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L’idea del manager Bepi Pezzulli sul risanamento ATAC

Avvocato e manager di esperienza internazionale, specialista in ristrutturazioni societarie, operazioni di capital markets, nonché mergers & acquistions, Bepi Pezzulli è alla guida dell’area legale e societaria dell’innovativa società risultante dall’acquisizione di Seat Pagine Gialle da parte di Italiaonline, che ha dato vita al primo gruppo digitale italiano.

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Napoletano naturalizzato Britannico, classe ’69, allievo della Scuola Militare Nunziatella, una laurea in giurisprudenza conseguita alla Luiss di Roma, un diploma di Master in diritto comparato alla New York University e un titolo di Juris Doctor alla Columbia University, l’avvocato si è affermato a Londra e New York. Incarichi direttivi nella City, prima alla BERS, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, poi in BlackRock, la multinazionale degli investimenti; incarichi nella consulenza a Wall Street, negli studi legali di Shearman & Sterling e Sullivan & Cromwell costituiscono un background di notevole pregio. Dote che Bepi Pezzulli ha voluto riportare nel suo Paese.

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Cosa ti ha spinto a rientrare in Italia?

cms_4089/foto_4_etc.jpgHo riscontrato che in Italia, per la prima volta, si è affermata una domanda di cambiamento reale, ed estesa a tutti i livelli. Nel passato, l’opinione pubblica si limitava alla denuncia generica e alla lamentela rassegnata, mentre la catena di comando del paese rimaneva bloccata. Ora, invece, le azioni partecipative appaiono più radicali e le dinamiche politiche più fluide. La crescita dell’antipolitica e l’affermazione elettorale dei movimenti di protesta, mi fanno pensare che l’Italia sia veramente alla vigilia di una rivoluzione di sistema. Nel bene e nel male, la mia generazione si è appropriata di alcune leve d’influenza. Non tutte e non troppe, ma vedo un numero crescente di allievi della Nunziatella, compagni di Università, e colleghi rimpatriati da New York e Londra che s’impegnano in prima persona per promuovere il cambiamento del paese. Ho deciso di metterci la faccia e fare la mia parte. Non a caso, ho accettato con entusiasmo la sfida di Italiaonline, una società che ha per missione la digitalizzazione del sistema industriale italiano e capace, con l’acquisizione di Seat Pagine Gialle, di eseguire un’operazione di turnaround in piena regola, nel mercato, secondo criteri di economicità, col sostegno di un azionariato interamente internazionale.

L’economia vive una fase di recessione. Gli interventi varati dal Governo quali il fondo Atlante incideranno sul risanamento e secondo te saranno sufficienti a risollevare le sorti del Paese?

cms_4089/foto_4_etc.jpgIo sono liberista. Per come la vedo io, il funzionamento del mercato non va alterato con misure dirigistiche. Il compito della politica è correggere gli eccessi e le disuguaglianze determinate dal capitalismo, senza però interferire con le regole del libero scambio. Quindi, se sono d’accordo con i fini, non sono d’accordo con i mezzi. Lo sviluppo economico è distruzione creativa: si eliminano prodotti, servizi e tecnologie obsolete per sostituirli con prodotti, servizi e tecnologie più efficienti, meno costose e più scalabili.

Che dovevamo fare, non inventare il computer per non distruggere l’industria delle macchine da scrivere? Non inventare l’automobile per non mettere fuori mercato le carrozze a cavallo?

cms_4089/foto_4_etc.jpgOvviamente, in questo processo c’è chi rimane indietro. Il disagio di tali soggetti va governato dalla politica attraverso politiche redistributive e iniziative di sostegno: ad esempio, riqualificazione professionale, benefici di sicurezza sociale, sussidi allo studio, sgravi fiscali; in una parola la flexisecurity è un buon modello. Il sistema di vouchers ideato dall’economista Filippo Taddei, mi sembra un passo nella giusta direzione. Ma, aggiungerei, solo per chi dimostra la volontà di reinserirsi nel ciclo produttivo, evitando l’assistenzialismo scriteriato. L’errore – a mio avviso – sta nel cercare di prevenire il disagio andando ad introdurre distorsioni nel libero mercato. In questo modo, si produce un mercato inefficiente, da un lato; e non si liberano le risorse necessarie per intervenire sul disagio sociale, dall’altro. Insomma, va bene essere socialisti in politica, ma bisogna essere liberisti in economia.

Il sistema economico “bank oriented” prediletto da Italia e Germania sin dal catching up, sta oggi rivelando dei problemi. L’apertura al mercato e alla Borsa quanto inciderebbe sulla ripresa e sullo sviluppo?

cms_4089/foto_4_etc.jpgIl banco-centrismo è un problema. Intanto, fare il banchiere oggi è un brutto mestiere: in un ambiente di tassi negativi e con le regole di Basilea III, gli impieghi aumentano i rischi e la redditività cala a seguito della compressione degli spreads. Le banche, seppure volessero, non sono in grado di sostenere il sistema industriale. Bisogna promuovere l’azionariato diffuso. I mercati dei capitali incentivano un’allocazione del capitale efficiente, una gestione più professionale dell’impresa, la creazione di economie di efficienza, la nascita di distretti d’eccellenza, maggiore ricerca & sviluppo, innovazione, e soprattutto l’allargamento della base di capitale di rischio. La mancanza di capitale di rischio è un altro problema ineludibile del paese: servono più venture capital e più cultura d’impresa.

Siamo a meno di una settimana dal ballottaggio che eleggerà i sindaci delle principali città italiane. Gli occhi sono puntati su Roma, Milano, Napoli e Torino. Tu vivi a Milano, un polo trainante dello sviluppo. Qualche consiglio ai candidati Sala e Parisi in materia?

cms_4089/foto_4_etc.jpgSala e Parisi, per storia personale ed esperienza professionale, sono candidati credibili e competenti. Credo che abbiano le idee ben chiare su come amministrare Milano al meglio. D’altra parte, Milano è un’isola felice in Italia. E’ ben amministrata fin dagli anni 80 ed è competitiva in Europa nell’industria, nella finanza e nei servizi. Dal canto mio, suggerisco al nuovo sindaco di Milano di approfittare dell’opportunità Brexit per creare un forte asse con Londra, e portare in Italia il sistema di regolamento delle transazioni in Euro, che potrebbe lasciare la City, nonché le piattaforme di negoziazione dei titoli di Stato, per le quali Milano offre know-how e infrastruttura. Un mio vecchio pallino è la creazione di un’agenzia per la brandizzazione e la gestione di una strategia complessiva afferente il distretto finanziario di Milano; penso ad un ente di diritto privato, snello, innovativo, che promuova il ruolo del distretto finanziario di Milano nell’economia globale. Ovvio, che su questo occorrerebbe il coinvolgimento del Governo centrale per eliminare il disincentivo fiscale sulle attività finanziarie che penalizza il paese e grava sullo sviluppo come una zavorra. Un’altra mia vecchia idea è il ripensamento dell’edilizia popolare. Preferisco un modello in cui il rilascio delle nuove concessioni edilizie sia subordinato alla cessione al Comune del piano terra e del primo piano – quelli con minor valore commerciale – dei nuovi edifici, per l’assegnazione agli aventi diritto. In tal modo, si eviterebbe il proliferare di quartieri dormitorio, o peggio ghetti, e si otterrebbe uno sviluppo più sostenibile del territorio urbano, con servizi più uniformi e una migliore tenuta dei corsi immobiliari.

Veniamo a Roma e alla questione delle partecipate. Entrambi i candidati alla guida del Campidoglio, Giachetti e Raggi, hanno previsto interventi per il loro risanamento. La candidata grillina pare non voglia ricorrere alla privatizzazione, ma creerebbe un assessorato a tempo dedicato. Giachetti lascerebbe, si presume, tutto in mano a Silvia Scozzese, richiamata dal commissario Tronca per gestire i conti di Roma. Le priorità secondo te?

cms_4089/foto_4_etc.jpgQuando ero a Londra, ebbi l’opportunità di studiarmi il dossier trasporto pubblico locale. Ho anche predisposto un piano di risanamento per l’ATAC.

L’ATAC, come noto, è un caso di cattiva gestione. Tuttavia, l’azienda è risanabile ed ha potenzialità enormi. Bisognerebbe intervenire su tre fronti: strategia, gestione finanziaria e operazioni. Quanto alla strategia è possibile (1) aumentare l’area dei ricavi, riaggregando e consolidando la filiera del trasporto pubblico; (2): ibridizzare progressivamente la flotta dismettendo i bus a metano in mercati emergenti (c’è domanda di mezzi usati europei in vari paesi africani) e acquisendo bus elettrici (e apro una parentesi, ma perché a Roma non girano i bus a due piani, molto più adatti alla conformazione urbana degli odiati serpentoni?) Peraltro, sarebbe possibile alimentare la flotta con energia di produzione del ciclo rinnovabile, installando accumulatori nei depositi ATAC. Su questo, c’è disponibilità da fondi di private equity specializzati in investimenti in energie alternative. Inoltre, si può fare leva su un’ATAC risanata per costruire sinergie col trasporto aereo e ferroviario (con possibili partners privati come NTV e RyanAir) e costruire un sistema di trasporto urbano integrato. Quanto alla parte finanziaria, mi pare scontato approvvigionarsi di metano attraverso futures a lungo termine sui mercati delle commodities e coprire il rischio di cambio con swap valutari. La parte più affascinante sono le operazioni di trasporto: a suo tempo avevo studiato la dematerializzazione dei titoli di viaggio per pagare la corsa con carte contactless. Pensavo anche ad una esternalizzazione del back office e l’affidamento della riconciliazione dei pagamenti ad un circuito di moneta elettronica (ad esempio, il circuito CartaSi). Efficienze gestionali e prevenzione delle frodi. Un’altra misura di facile realizzazione consentirebbe di eliminare l’evasione attraverso il re-engineering dell’entrata e uscita dai mezzi: entrata dalla porta anteriore, pagamento contactless e uscita dalla porta posteriore. Il tutto potrebbe essere completato da altre piccole misure operative: l’analisi dei flussi passeggeri secondo le metodologie non lineari utilizzate dagli aeroporti, e l’ottimizzazione dell’utenza, penso ad esempio, alla concessione di tariffe super-agevolate per i pensionati, che però scattino dopo le 9.30 AM per non appesantire lo spostamento dei lavoratori al mattino. Sul lato costi, neanche mi pronuncio, perché la questione è evidente. Insomma, secondo me, anche in Italia si può. E’ solo una questione di mettere le cose nelle mani giuste. Questa volta, alibi non ce ne sono. Il mondo osserva e prende nota. Sospetto che per molti, la prima volta al timone sarà un’ultima spiaggia. Intelligentibus pauca.

Data:

15 Giugno 2016