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L’Italia. Quale futuro?

Era il primo maggio quando Matteo Renzi ad Hannover veniva ritratto assieme a David Cameron, Barack Obama, Angela Merkel e François Hollande. Sono passati pochi mesi, ma quei tempi, dei quali l’unica testimone diretta è lei, Angela Merkel, non ci sono già più. A cominciare dall’Inghilterra, se n’è andata la “sinistra liberale”, che poco ha di John Maynard Keynes e molto somiglia a un neoliberismo dall’aria già desueta, usurata dalla sua stessa protervia nel perorare una causa fallimentare: quella dell’Europa di Maastricht e del fiscal compact. La vittoria del NO in Italia si sarebbe potuta evitare se solo la riforma della Carta costituzionale fosse stata più oculata e avesse previsto un cammino condiviso con minoranza e opposizioni perché il referendum, almeno in teoria, non dovrebbe essere utilizzato quale strumento della politica di partito. L’errore, morale e strategico, è stato di Renzi che ha voluto legare la battaglia al successo del suo governo.

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Una giusta riforma avrebbe sicuramente fatto il bene del Paese. Ma cambiare 49 articoli in un colpo solo è apparsa una pretesa troppo ambiziosa e poco funzionale. Ed è anche in questa mossa sconsiderata che va cercata la sconfitta dell’europeismo. Da un lato quello di Spinelli certo, che tanto fervore aveva profuso agli anni ’70 e ’80. Dall’altro quello neoliberista che ha visto l’incremento della sperequazione, nel disequilibrio nutrito da un’economia sbagliata, foriera di un vento autodistruttivo e destinato, prima o poi, ad erodere il debole collante che tiene assieme gli Stati dell’Unione. Oggi, non possiamo più negarcelo, siamo in una congiuntura oscura, fatta di regressione, impoverimento, paura. Una congiuntura che trova la sua ragion d’essere nella globalizzazione, quel dorato mondo nuovo in cui tante speranze erano state riposte, ma che non ha impiegato molto a rivelarsi rovinoso.In una domenica gli Italiani hanno dimostrato che a quell’inganno non sono più disposti a credere. Perché, checché se ne dica, a votare ci sono andati per esprimere il proprio giudizio sull’operato dell’esecutivo, troppo legato a quelle logiche. Era inevitabile. In virtù tanto di quell’errore morale e strategico quanto politico ideologico. In tre anni la sinistra ha rinnegato la sua natura, dimenticandosi dei diritti sociali e concentrandosi solo su quelli civili. Ora siamo forse nella contingenza più difficile: davanti abbiamo una legge di bilancio da chiudere, la crisi del Monte dei Paschi che potrebbe riaprirsi, la debole tenuta dei conti pubblici e una legge elettorale da fare, senza la quale non sarà possibile andare al voto, nella precarietà di una classe dirigente dai tratti indefiniti.

cms_5066/3.jpgDietro l’angolo c’è Grillo, che, nonostante la lacunosa gestione romana, gode ancora della fiducia del popolo. Ma ci sono molte variabili e un percorso di governo tecnico o di scopo, lungo più o meno un anno.

“Ora dobbiamo rimetterci in cammino”, ha detto Renzi, lasciando intravedere la possibilità che non si ritiri del tutto dalla vita politica del paese. I suoi tredici milioni e mezzo di voti hanno del resto un peso. La sinistra in Italia non ha mai oltrepassato il muro dei dodici. Va considerata, in un’ottica politica, la corsa a solo del premier, contro tutte le opposizioni unite, dalla sinistra più oltranzista alla destra di Salvini. E allora quei voti assumono ancor più valenza se traslati in uno scenario nel quale potrebbero cambiare gli equilibri. Vero è che ci vorrà del tempo. Renzi si è sovraesposto, giocando ogni carta a sua disposizione pur di vincere il referendum.

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L’ago della bilancia sarà ancora una volta Silvio Berlusconi che ha due possibilità: mantenere un centrodestra unito o benedire una nuova formazione politica moderata e liberista, lasciando a Lega e Fratelli d’Italia campo libero nella destra più radicale. Quelli che verranno saranno giorni decisivi per il futuro dell’Italia. Ma un passo alla volta. Ora è il momento degli accordi e dei toni collaborativi.

Data:

6 Dicembre 2016