Traduci

L’EGITTO E IL GIRO DI VITE NELLA MORSA DELLA REPRESSIONE

Confermata la proroga di 45 giorni della custodia cautelare disposta dal Procuratore generale del Cairo: Patrick Zaki entra nel secondo anno di detenzione preventiva. I motivi dell’arresto preventivo? Mai resi noti dalla procura! Zaki, attivista egiziano, studente presso l’Università di Bologna, è ormai incastrato da 1 anno in un circolo vizioso di accuse non chiare e procedure non valide; ma questa come ormai è noto, è la prassi della giustizia egiziana. Arrestato lo scorso 7 febbraio al suo arrivo in Egitto, dove si era recato per fare visita alla famiglia, lo studente egiziano, è stato sottoposto ad un interrogatorio in aeroporto durato 17 ore. Secondo quanto riportato dai suoi legali, solo al termine di questo lungo fermo di polizia, il suo arresto sarebbe stato formalizzato alle autorità giudiziarie. Condotto a Mansoura, Patrick è stato picchiato sulla pancia e sulla schiena, torturato con scosse elettriche e lasciato a dormire per terra, nonostante i forti dolori accusati dal ragazzo, il quale ne ha dato notizia alla famiglia in una delle due lettere fatte recapitare ai parenti su un totale di più di 20. Negatagli la presenza degli avvocati, risalendo l’incontro precedente a quello di luglio (7 Marzo), le prime due udienze del processo si sono tenute solo dopo 6 lunghi mesi di rinvii. Le accuse a carico di Patrick sono di “istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione”, che fanno leva su 10 post di un profilo Facebook e che gli avvocati della difesa negano siano riconducibili al giovane attivista.

Foto 1cms_20837/foto_1.jpg

L’accusa stessa, allude ad un’istigazione all’azione a danno di un binomio, quello di Governo e Costituzione, infondato e impregnato di contraddittorietà. Partendo dal presupposto che la Costituzione egiziana vieta arresti e detenzioni senza un ordine giudiziario motivato, vieta la pratica della tortura, e assicura che chiunque privato della libertà debba essere messo nelle condizioni di poter contattare il proprio avvocato o la propria famiglia immediatamente, ne condegue che la legge contro il terrorismo, ratificata nel 2015 dal regime di Al-Sisi, e integrata al codice di procedura penale, viola palesemente le disposizioni di rango costituzionale. Nel caso in cui un sospettato venga trattenuto per 24 ore prima di essere portato all’attenzione di un procuratore, il quale a questo punto, può autorizzare un’ulteriore detenzione di 7 giorni, negando l’assistenza legale e la possibilità di contattare la famiglia, le leggi antiterrorismo, viziate di illegittimità costituzionale, potrebbero paradossalmente additare il regime di Al-Sisi come principale minaccia per la Costituzione egiziana.

cms_20837/foto_2.jpg

Pertanto, a una legge che favorisce le sparizioni forzate si accompagna la mancata indipendenza dell’ufficio del Pubblico Ministero dall’esecutivo; fattore che agevola l’insabbiamento e l’impunità delle violazioni commesse a danno dei detenuti, dalla Nsa. Il capo dell’ufficio, il Pubblico ministero, e tutti gli altri procuratori, anziani e distrettuali sono infatti nominati su approvazione del Presidente in persona, e per le loro prestazioni sono costantemente a rischio di misure disciplinari da parte del Ministero della Giustizia. Questo sistema rende abbastanza chiaro il controllo capillare del regime in tutti gli aspetti della vita pubblica, inclusa la giustizia che per antonomasia dovrebbe essere libera dalle influenze politiche. L’amministrazione Al-Sisi, salita al potere per mezzo di un colpo di stato militare nel 2013, destituendo forzatamente l’allora presidente Moahmed Morsi, eletto democraticamente dopo le rivolte di piazza Tahrir, ha da subito bandito l’organizzazione dei Fratelli Musulmani a cui era affiliato il partito di Morsi. Gli scontri che ne sono succeduti, hanno suscitato l’isteria del regime, assorbita dalle leggi antiterrorismo del 2015, che dal primo momento non hanno fatto altro che mietere prigionieri di coscienza come Zaki.

Data:

2 Febbraio 2021