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L’ESPANSIONE DI ABBOT POINT RISCHIA DI DARE IL COLPO DI GRAZIA ALLA GRANDE BARRIERA CORALLINA

La grande barriera corallina è ormai accerchiata. Da tempo, l’inquinamento agricolo, la pesca industriale e il cambiamento climatico, con il conseguente aumento della temperatura e dell’acidificazione dell’oceano, stanno mettendo a serio repentaglio la sopravvivenza di questo fragile ecosistema. E ora, sta per arrivare il possibile colpo di grazia: un gigantesco progetto di sviluppo costiero per incrementare l’esportazione di carbone.

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Nonostante il governo australiano sia consapevole dei pericoli che corre questa meraviglia della natura, un anno fa il ministro dell’ambiente, Greg Hunt, ha autorizzato l’espansione di Abbot Point. Questo porto, distante solo 24 chilometri dalla barriera corallina, è da 30 anni il principale sito per il carico e la spedizione del carbone estratto dai giacimenti di Galilee Basin. Secondo il governo del Queensland, quest’opera permetterà di attrarre 25 miliardi di dollari d’investimento e di creare 30 mila posti di lavoro nelle miniere dell’entroterra.

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Il partner di fiducia è una compagnia indiana, Adani, colosso mondiale nel settore estrattivo, la cui attività passata però dovrebbe allarmare. Adani, infatti, ha già devastato l’economia locale a Mundra, un paesino nel nordovest dell’India, dove la comunità peschereccia ha perso l’80 per cento delle risorse per il proprio sostentamento a causa degli ingenti danni arrecati alla biodiversità marina. Inoltre, l’inquinamento sta avendo un impatto nocivo sulla salute degli abitanti che hanno cominciato a soffrire di problemi cutanei dovuti alla contaminazione dell’acqua, e respiratori a causa delle polveri di carbone presenti nell’aria.

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Lo sviluppo di Abbot Point costerà circa 14 miliardi di dollari, rendendolo uno dei più grandi terminal al mondo per l’esportazione di carbone. Adani è intenzionata a spremere fino all’osso i giacimenti di Galilee Basin, da cui si aspetta di estrarre 4 miliardi di tonnellate di carbone all’anno; di questi, 60 milioni di tonnellate faranno rotta per Mudra, da dove verranno distribuiti in tutta l’India per essere bruciati in gigantesche centrali elettriche a carbone. Così, nuove ingenti emissioni di diossido di carbonio colpiranno l’atmosfera, contribuendo ad accelerare il cambiamento climatico e a distruggere la grande barriera corallina. Gli attivisti ambientali e gli scienziati hanno da tempo alzato la voce, avvisando che l’opera di dragaggio per l’allargamento del porto e il seguente incremento delle attività di trasporto causeranno danni irreparabili a un ecosistema che è già gravemente malato a causa dell’uomo.

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La grande barriera corallina australiana è il più grande organismo vivente sulla terra e l’unico visibile dallo spazio. Si estende per oltre 2.500 chilometri lungo la costa est del Queensland, coprendo un’area estesa come la superficie di Gran Bretagna, Svizzera e Paesi Bassi insieme. Costituita da una rete di 3 mila sistemi di barriere individuali, isole, isolotti e banchi di sabbia, è la casa di oltre 1.500 specie diverse di pesci, 400 di coralli, 4 mila di molluschi e centinaia di specie di volatili. Considerata una delle sette meraviglie del mondo, nel 1981 è stata inserita dall’UNESCO nella lista dei siti protetti, in quanto patrimonio mondiale dell’umanità.

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Nel 2012, uno studio – condotto da ricercatori dell’Australian Institute of Marine Science e dalla School of Earth and Environment Sciences dell’Università di Wollongong – ha rivelato che nel corso degli ultimi 30 anni c’è stata una riduzione del 50 per cento del corallo presente nella barriera. Al grido d’allarme lanciato dagli attivisti ambientali e dalla comunità scientifica, il governo australiano ha risposto promuovendo il Reef 2050 – Long-Term Sustainability Plan, della durata di 35 anni, al fine di contenere e gestire le minacce alla barriera; tra le attività, il monitoraggio di alcune specie marine, il miglioramento della qualità dell’acqua e la riduzione delle perdite di prodotti chimici nei bacini idrici.

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Secondo WWF Australia, tuttavia, questo impegno è insufficiente e sarebbero necessari migliaia di dollari per risanare l’ecosistema. Inoltre, l’opera di dragaggio per espandere Abbot Point causerà lo scarico di oltre 3 milioni di metri cubi di fango nelle acque e la contaminazione della falda acquifera con sedimenti di piombo, fosforo e nitrogeno. I conservazionisti hanno avvisato che l’opera di dragaggio avrà un impatto devastante sulla barriera. I coralli, infatti, hanno bisogno di luce e cibo per sopravvivere. Gli scavi aumenteranno la torbidezza dell’acqua lasciando meno luce per la fotosintesi, e incrementeranno i livelli di sedimenti sui coralli interferendo sulla loro abilità di alimentarsi.

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Nonostante il governo australiano e la compagnia indiana Adani non siano per nulla preoccupati delle conseguenze irreparabili delle loro azioni, l’UNESCO è ormai a un passo dal dichiarare ufficialmente che anche la grande barriera corallina è un patrimonio dell’umanità “in pericolo”.

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Data:

20 Dicembre 2014