase per sentire addosso il peso dell’interlocutore. Avviene una piccola magia: i sentimenti si liberano ed iniziano a fluire. Le emozioni abbattono il muro dell’autocontrollo. Si appare per ciò che si è. E forse era di questo che Virginia aveva bisogno in un “momento un po’ difficile”. Di rompere gli schemi delle risposte fredde e talvolta sprezzanti, rivelando il suo lato umano.

Ecco cosa ha toccato tutti noi, nella notte più misericordiosa dell’anno, quella di Natale. Sarebbe venuto spontaneo abbracciarla. Certo, per riconsolare lei, Virginia, non la sindaca. E a lei sarebbe venuto spontaneo chiedere: perché…? Perché quel raggio magico, difeso ad oltranza? Perché quelle nomine?

Ma sono domande alle quali è la figura istituzionale a dover rispondere, non la donna. Così si è colto l’attimo e in quella commozione s’è specchiata l’Italia, in lutto per la perdita a Berlino di Fabrizia. Intimorita dalla scure implacabile di un impoverimento che pare destinato a non fermarsi. Il pensiero è corso ai luoghi del terremoto, alle persone senza più casa, senza più cari. Al terrore della guerra in Siria.

Ma in quelle lacrime s’è soprattutto riflessa la condizione di fragilità propria di ogni essere, che non sopprime nell’onere di una responsabilità pubblica. Meno male! Si diventa presidenti, ministri, sindaci, ma si resta persone. E si piange quando il moto interiore straripa oltre gli argini, faticosamente alzati ogni giorno per affrontare una quotidianità travolgente, troppo spesso spietata.

Data:

26 Dicembre 2016