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“LINO BANFI” SI RACCONTA

Non sarà un capolavoro della letteratura, e non sarà mai neanche un best seller o il fenomeno letterario dell’ultimo decennio, ma una cosa certa: a Lino Banfi non piace scrivere! E questo è un libro scritto solo come atto dovuto nei confronti di chi, a un certo punto della carriera del “raghezzo pugliese”, ha desiderato conoscerlo per instaurare un rapporto di reciproca stima: Federico Fellini.

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Proprio così, questa è un’opera nata grazie a una lettera che il grande maestro scrisse al comico pugliese. L’episodio, documentato dalla missiva pubblicata sul libro, è solo uno dei tanti tra quelli descritti nel volume di 146 pagine. Molti sono anche gli aneddoti riguardanti le vicissitudini di un giovane meridionale, in fuga dal paesello, alla ricerca di un sogno da realizzare. Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi, in “Hottanta voglia di raccontarvi…la mia vita e altre stronzéte”, si è fermato un attimo per ripercorrere il percorso, spesso tortuoso, della sua vita, non solo artistica. Prima di passare all’intervista, però, per dovere di cronaca Lino mi ha chiesto di scrivere una precisazione che riguarda i ricavi della vendita del libro. L’artista ci tiene ad annunciare che per statuto delle associazioni NO-PROFIT e norme vigenti, i proventi di un lavoro (NdR Nel suo caso la vendita delle copie di questo libro) non possono andare in donazione all’UNICEF.

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Ciao Lino! Ti ringrazio per averci concesso questa intervista. “Grazie a voi per l’interessamento

Hottanta voglia di raccontarvi…”: com’è nato questo libro e perché proprio alla soglia dei tuoi ottant’anni e non prima? “Prima ne ho scritti altri. Per esempio “Alla Grande” me lo suggerì Federico Fellini, incontrato in una sala di doppiaggio. Lui sapeva che venivo dall’avanspettacolo, e si divertiva da morire quando gli raccontavo alcuni aneddoti legati a quel periodo. E un giorno mi disse: ma perché non scrivi un libro? E iniziai a scriverlo con la promessa che lui mi disegnasse la copertina del libro. Gli mandai la prima copia e lui mi rispose con una bella lettera. La risposta alla sua lettera (NdR Fellini è morto dopo poco tempo dalla lettera a Banfi) l’ho scritta è pubblicata in questo mio ultimo libro. L’ho scritto per rispondere a lui”.

A proposito di grandi personaggi, oltre a Fellini nella tua professione hai conosciuto molti grandi artisti e registi: Totò, Peppino De Filippo, Alberto Sordi: è vero quando dicevano che avrebbero desiderato lavorare con te? “Avevano capito che qualcosa c’era in questo pugliese che parlava un linguaggio strano da me inventato. In Puglia, prima di me, mai nessuno aveva aperto la strada per lo spettacolo. Loro credevano in me, e a alla fine sono stato io a farlo”.

Nel libro parli soprattutto dell’incontro professionale con Dino De Laurentis. Con lui inizi a lavorare per il grande schermo con attori del calibro di Noschese, Montesano e la coppia Franchi-Ingrassia. Sei d’accordo quando si dice che da questo momento nascerà la comicità alla Banfi, che ti permetterà di recitare in tante pellicole da protagonista? “È così che andata alla fine. Dicevano che avevo qualcosa che rimane e che, come si dice in gergo, ero un personaggio che bucava lo schermo, sia cinematografico sia televisivo.

In che senso? “Quando lo spettatore ha la sensazione di vederti uscire dallo schermo per sederti accanto a loro, a quel punto vuol dire che hai raggiunto il successo. E a me è andata bene!”

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Adesso arriviamo a metà degli anni ’70 e al periodo della commedia sexy all’Italiana. A proposito delle donne della tua vita, artistica: Fenech, Bouchet, Guida e Cassini. Come facevi a resistere al loro fascino? Oppure erano loro a resisterti? “Erano loro a resistermi, perché erano talmente belle che avevano i loro (NdR belli) fidanzati. Sapevo i miei limiti e sapevo di non essere bello. Io non sono mai stato né “copertinabile” né “scoperchiabile”. Ero sempre garbato con tutti, ed è per questo che oggi continuano ad amarmi”.

Sempre a proposito della commedia sexy: qualche anno fa Quentin Tarantino, che conosce tutta la tua filmografia, aveva deciso di girare un film con te e Barbara Bouchet. Com’è andata a finire? “Quando mi fanno questa domanda rispondo subito che quel giorno, secondo me, questo grande personaggio di Hollywood “stev mbriech” (era ubriaco). Al festival di Venezia ero con Mia Farrow per l’UNICEF, improvvisamente lo vidi arrivare verso di me inginocchiandosi e apostrofandomi come grande maestro. La sera prima aveva visto un mio film in cui massaggiavo il sedere della Bouchet, e mi disse che avevo una bella faccia. Mi promise un film, ma non si è fatto più sentire sicuramente perché non parlavo l’inglese e deve anche aver pensato: “cuss ci chezz u’ chiem a fe’” (per quale motivo dovrei chiamare questo individuo?)”.

Sempre dal tuo libro, mii ha colpito l’episodio in cui racconti, con estrema naturalezza, di aver perso la verginità in un bordello napoletano a tuo dire “un posto magico”: è vero? “Comunque la mia prima esperienza non è stata proprio a Napoli. La prima volta che ho messo piede in un Casino, è stato a Canosa. Avevo sedici anni e ricordo di aver falsificato i documenti per accedervi”.

A proposito di bordelli: visto il dilagare della prostituzione, sei d’accordo nel riaprire in Italia le “case chiuse”? “No! Non ce ne bisogno. Faccio riferimento alla coscienza di queste persone che fanno questo lavoro. E dico loro di stare molto attente, soprattutto all’igiene e alle precauzioni. Secondo me, le amministrazioni comunali dovrebbe stare più vicino a queste donne, occupandosi di loro e fornendo assistenza medica”.

Oltre al cinema e alle serie TV, a teatro hai avuto notevole riscontro di critica con l’opera Il “Vespro della Beata Vergine” di Antonio Tarantino, dove reciti la parte di un padre con un figlio omosessuale ammazzato: è stato difficile per te, almeno all’inizio, accettare questo ruolo? “Molto difficile. Non lo volevo fare, anche se mi affascinava l’idea, perché rappresentava per me un drastico passaggio dalla recitazione comica a quella drammatica; ma poi Maurizio Costanzo mi ha convinto e fu un grande successo. Ancora oggi la porto nel cuore”.

Nel 2006 hai co-sceneggiato e recitato nel film per la TV “Il Padre delle Spose”, dove Rosanna, tua figlia, recita nella fiction la parte di una omosessuale: cosa ne pensi riguardo alle unioni civili e ai matrimoni gay? “Ne penso benissimo. Era ora che si facesse qualcosa di civilmente giusto. Siamo una nazione molto avanti e non posso che essere d’accordo. Sul fatto dell’adozione dei figli sono un po’ restio. Comunque il film fu una vera botta per Rai-Uno, per il tema che trattava e perché andava in prima serata; ma fu un successo di ascolti”.

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Oltre al fatto di non aver mai ricevuto premi in carriera, hai altri rimpianti? “Mi manca solo un premio da Festival. I miei film hanno fatto e continuano a far incassare sempre tanti soldi, anche se io non prendo una lira. Come nel caso di “Vieni avanti Cretino” e “L’allenatore nel Pallone” che hanno venduto circa quattro milioni di DVD; se io prendessi anche pochi centesimi a pezzo, guadagnerei tanti soldi. Comunque, va bene così!”.

Riguardo alla tua attività di attore o produttore cinematografico: hai progetti in cantiere? “No! Adesso voglio un po’ calmarmi come attore e dedicarmi all’agroalimentare con il marchio che ho creato “Bontà Banfi” e coniato il motto “Io metto la faccia e il cuore, e il resto lo mette la Puglia”. Comunque, ogni tanto, spero sempre di partecipare a qualche bel film”.

Cos’è “Bontà Banfi”? “È un marchio di cibi pugliesi di qualità. Sono già d’accordo con Confindustria, Confagricoltura e il Presidente della Regione, Michele Emiliano. È una cosa seria che richiederà molto tempo. E torneremo a parlarci in un altro momento”.

Data:

22 Febbraio 2017