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L’oligopolio della Rete mascherato da libertà

La Rete è diventata una delle più importanti fonti di potere sulla terra. Attraverso Internet circolano ogni giorno notizie, scambi commerciali ed economici, educazione e moltissimo altro, una girandola spesso senza controllo in grado di influenzare miliardi di persone e dirigere l’opinione di rete verso determinati obiettivi politici. Non esiste allo stato attuale una forza così dirompente come la rete in grado di tessere la propria struttura nei più remoti angoli del pianeta attraverso l’uso di monitor con cui interfacciarsi. Viene spontaneo a questo punto interrogarsi su chi detenga il potere in rete, chi sia o siano le menti che dirigono i flussi di informazioni, i gatekeepers elettronici in grado di dirigere il traffico dei milioni di dati che ogni giorno vengono scambiati sulle piattaforme digitali.

cms_5522/2.jpgIl potere digitale forse è solo una questione riservata ai produttori di software, alle industrie che producono smartphone sempre più essenziali per la quotidianità di tutti, ai responsabili delle grandi piattaforme di condivisione come Facebook e Youtube. Oppure lo stesso potere in rete è frutto di accordi economici tra gli stessi soggetti appena elencati, un divide et impera in tempo di cultura digitale per sugellare un’eterna pax globale. Sarà forse per questo che molti governi attraverso interventi legislativi e giudiziari, si stanno muovendo sempre più con maggiore insistenza per cercare di controllare il traffico di bit. Resta però sul tavolo la questione di come muoversi in ambito di legislazione sovranazionale, essendo la rete un prodotto sì di uomini, ma con ambito globale. La sovranità viene esercitata dal popolo in ambito nazionale, attraverso le leggi costituzionali che ogni Paese si è dato; cosa ben diversa accade con la rete, ambito in cui cade ogni tipo di riferimento nazionale per abbracciare au contraire ambiti di stampo globale.

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L’unica possibilità allora rimasta per poter esprimere in internet e su internet un sistema di provvedimenti che possano richiamarsi a qualche ambito di tutela personale e internazionalmente riconosciuta, è quella dei diritti umani, una Dichiarazione dei diritti in Internet. La Banca Mondiale in un rapporto diffuso qualche settimana fa ha stabilito che il 60% della popolazione mondiale dispone di una accesso alla Rete. Le persone che riescono a utilizzare internet nel mondo sono circa 4,2 miliardi, di cui però solo l’1,2% dispone di connessioni a banda larga. I numeri parlano di una fetta enorme di persone che quotidianamente abita un altro pianeta, effettua scambi economici, diffonde informazioni, comunica con i suoi simili, lascia dietro di sé infinite tracce del proprio passaggio. Nei confronti di questa popolazione spesso inconsapevole dei rischi che corre nel momento in cui accede alla rete, bisogna adottare soluzioni globali a problemi locali, cioè provenienti dalle singole nazioni, ancora però limitate a quelle più industrializzate.

cms_5522/4.jpgIl rapporto della Banca Mondiale infatti sottolinea anche che vi sono ancora ben 4,2 miliardi di persone che non hanno accesso a internet, un’emarginazione sociale in salsa digitale. Il digital divide paradossalmente cresce piuttosto che diminuire nonostante l’avanzare degli sforzi congiunti di governi e di ricchi tycoon come Zuckerberg nel diffondere le tecnologie di rete. In India ci sono 1,1 miliardi di persone offline su una popolazione di 1,25 miliardi, in Cina sono 775milioni le persone escluse da internet e in Indonesia si arriva a 213 milioni. Questo solo per ricordare alcuni stati più popolosi, ma ci sarebbero poi da aggiungere molte altre situazioni di Paesi in cui l’assenza di collegamento alla rete riguarda sacche di popolazioni sempre più marginalizzate ed escluse. Danni collaterali direbbe qualcuno, danni i cui effetti per ora possiamo solo calcolare in termini di bilance economiche e di prodotto interno lordo, come a dire il potere di internet è per pochi.

Data:

11 Febbraio 2017