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L’INTELLIGENZA EMOTIVA

cms_30614/1v.jpgLo studio dell’intelligenza ha coinvolto molti ricercatori nel corso del tempo, si pensi ad esempio a Sir Francis Galton (1822 – 1911) che, occupandosi dei primi test mentali, riteneva che si trattasse di un fattore ereditario oppure ad Alfred Binet (1857 -1911) noto per aver introdotto il concetto di “età mentale”, secondo il quale un bambino sarebbe dotato di un’intelligenza pari a una data età se è in grado di risolvere la metà dei test che i bambini di quell’età normalmente riescono a risolvere.

Lo studio dell’intelligenza ha coinvolto anche Lewis Madison Terman (1877 – 1956) che continuò il lavoro di Binet e formulò il concetto di quoziente di intelligenza (Q.I. = età mentale /età cronologica x 100) e Joy Paul Guilford (1897 – 1987) che introdusse la differenza tra pensiero convergente (ovvero la capacità di produrre risposte in base a conoscenze apprese e a regole di inferenza logica) e pensiero divergente (strettamente correlato alla creatività, il quale è misurato da fluidità, flessibilità e originalità).

cms_30614/2d.jpgLo studio dell’intelligenza ha continuato a essere oggetto di studio: nel 1983 Howard Gardner (1943) nel suo testo “Formae Mentis” evidenzia la teoria delle intelligenze multiple distinguendo tra quella linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, intrapersonale e interpersonale, naturalistica ed esistenziale. Lavorando con adulti colpiti da danni cerebrali, Gardner osserva che possono sussistere abilità molto compromesse o totalmente annullate con altre che, invece, restano completamente intatte.

L’intelligenza interpersonale (ovvero la capacità di comprendere l’umore degli altri, le loro motivazioni, i loro bisogni e i loro desideri) e l’intelligenza intrapersonale (di chi è in grado di conoscersi, di comprendere sé stessi, di valutare i propri bisogni, di motivarsi nello svolgimento di un compito e di orientarsi positivamente nelle scelte) sono raggruppate da Daniel Goleman (1946) in un’unica intelligenza: quella emotiva.

Nella sua teorizzazione Goleman riprende quanto era stato elaborato degli psicologi Salovey e Mayer i quali nel 1990 avevano identificato l’intelligenza emotiva come la capacità di identificare le proprie emozioni e quelle degli altri, di usare le emozioni come aiuto per prendere una decisione, di riconoscere la relazione tra emozioni e parole, di gestire le emozioni per raggiungere i propri obiettivi.

L’intelligenza emotiva viene definita da Goleman come la capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire le emozioni proprie e altrui in maniera consapevole. Si può sviluppare con l’allenamento e consiste nella consapevolezza di sé, nel saper autovalutare le proprie capacità e limiti, nell’avere fiducia delle proprie capacità, nella capacità di gestire le proprie emozioni, nel provare empatia e nella capacità di motivarsi.

Goleman evidenzia quanto l’intelligenza emotiva sia importante nella scuola e in particolare quanto sia utile il Social Emotional Learning (SEL – in italiano “apprendimento socio-emotivo”) grazie al quale gli studenti possono sviluppare autoconsapevolezza, autocontrollo e abilità interpersonali. Come conseguenza di questo apprendimento si è visto che gli studenti ottengono un migliore rendimento scolastico, dimostrano un comportamento positivo e fanno delle scelte di vita più sane.

cms_30614/3v.jpgAlcune attività che possono portare alla crescita degli alunni in questo senso sono le attività didattiche cooperative in piccoli gruppi oppure alcune tecniche quali, ad esempio, il “circle time” nel quale tutti gli alunni si riuniscono per discutere su un argomento o un problema proposto dall’insegnante o da loro stessi; in tal modo questi possono conoscersi meglio e avere la possibilità di sviluppare un dialogo costruttivo tra loro e un ascolto attivo. Un altro esercizio viene chiamato da Goleman “Cassetta delle lettere” che, coinvolgendo tutta la classe, permette di riflettere su problemi che ci sono nell’ambiente scolastico: gli studenti lasciano biglietti anonimi in cui sono descritte le emozioni e i sentimenti vissuti in alcune situazioni; in questo modo possono fermarsi e riflettere su possibili cause di conflitti, sviluppando empatia e intessendo relazioni sociali positive.

Nell’ambiente scolastico restano più attuali che mai le parole di Carl Rogers (1902 – 1987), psicoterapeuta americano, il quale descrive tre condizioni affinché si crei un clima di fiducia nell’approccio “centrato sulla persona”, all’interno della relazione terapeutica: empatia, autenticità e accettazione incondizionata. Facendo un parallelismo con la scuola si potrebbe pensare che il docente, con empatia e sospendendo il suo giudizio e ogni forma di interpretazione, sarebbe in grado di aiutare l’altro a essere più consapevole delle proprie emozioni; con l’autenticità l’insegnante resterebbe in contatto empatico con l’interlocutore nella spontaneità e nella trasparenza della relazione; con l’accettazione incondizionata accetterebbe vissuti ed esperienze dell’altro, senza dare un’interpretazione e /o un giudizio.

Antonio Ferramosca

Data:

25 Maggio 2023