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L’Equinozio di Primavera e il mito di Attis

Cibele, la madre degli Dei, era solita, per dissetarsi, recarsi a una sorgente. Era un essere androgino e la corte olimpica aveva deciso di allontanare per sempre da lei la virilità. Un giorno Dioniso tramutò le acque in vino affinché la dea, abbeverandosi, cadesse addormentata. Quando accadde, legò con una fune il suo membro a un albero. Il balzo poderoso, nel ridestarsi di soprassalto, ne provocò l’evirazione. Un fiotto di sangue inondò la terra e fece nascere un melograno. Nana, la figlia di Sangarios, dio dei fiumi, fu attirata da quel magico albero, colse il suo unico frutto e se lo portò al grembo. D’incanto la melagrana sparì, fecondando l’ignara principessa che diede alla luce Attis, del quale Cibele s’innamorò perdutamente. Lo seguiva ovunque e quando divenne un giovinetto, sul punto di sposarsi, per gelosia, lo fece impazzire, inducendolo ad evirarsi prima delle nozze. Attis morì dissanguato e dal suo sangue fiorirono viole mammole. La dea, pentita e addolorata, chiese a Zeus di riportarlo in vita, ma questi le concesse solo che il corpo non si decomponesse mai, che i capelli continuassero a crescere e il dito mignolo a muoversi. Un’altra leggenda narra che Attis non morì, trasformandosi in pino, simbolo dell’Albero cosmico.

Cibele – nome che significa grotta e che richiama alla sacralità femminile, rappresentata spesso dall’amigdala (mandorla) – era la Grande Madre di tutti i viventi, tanto da essere spesso sovrapposta alla figura di Rea, protettrice della fecondità e signora della natura selvaggia. La troviamo spesso raffigurata come Ape Regina, di rimando, non solo al mito della castrazione (il fuco è da essa castrato durante l’accoppiamento), ma all’atto dell’impollinazione e dunque alla feconda Primavera. Singolare che i Celti considerassero le api quali messaggeri capaci di viaggiare sui sentieri della luce solare fino al Regno degli Spiriti.

Cibele e Attis sono la rappresentazione della provvidenza e del principio generatore di ogni cosa. Femminile e non manifesta la prima, maschile e manifesto il secondo, deputato alla discesa nel mondo della materia.

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“Chi è dunque la Madre degli Dei? È la sorgente degli dei intelligenti e demiurghi che governano le cose visibili, la genitrice e allo stesso tempo la sposa del grande Zeus, grande dea venuta all’esistenza subito dopo e insieme al grande demiurgo. È la signora di ogni vita, causa di ogni generazione, che (oziosamente) porta a compimento nella quiete ciò che è fatto, partorisce senza dolore ed è demiurga col padre di ciò che esiste, è la vergine senza madre, il cui trono è in comune con quello di Zeus, ed è effettivamente la madre di tutti gli dei. Infatti avendo ricevuto in sé le cause di tutti gli dei intelligibili sovracosmici, divenne la fonte degli dei intelligenti. Questa dea….è anche provvidenza”. (Inno alla Madre degli dei. Giuliano Imperatore detto l’Apostata, 331-363 d.c.).

Il culto della Magna Mater arriverà a Roma nel 201 d.c. durante le guerre puniche, a fini scaramantici per suggerimento dei libri sibyllini, e diventerà importantissimo per l’Impero Romano. Per concessione di Attalo, re di Pergamo, fu trasportato in un luogo segreto della città, il Lapis Niger, la pietra nera meteoritica di Pessinunte, venerata come antica divinità nazionale perché dea degli avi Troiani. Lo stesso divenne poi simbolo di Cibele. Il culto era segreto e riservato ai soli sacerdoti frigi.Attis, associato spesso ad Adone, era rappresentato proprio con il cappello frigio, ripreso poi dagli alchimisti medievali e dai giacobini nella rivoluzione francese.Il mito non è che una storia alchemica in cui compaiono simboli inconfutabili: la pietra nera, richiamo alla materia prima dell’Ars Regia, l’Albero della Vita, il cui frutto – la pigna – è anch’esso un emblema dedicato a Cibele, l’essere androgino che in sé reca la congiunzione dei due opposti, separati e destinati a riunirsi; l’amigdala, scrigno di nuova vita, elaborata dal mandorlo che sboccia a primavera.

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Le viole mammole generate dal suo sangue, sono il Rebis, il mercurio dei filosofi “primo fiore che il saggio vede fiorire nella primavera dell’Opera” (Fulcanelli).

È dunque una fase nuova, in cui Attis muore per poi risorgere il 25 marzo, il giorno di Hilaria che chiudeva le celebrazioni del Vernal Equinox.

Nato alla vita terrena, come Osiride e Gesù, il 25 dicembre da una vergine, torna, con la morte, alla Magna Mater, la madre universale, alla quale riconsegna il suo fallo affinché si ridetermini l’essere androgino. È la resurrezione dell’Uno.

Il rito in età precristiana iniziava il 15 di marzo, giorno della luna piena nel calendario lunare antico, e culminava nelle date che segnavano il passaggio del Sole dallo zodiaco meridionale a quello settentrionale. Si celebrava dunque l’unione dei due astri che terminava il 22 con i Tristia, momenti commemorativi di passione e morte. I sacerdoti della dea tagliavano un pino e nel tempio lo avvolgevano in fasce di lana, ornandolo con ghirlande e violette per ricordare il sangue del dio fattosi uomo. Il giorno seguente squillavano le trombe e il 24, durante il Sanguem, in una danza sciamanica, si laceravano le carni con fruste nodose e coltelli, mentre l’archigallo, il primo officiante, poteva evirarsi a imitazione di Attis. Tali celebrazioni rammentano analoghe cerimonie che, ancora oggi hanno luogo. “Non soltanto la croce, ma tutti i requisiti del sanguinoso dramma della Passione, gli strumenti dei carnefici, l’issopo con la spugna e con la lancia. In diverse città del Meridione gli uomini portano sulle spalle figurazioni plastiche delle scene del dramma, così come una processione di Cibele è raffigurata su un sarcofago pagano nel chiostro di San Lorenzo fuori le mura” (Miti e Misteri. Károly Kerényi. Trad. A. Breilich. Ed. Bollati Boringhieri. 2010). Un antico testamento pagano dunque – come disse Simone Weil – destinato ad essere illuminato e purificato nella rivelazione di Gesù, soprattutto se si pensa che la prima Pasqua cristiana, a detta dei santi Agostino e Cipriano, cadde proprio il 25 marzo.

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L’Anno alchemico celebra questo momento come il più delicato. L’iniziato ai misteri, nel giorno di Imbolc, la Candelora, aveva purificato e separato la sostanza bianca, quella lunare arricchita di forza solare, sviluppando le sue facoltà sensitive e intuitive. Ora è chiamato a lavorare con ciò che è rimasto nel fondo del suo recipiente, ossia quella parte di spirito ancora impura e pesante, perfezionando la volontà di potenza, retta sì dal rigore razionale, ma capace di dominare l’invisibile, la parte oscura di sé.

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All’Unicorno, simbolo della precedente tappa del cammino evolutivo, deve subentrare il Leone. Essi andranno poi riuniti nel Rebis, emblema della Pietra Filosofale, al suo stadio iniziale, il Lapis Niger di Cibele.

Astrologicamente siamo al passaggio dall’esaltazione lunare dei Pesci a quella solare dell’Ariete, per poi avviarci verso un rinnovato dominio femminile in Toro, alla fine di aprile. Se questo è dunque il momento del portatore del seme (tale è la definizione del maschile in astrologia), presto migreremo nel ricettacolo della nuova vita. La successione di queste due fasi è la coniunctio dei filosofi, la formazione cioè dell’androgino – Rebis appunto – la cosa doppia che in sé unisce entrambe le potenzialità. Lo spirito dispone dei quattro elementi esoterici sessuati in perfetta armonia tra loro: Marte, signore dell’Ariete e Venere, signora del Toro, i semi maschile e femminile, Plutone e Proserpina, le forme genitali che li contengono. Averli in sé significa essere in grado di percepire e generare le cose sia con l’intuizione che con la ragione, possedere le strutture fecondatrici e fecondabili. La Natura all’Equinozio è in perfetto equilibrio tra le ore del giorno e della notte, con la tendenza al prevalere della luce. Nel luogo più profondo di noi stessi, il Giardino dei Filosofi, cresce l’Albero della Vita che sarà pronto, se avremo operato bene, a dare il frutto più prezioso.

Che la Natura sia la tua guida, seguila con la tua Arte, volentieri, passo a passo. Perché tu errerai se essa non sarà la tua compagna sulla tua strada” (Atalanta fugiens. Maier. 1617).

Data:

21 Marzo 2017