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LE TRADUZIONI DI POESIA –  William Shakespeare: Sonetto XXXIII

 

Nel 1989 un articolo firmato da Franco Buffoni parlava abbastanza diffusamente di Shakespeare: il titolo era I Sonetti di Shakespeare.

“Affascinanti e misteriosi come e più del poco che si conosca della vita del loro autore, mistero nel mistero, dunque i 154 sonetti composti del corso dell’ultimo decennio del 500 apparvero nel 1609, pubblicati da un editore di scarsa reputazione. Shakespeare era ancora in vita, non solo, ma all’apice del successo: quarantacinquenne, nei tre precedenti anni aveva concluso Otello, Re Lear, Macbeth e Antonio e Cleopatra eppure parve ignorare la pubblicazione, tanto da ingenerare il sospetto che fosse avvenuta a sua insaputa, piratescamente.” In effetti di Shakespeare si conosce poco. Drammaturgo e poeta inglese (Stratford-upon-Avon 1564 – ivi 1616). Il giorno esatto della sua nascita è dubbio: il certificato di battesimo è datato 26 aprile, ma si è voluto che la nascita risalisse a tre giorni prima per farla coincidere sia con il giorno della morte, che si sa con sicurezza avvenuta il 23 aprile di cinquantadue anni dopo. Appena diciottenne, il 28 nov. 1582, sposò Anne Hathaway, di otto anni più anziana di lui, e nel maggio successivo nacque la figlia Susanna, mentre nel febbr. 1585 nacquero i gemelli Judith e Hamnet, quest’ultimo morto all’età di undici anni. La vita di S. negli anni successivi non è documentata, ma è probabile che trovasse impiego per qualche tempo presso famiglie della piccola nobiltà cattolica del Lancashire, e nelle loro biblioteche arricchisse la sua cultura storica e umanistica. L’unica certezza è che nel 1592 egli era già noto nell’ambiente teatrale londinese come attore e mestierante di teatro […].Gli inizî erano stati quelli di un qualunque aspirante attore del tempo, assunto a giornata dall’una o dall’altra compagnia in ruoli secondarî; ma ben presto egli dovette rivelare il suo talento nel contribuire alla creazione collettiva di nuovi testi drammatici o alla rielaborazione di quelli esistenti, tanto da divenire spesso il collaboratore principale alla stesura di copioni scritti a più mani. Erano nati così sia la tragedia di vendetta sul modello senechiano Titus Andronicus, sia il dramma storico in tre parti Henry VI, sul travagliato regno di Enrico VI, trasformato poi in tetralogia con l’aggiunta di Richard III, sia almeno una commedia, The taming of the shrew. Allo scoppio della pestilenza (1592) egli aveva probabilmente completato (questa volta quasi esclusivamente in proprio) la stesura di un altro paio di commedie, The comedy of errors (sul modello plautino) e The two gentlemen of Verona (un’anticipazione di quelle commedie romantiche all’italiana che scriverà negli ultimi anni del Cinquecento), e della grande tragedia storica Richard III, e aveva forse già avviato opere che, nell’incertezza del presente, si sarebbero potute affidare ai ragazzi operanti nei teatri privati, non soggetti ai provvedimenti di chiusura dei locali pubblici. È significativo che il suo nome appaia per la prima volta come autore non sul frontespizio di opere teatrali, ma su quello di due poemetti narrativi pubblicati negli anni in cui infuriava la peste: Venus and Adonis (1593, ristampato dieci volte in un ventennio) e Lucrece (1594, noto anche come The rape of Lucrece), le uniche opere la cui stampa sia stata curata personalmente da S., dedicate entrambe al suo nobile patrono Conte di Southampton, quasi per dimostrargli che il poeta di teatro non era rimasto inoperoso nella stagione morta. … Certamente S. aveva incominciato per tempo a comporre sonetti, e continuato fin verso il 1609, allorché un editore ne raccolse centocinquantaquattro, pubblicandoli insieme al convenzionale poemetto A lover’s complaint, sotto il nome di S. e con una dedica a un enigmatico Master W. H. È una raccolta certamente non curata dall’autore (si dubita che A lover’s complaint sia dovuto alla sua penna), ma quel che conta è la straordinaria pregnanza del linguaggio in componimenti destinati ai “suoi amici privati” (come ebbe a dire un contemporaneo dell’autore), e che tuttavia non devono essere considerati come confessioni personali: il drammaturgo S. crea il personaggio del poeta, che usa la sua arte per trasformare la convenzione del sonetto d’amore in espressione formalmente perfetta di un sentire assai più profondo e complesso.  Per quanto ovvio, trattandosi di uno dei più grandi poeti di tutti i tempi (in un olimpo ideale sarebbe accanto a Omero e a Dante), rimandiamo la lettura integrale della biografia e delle opere al link https://www.treccani.it/enciclopedia/william-shakespeare/. Eccoci dunque al sonetto, argomento trattato da Buffoni. Perché furono pubblicati sotto pseudonimo? Perché, affermava Buffoni, la dizione senza mediazioni del sentimento d’amore del poeta, dichiaratamente e in prima persona, era per un altro uomo. Infatti Shakespeare tenne sempre lontani da sé i sonetti, opera invece più intimamente sua, ma inadatta a essere gridata da un palco a un pubblico che variava ogni sera. L’opera nacque per raccontare la passione d’amore nella complicità della ristretta cerchia di giovani aristocratici e intellettuali dominata dalla figura del Conte di Southampton. Dobbiamo anche aggiungere, d’altro canto, che la biografia di Shakespeare, accanto ad alcuni dati certi, è piena di buchi e di punti interrogativi,  dunque  non c’è un nesso che unisce l’individuo William Shakespeare all’Io dei suoi personaggi, così da rivelarne le idee e la vita interiore. Ma questo, ovviamente, non toglie nulla alla sua poesia. La sua persona, invece, fu teatrale in ogni senso. In Italia i sonetti di Shakespeare furono tradotti da Angelo Olivieri e da Ettore Sanfelice alla fine dell’Ottocento. Seguiranno Pietro Rebora, De Stefani e Maria Antonietta Marelli; ottima l’edizione Einaudi 1965 con traduzioni di Melchiorri e di Alberto Rossi. Né possiamo trascurare i quaranta sonetti tradotti da Ungaretti così come pure i tre tradotti da Montale. Fanno parte della storia della poesia. Pubblichiamo dunque uno dei più noti sonetti di Shakespeare nella traduzione, all’epoca inedita (era il 1988) di Franco Buffoni.

Data:

5 Luglio 2024

One thought on “LE TRADUZIONI DI POESIA –  William Shakespeare: Sonetto XXXIII

  1. Notevole e interessante, / ma a traduzioni non io amante, / specialmente d’altra ere: / mi paion false, / non rime vere. / Traduci balze, / allor dirupi;/ ci puoi tu stare / per collimare, / se vuoi, con lupi. / Son altri suoni / di quel sonetto; / ispirazioni, / pur se perfetto.

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