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L’INTRINSECA ILLOGICITÀ NEI DISCORSI DI BOLSONARO

È diventato ormai difficile commentare le affermazioni che, quasi quotidianamente, il Presidente del Brasile Jair Bolsonaro afferma riguardo vari argomenti, in primis quello delle politiche ambientali e di conservazione della Foresta Amazzonica. L’ultima in ordine di tempo, e probabilmente la più grave in assoluto per il luogo dove essa è stata pronunciata, è la seguente: “È un errore affermare che la Foresta Amazzonica sia patrimonio dell’umanità, è un malinteso confermato dagli scienziati dire che le nostre foreste amazzoniche sono i polmoni del mondo. Non è successo quello che i giornali internazionali hanno raccontato. Erano tutte bugie: gli incendi non sono così pericolosi da temere il peggio. La mia amministrazione si è impegnata a uno sviluppo sostenibile del Paese, uno dei più ricchi di risorse naturali al mondo. L’Amazzonia è un patrimonio ma alcuni paesi invece di aiutarci a preservarlo, con spirito coloniale mettono in discussione la nostra sovranità. Attacchi sensazionalistici come quelli di quest’estate da gran parte dei media internazionale hanno sollevato la nostra suscettibilità. In ogni battaglia, inclusa quella per la protezione dell’Amazzonia deve prevalere il rispetto per la libertà e la sovranità di ognuno di noi. La regione amazzonica rimane virtualmente intatta, ed è la prova del fatto che siamo uno dei Paesi che più protegge l’ambiente. Durante questa stagione la siccità favorisce incendi spontanei e sappiamo che tutti i Paesi hanno problemi, ma gli attacchi sensazionalistici che abbiamo sofferto da grande parte dei media internazionali sugli incendi ha risvegliato il nostro sentimento patriottico”. Detto e rivendicato da Bolsonaro in persona, nel corso della 74esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la prima in assoluto incentrata sui temi ambientali.

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In poche frasi, il Presidente brasiliano è riuscito ad andare contro il parere delle comunità scientifica mondiale, a negare di fatto la motivazione del vertice ONU e a dimostrare di non possedere neanche quel poco di senso logico che si richiederebbe a chi ricopre una posizione di simile responsabilità. Se è infatti superfluo ricordare come la minimizzazione attuata da Bolsonaro sia una palese e deliberata menzogna, facilmente smentibile osservando semplicemente le foto satellitari, questo articolo vuole soffermarsi proprio sull’assenza di logica delle dichiarazioni dell’ex militare. Ciò su cui egli si è soffermato maggiormente è la questione della sovranità del suo Stato sulla principale foresta del mondo, sovranità a suo dire sacra ed inviolabile. Per lui, l’Amazzonia non sarebbe quindi un patrimonio dell’umanità, bensì una proprietà indiscutibile dello Stato brasiliano, che dovrebbe avere la facoltà di disporne come meglio ritiene. Proviamo allora ad entrare nella logica sovranista e populista da lui utilizzata, ipotizzando che la comunità internazionale non possieda effettivamente il diritto di intervenire in Amazzonia. Wikipedia, in tal senso, ci viene in aiuto: “il sovranismo è, secondo la definizione che ne dà l’enciclopedia Larousse, una dottrina politica che sostiene la preservazione o la ri-acquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali”. Riguardo il populismo, invece: “per populismo si intende genericamente un atteggiamento ed una prassi politica che mira a rappresentare il popolo e le grandi masse e a esaltarne i valori positivi”. L’ideologia politica di Bolsonaro dovrebbe quindi sostenere la preservazione della propria sovranità da parte del popolo dell’Amazzonia, che dovrebbe essere libero di essere rappresentato da vicino, autodeterminando la gestione del luogo in cui abita. O forse no?

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È proprio qui, infatti, che il ragionamento di Bolsonaro si sgretola come un castello di sabbia. Il popolo abitante dell’Amazzonia lotta da decenni per la fine della deforestazione, soffre per gli incendi che ne distruggono le case, si ammala per via dell’inquinamento dell’acqua del Rio delle Amazzoni. Chi abita in Amazzonia, seguendo la logica sovranista, dovrebbe essere l’unico vero proprietario della sovranità sulla propria terra. E per questo protesta, lotta e spesso perisce, perché inacettabile ciò che il governo di Bolsonaro sta facendo nei loro confronti. Nel 2019 ci sono già stati 160 casi di “invasioni possessive, sfruttamento illegale delle risorse naturali e vari danni al patrimonio”, oltre ad un considerevole aumento degli indigeni vittime di omicidio, spesso attivisti per i diritti del proprio popolo. Dietro la scusa della “sovranità”, quindi, Bolsonaro adduce ben altri obiettivi: sfruttamento ad oltranza della Foresta pluviale, violazioni territoriali in aperto contrasto anche con le stesse leggi interne, favori alle grandi lobby agricole, potentissime in Brasile. Le intenzioni del Presidente del Brasile non hanno nulla a che fare con la sovranità popolare, e si possono invece descrivere in due semplici parole: conflitto d’interessi. Lui non lo ha mai negato prima di essere eletto, e oggi non si sforza nemmeno più di tanto a nasconderlo. Si può ancora tollerare una simile distruzione per scopi prettamente personali? È possibile accettare che per l’interesse di pochi tutti gli altri debbano perire? Come si fa a non rendersi conto che una simile politica ambientale, con la situazione attuale, non è meno pericolosa di ciò che faceva Bin Laden? Per quanto ancora la comunità internazionale sopporterà una simile arroganza? La risposta più probabile all’ultimo quesito, purtroppo, è che la sopporterà fino al giorno in cui il disastro sarà definitivamente compiuto, e sarà troppo tardi per tutti. Per questo il governo brasiliano è da ritenersi colpevole, ma non più di tutti gli altri, che non fanno nulla per impedire una simile follia, mentre la sovranità degli abitanti dell’Amazzonia viene continuamente violata dal loro stesso Presidente.

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Data:

27 Settembre 2019