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L’economia sommersa ed illegale del 2016 vale il 12,4% del Pil

L’Istat registra un calo rispetto al picco del 2014 che segnava un 13,1% di Pil sommerso, ma i dati non sono comunque confortanti per il nostro Paese. L’economia sommersa ed illegale per l’anno 2016 vale 210 miliardi di euro che sfuggono al fisco. Sono risorse sottratte ai servizi, alla scuola, alla sanità, ai trasporti e sono lo specchio di un’Italia che è nell’area UE tra i Paesi col maggior sommerso rispetto al PIL. Siamo al 12,4% di PIL e i dati, seppur in calo, tenderanno negli anni 2017-18 e 2019 ad attestarsi, zero virgola più, zero virgola meno, sugli stessi livelli.

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Ma entriamo nello specifico. Questi 210 mld di euro complessivi, stimati dall’Istat, sono la somma di varie componenti. Il valore aggiunto generato dall’economia sommersa – nella quale vanno comprese le sottodichiarazioni all’impiego di lavoro irregolare, affitti in nero, mance, scontrini non effettuati ecc. – ammonta a 192 mld, ai quali vanno aggiunti 18 mld, che rappresentano l’importo complessivo inerente alle attività illegali (produzione e traffico di droga, prostituzione e contrabbando di tabacco). L’andamento dell’economia sommersa più il denaro connesso alle attività illegali mostra un andamento positivo dello + 1,2%, mentre l’andamento dell’economia legata al sistema produttivo segna un + 2,3%. Questi dati, evidenzia l’Istat, ci dicono che siamo in presenza di un incremento di circa 2,5 mld di euro e quindi, nel complesso, l’attività economica si riduce in termini percentuali di 0,2 punti. I dati istat hanno evidenziato inoltre che nel 2016 le unità di lavoro irregolari sono state 3 milioni e 701 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni e 632 mila), in lieve diminuzione rispetto al 2015 (rispettivamente -23 mila e -19mila unità). Quindi è evidente un calo di unità lavorative irregolari dello 0,3% rispetto all’anno precedente.

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I settori in cui c’è maggiore unità di lavoro irregolare sono agricoltura (18,6%), costruzioni (16,6%) e poi a scendere trasporti, alloggio e ristorazione (16,2%). Sono tutti dati che fanno riflettere e che mettono i nostri governanti – a prescindere dal colore politico – spesso in difficoltà nel predisporre politiche importanti legate agli investimenti pubblici e alle politiche attive sul lato del lavoro. La coperta è troppo corta, si dice in questi casi. E ciò nulla ha a che vedere con la gestione dell’accoglienza migranti, né con lo sforamento del rapporto del deficit Pil al 2,4% che caratterizzerà la nuova legge di stabilità di fine anno 2018. Bisogna certamente lavorare attraverso maggiori sanzioni e controlli al fine di far emergere l’economia sommersa ed illegale e, soprattutto, intervenire sul contrasto al lavoro irregolare. Sono le grandi zavorre che, oltre all’enorme debito pubblico accumulato negli ultimi 30 anni, ostacolano politiche espansive volte alla crescita economica.

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Sul discorso lavoro irregolare, lo Stato non può voltarsi dall’altra parte perché così facendo sta creando sacche di impunità che sfruttano per pochi euro i nuovi schiavi del lavoro, i lavoratori delle terre in primis, che sono la parte più debole e sprovvista di tutele adeguate. Questi nuovi schiavi da lavoro, che non sono solo i migranti ma per buona parte anche gli italiani, andrebbero maggiormente tutelati nell’esercizio di quel sacrosanto diritto al lavoro, cristallizzato in Costituzione, che mai come in questa epoca viene barattato, offeso, calpestato e mercificato. Non bisogna arrendersi, ma la strada da percorrere per uscire dalla crisi è ancora molto lunga e non potrà essere lastricata solo da buone intenzioni. Servono coraggio e azioni concrete volte alla definitiva risoluzione di problemi gravi che squarciano il nostro Paese rendendo lo scontro sociale sempre più forte ed aspro.

Data:

17 Ottobre 2018