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L’IRAN DELLE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

Il focus sul fenomeno delle sparizioni forzate, degli arresti arbitrari, delle torture, delle pessime condizioni igienico-sanitarie in cui versano le sezioni carcerarie di massima sicurezza, dove sono confinati i prigionieri di coscienza nel caso precedentemente trattato dell’Egitto di Al-Sisi, può essere specularmente riportato all’Iran. Ahmadreza Djalali, scienziato svedese-iraniano, docente e ricercatore di medicina dei disastri e assistenza umanitaria presso il Karolinska Institute in Svezia, poi presso l’Università degli studi del Piemonte Orientale e la Vrije Universiteit di Bruxelles, è detenuto dall’aprile 2016 in Iran, dove si era recato per un viaggio di lavoro. L’accusa di spionaggio comminatagli, gli ha procurato una condanna a morte in via definitiva. In particolare Ahmadreza, è accusato di collusione con i servizi del Mossad, per il quale avrebbe raccolto informazioni sui siti militari e nucleari iraniani, in cambio di soldi e della residenza in Svezia; accuse a cui il Procuratore generale di Teheran, Abbas Ja’fari Dolat Abadi, non allega alcuna evidenza a supporto. La realtà dei fatti rivelerebbe il contrario; Ahmadreza ha più volte dichiarato di aver rifiutato le richieste di collaborazione dei servizi segreti iraniani, per salvaguardare la sua integrità da scienziato.

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Un tratto particolarmente ostile del caso Ahmadreza riguarda per l’appunto il perpetrarsi dell’omissione del diritto alla difesa, sancito dal Patto delle NU sui Diritti Civili e Politici, di cui l’Iran è Stato parte; ossia il diritto per il detenuto a disporre dei mezzi e del tempo adeguati alla preparazione della propria difesa, e il diritto a comunicare con un avvocato liberamente scelto. Secondo il diritto internazionale, un ritardato accesso all’assistenza legale può essere autorizzato solo in circostanze eccezionali, deve essere prescritto dalla legge e limitato ad occasioni in cui si ritiene indispensabile per mantenere la sicurezza e l’ordine. Tuttavia, anche in questi casi assolutamente eccezionali, l’accesso non dovrebbe essere ritardato di più di 48 ore dal momento dell’arresto o detenzione. Al contrario, di Ahmadreza si sono perse le tracce per 10 giorni dopo il suo arresto da parte dei funzionari del Ministero dell’Intellingence iraniana; giorni in cui il ricercatore è stato condotto presso una località ignota, per poi essere trasferito alla sezione 209 della prigione Evin di Teheran, dove è stato detenuto per sette mesi, di cui tre in isolamento. Nel periodo di detenzione in isolamento, Ahmadreza denuncia di non aver avuto l’accesso ad una protezione legale e di essere stato costretto a rilasciare confessioni preparate e registrate dai suoi interrogatori, sotto lo schiaffo di maltrattamenti e torture, e sotto la minaccia di morte nei confronti dei membri della sua famiglia. Purtroppo il Codice di Procedura Penale Iraniano, seppure preveda il diritto di chiedere un avvocato al momento dell’arresto e richiede alle autorità di informare l’imputato di questo diritto, non considera pregiudizievole per la validità delle indagini, la mancata osservanza di tali diritti e garanzie.

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A ciò, l’art.48 del codice, aggiunge che gli individui con accuse legate alla sicurezza nazionale non sono autorizzati ad accedere a un avvocato indipendente di loro scelta per l’intera fase dell’indagine e possono selezionare i loro legali solo da un elenco di avvocati approvato dal procuratore; elenco che ufficialmente non esiste. Ahmadreza Djalali, lo scorso dicembre, ha telefonato alla moglie Vida per riferirle di trovarsi rinchiuso in isolamento in attesa di esecuzione e se oggi si tratta di una vicenda fortunatamente non ancora conclusa nel peggiore dei modi, è per l’intervento di organizzazioni per la tutela dei diritti umani quali Amnesty e per il coinvolgimento della comunità accademica internazionale. Vivere da mesi però appesi ad un filo tra la pena capitale e la detenzione in celle di isolamento 180x180cm è una tortura con conseguenze psico-fisiche non trascurabili, considerando anche le precarie condizioni di salute di Ahmadreza, a cui era stato diagnosticato già nel 2019 un livello preoccupante di globuli bianchi, che richiede accertamenti da parte di medici specializzati in oncologia, fuori dal carcere. Con il sopraggiungere della severa situazione pandemica a cui le carceri iraniane, sovraffollate e lontane dagli standard minimi di trattamento dei detenuti, per: mancanza di letti, infestazioni di insetti e cibo insufficiente, non possono far fronte, le popolazioni carcerarie sono particolarmente esposte al diffondersi di malattie infettive.

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Queste condizioni rendono ancora più urgente il rilascio immediato di Ahmadreza, particolarmente compromesso. La situazione dei diritti umani in Iran è in un consolidato deterioramento; all’indomani della festa delle donne non possiamo non fare alcun accenno al caso di Nasrin Soutudeh, avvocatessa iraniana per i diritti umani, condannata a 33 anni di carcere e a 148 frustate, per aver difeso una donna che aveva manifestato pacificamente per l’abolizione dell’obbligo di indossare il velo, lo hijab per le donne iraniane. Anche in questa vicenda risalta tra altre, la violazione del diritto di difesa, a cui l’avvocatessa si è appellata, rifiutandosi di scegliere un legale dalla lista stilata dal procuratore capo e rifiutandosi di prendere parte al processo, citando l’ingiusta natura del procedimento. Le accuse per Nasrin sono quelle di “propaganda contro il sistema” e “raccolta e collusione per commettere crimini contro la sicurezza nazionale. L’Unione Europea citando l’Iran e l’Egitto nelle risoluzioni dello scorso 17 dicembre, ha assunto una posizione netta, coerente con quelli che sono i suoi principi fondanti. La situazione odierna dei diritti umani è quanto mai preoccupante, e il voto dell’Europa, espresso affinché il rispetto dei diritti umani sia posto al centro dei rapporti dei paesi membri con i paesi terzi, come preambolo delle relazioni di carattere commerciale, è un voto significativo, che ha bisogno però di concretarsi nella messa in campo delle azioni necessarie a tirare fuori dalle celle i prigionieri di coscienza. Fino a quel momento tocca a noi diffondere il verbo.

Data:

7 Marzo 2021