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LE TRE IPOTESI: QUAL È LA VERA ORIGINE DEL VIRUS?

Dan Brown avrebbe materiale a sufficienza per un nuovo best seller. I numeri, già da soli, potrebbero bastare per redigere un “Inferno 2”: più di due milioni di contagiati nel mondo, di cui quasi la metà in Europa. La scienza, dal canto suo, non si sta fermando e si concentra sulla ricerca per mettere un punto all’emergenza. Più in sottofondo, non si fermano le discussioni sulla possibile genesi del virus. Il Washington Post propone tre teorie: “una chiaramente falsa, una probabile ma non supportata da prove note e una sostanzialmente vera”. C’è un punto in comune, da tenere bene a mente, tra tutte e tre: il laboratorio.

La prima ipotesi è collegata alla ricerca sulle armi biologiche. Nel mese di gennaio, quando partiva il lockdown nella provincia di Hubei, il Washington Time (giornale espressione del mondo conservatore) riportava una ricerca di Dany Shoham. L’ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana sosteneva che “il virus potrebbe essere nato in un laboratorio collegato al programma di armi biologiche della Cina, a Wuhan”, aggiungendo (come scrive invece il Post) che “il Laboratorio nazionale per la biosicurezza e l’Istituto di virologia di Wuhan stavano lavorando al programma”. Detto in parole povere: i laboratori potrebbero esistere, ma non ci sono prove.

Queste parole sono legate senza ombra di dubbio alle ricerche che gli Stati Uniti stanno conducendo. I militari americani indagano sulla possibilità che il virus, mietitore di più di 137 mila vittime, sia “nato” in un laboratorio di Wuhan e si sia diffuso per incidente. Questa teoria, che nulla più è che un mezzo complotto, contrasterebbe col racconto secondo il quale il luogo primo sarebbe un mercato. A riportarlo è la CNN, che cita varie fonti “ben informate” e invita comunque alla massima cautela: “E’ prematuro trarre conclusioni”. Non ci sono ancora prove a sostegno di questa tesi: l’intelligence statunitense non è stata in grado, finora, di confermarla ma sta cercando di capire se qualcuno sia stato infettato in un eventuale laboratorio a causa di un incidente o negligenza nella gestione dei materiali.

La vera origine dell’epidemia, riportano alcuni funzionari dell’intelligence, potrebbe non venir mai a galla. Donald Trump stesso ha confermato che “sono in corso degli esami molto approfonditi di questa situazione”. E questa notizia segue quella del Washington Post,il quale scriveva di cablogrammi diplomatici che, nel 2018, avevano già messo nero su bianco le paure per le misure di sicurezza dell’Istituto di virologia di Wuhan. Un cablogramma (dalla parola inglese “cable”, che significa “cavo”, e quella greca “gramma”, che assume il significato di “dispaccio”) è un messaggio telegrafico che viene inviato attraverso un cavo sottomarino e che venivano utilizzati diffusamente in occasione dei conflitti mondiali, per poi venir tecnologicamente surclassati dalla trasmissione via radio.

Secondo quanto dichiarato da Zhao Lijian e ribalzato da CGTN, “i funzionari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno ripetutamente detto che non ci sono prove che il virus sia nato in laboratorio e molti esperti hanno affermato che si tratta di teorie prive di basi scientifiche”. Il portavoce del ministro degli Esteri di Pechino continua dicendo che “la Cina ritiene che l’origine del virus sia una questione scientifica che va gestita in modo serio, e continueremo a lavorare con gli altri Paesi per promuovere il sostegno reciproco nella battaglia contro il virus”.

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Anche la seconda teoria parla della potenziale diffusione del virus a partire da un laboratorio, ma stavolta a causa di un incidente. In un ipotetico grafico la curva della plausibilità inizia ad innalzarsi: il virus sarebbe comunque di origine naturale. Ne ha parlato al Washington Post Richard Ebright, professore di biochimica della Rutgers University: “In base al genoma e alle proprietà del virus, non vi sono indicazioni che si tratti di un virus costruito”. Secondo il ricercatore “l’ipotesi di un incidente è alquanto probabile, ma ci sono prove circostanziate”. Gli fa eco Robert Garry, virologo della Tulane University di New Orleans: “Questo virus ha troppe caratteristiche distinte, alcune delle quali controintuitive”. La caratteristica prima che deve saltare all’occhio è che un virus creato artificialmente non ha, per definizione, la capacità di mutare poiché privo di elementi comuni alle cellule naturali.

La terza possibilità, invece, è la più estrema: “Il governo cinese ha ingannato il mondo sul coronavirus” scrive il Post. Il giornale fa riferimento a quando, i primi di febbraio, ha scritto di “offuscamento delle informazioni da parte della Cina”: Pechino non sarebbe stata tempestiva nella condivisione dei dati, anche con gli esperti dell’OMS. Il giornale cita un’inchiesta dell’Associated Press, secondo cui il Paese asiatico non avrebbe lanciato l’allarme per una settimana, di cruciale importanza per la diffusione del virus.

Per quanto differenti tra loro, e con i loro punti deboli, tutte e tre le casistiche nascondo un riferimento ad eventi quasi dimenticati dalla Storia. Non a caso, poche righe sopra, sono stati citati i conflitti mondiali: tutti pronti ad un salto spazio-temporale? Ci si sposta all’epoca della Seconda Guerra Mondiale, più precisamente nel 1943. Atlante e mappamondo portano al Giappone, nel suo punto più basso di sempre. Un punto che ancora nasconde lati oscuri.

Nel decennio dal 1936 al 1945, nell’Esercito Imperiale Giapponese è stata attiva la quasi sconosciuta Unità 731. Questa forza militare ha operato, oltre che nella sua terra d’origine, anche in Manciura e puta caso in Cina, all’epoca parte dello stato fantoccio del Manchukuo. Agli ordini del generale Shiro Ishii (1892-1959, medico e microbiologo nonché generale in servizio dal 1921 al 1945) e Masaji Kitano (1894-1986, tenente generale) l’unità, ufficialmente dedita alla purificazione dell’acqua, fu incaricata di studiare e testare armi chimiche e biologiche. Tutti i gravi crimini di guerra di cui si è macchiata (anche se solo pochi membri pagarono per i loro esperimenti, dichiarati “violazione dei diritti umani”) hanno violato il protocollo di Ginevra, che il Giappone aveva firmato nel 1925 ma ratificato solo nel 1970, anno nel quale le armi batteriologiche vennero messe al bando.

Suona la Quinta di Beethoven, le analogie sono sconcertanti. Ammesso che ci sia tanta segretezza, eccone il motivo. Piccola chicca: gli Stati Uniti, il cui programma di ricerca su armi chimiche era cominciato solo anni più tardi rispetto al Paese del Sol Levante, acquisirono alla prima occasione i risultati delle ricerche dell’Unità 731 e della correlata Unità 100. Cosa contenevano queste ricerche? Principalmente ciò che succedeva ai prigionieri cinesi e mongoli (vittime di questi esperimenti) sottoposti agli agenti del colera, vaiolo, botulismo e (chissà che combinazione) della peste bubbonica, il termine di paragone del virus attualmente in circolo.

Vi sono anche dei parallelismi con il fantomatico “laboratorio di Wuhan”. L’Unità 731 è riconosciuta come il “Laboratorio di Ricerca e Prevenzione delle Epidemie del Ministero Politico”, inizialmente instaurata come una sezione ideologica della polizia militare Kemepitai per favorire il partito bellico Kodoha. Anche nel passato la guerra batteriologica propugnava dominio mondiale e propaganda politica. Stesso dicasi per l’Unità 100, ribattezzata come “Reparto per la prevenzione delle malattie equine dell’armata del Kwantung” ma attiva solo durante la guerra sino-giapponese (1937-1945) e dedita alle medesime ricerche, solo sugli animali. Le similitudini iniziano a non contarsi più.

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L’Unità 731 è stata anche in contatto con la polizia militare del Manchukuo, il servizio di intelligence Manchù, la polizia ordinaria e il partito nazionalista regionale. Per entrambe le unità i prigionieri provenivano dalla Cina, dalla Corea, dalla Mongolia e dalla Russia. Entrambe le unità avevano più divisioni: la 1 per la ricerca delle malattie, la 2 per le armi da usare sul campo, la 3 per il training del personale e le altre erano sottounità logistiche e amministrative. La parte peggiore è che tutti gli esperimenti (vivisezione, asportazione di organi, infezione, test di armi da fuoco, test di fenomeni fisici e test di radiazioni) erano condotti quando i prigionieri erano ancora vivi.

Tutte le installazioni usate dalle Unità 731 e 100 sono inattive ed attualmente aperte al pubblico, dopo il Processo di Khabarovsk e tutte le udienze che hanno portato al definitivo scioglimento dell’Esercito Imperiale Giapponese, condannato tutt’ora dai nipponici, siano essi civili o appartenenti alla famiglia reale. Oltre a tutti i riferimenti nella cultura di massa (si pensi alla famosa “Sindrome di Lavandonia” dei giochi Pokémon o al manga “My Hero Academia”), questo excursus non è fine a stesso: per chi vuole credere ai complotti i riferimenti della situazione attuale a quella appena descritta ci sono, inutile negarlo, ma non è detto che sussistano dei collegamenti effettivi.

Il Post cita anche articoli di quotidiani cinesi che esprimono dei dubbi sul tasso di letalità a Wuhan (pare che i morti siano più di 3340, stando ai dati confermati da Pechino nel momento in cui si scrive) e parla anche del ritiro di ricerche scientifiche che paventano la Cina come origine dell’epidemia (nulla di nuovo, alla fin fine). E se tutto questo caos non fosse solo il frutto di teorie infondate e il virus sia un agente naturale nuovo a tutti?

Data:

17 Aprile 2020