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L’OMBRA DEL DOPING NEI VIDEOGAME

Lance Armstrong, Ben Jhonson, Adrian Mutu, Guilermo Canas, sono solo alcuni nomi noti, ognuno di discipline sportive diverse, con un unico comune denominatore: Dopati. Dal ciclismo all’atletica, dal calcio al tennis, spesso questi sport finiscono sulle cronache dei giornali non per esaltare le gesta sportive di un campione, ma a causa dell’ennesimo episodio di doping che vede coinvolti uno dei loro atleti più rappresentativi.

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Con doping, s’intende l’uso di particolari sostanze stupefacenti o di medicinali con lo scopo di aumentare il rendimento fisico e la conseguente prestazione atletica. Esso deriva dalla parola “dope”, che indica una bevanda mista di vino e te, somministrata agli schiavi d’America per aumentare la produttività sui campi di cotone. Su queste pagine, oggi, riprendiamo una notizia che alcuni giorni fa ha suscitato molto stupore: ci si dopa anche nel mondo dei videogiochi.

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In questo caso non ci sono piste, campi da calcio o piscine a fare da cornice a un evento così negativo come quello di farsi un’autoemotrasfusione o iniettarsi EPO, ma uno schermo, una consolle e un joystick; niente atleti dalla splendida tonicità muscolare alla ricerca di una tappa da vincere o un record da battere, ma esili e occhialuti ragazzi che, comodamente seduti su di una poltroncina, hanno l’obiettivo di sconfiggere gli zombie o di portare a termine una missione cercando di perdere meno vite possibili.

cms_2586/Kory_Friesen.jpgIl fenomeno del doping nei videogiochi è emerso grazie alla dichiarazione di Kory Friesen, un videogiocatore professionista, che aveva ammesso di fare uso di Aderall, uno stimolante utilizzato per aumentare la concentrazione. “Eravamo tutti sotto l’effetto di Aderall”, ha dichiarato in un’intervista e aggiunge, “Era una cosa abbastanza normale, basta ascoltare le dichiarazioni durante le partite per capire che eravamo tutti sovraeccitati”. Così come tutte le Federazioni sportive che contano, la risposta dell’ESL – Elettronic Sports Leauge, – non si è fatta attendere. L’organo di controllo dei campionati di videogame ha promesso di attuare maggiori controlli collaborando con l’autorità mondiale nella lotta al doping, la WADA. A chiunque verrebbe da pensare che tutto ciò sia veramente assurdo; a quanti di noi non è mai capitato di salire a bordo di una macchina da Formula Uno o di andare in guerra semplicemente spingendo dei pulsanti su di una scatoletta o di muovere una cloche, senza alcuno sforzo o sudando la casacca.

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Eppure, anche in questo mondo virtuale (N.d.R. Negli USA lo chiamano e-sport, sport elettronico) fatto di microcircuiti, l’ombra della chimica ha iniziato a fare la propria apparizione. Questo è un mondo con un giro di affari di oltre settecento milioni di dollari e duecento milioni di appassionati, con aumenti previsti per il 2017, da capogiro: circa tre miliardi di dollari. Solo per dare un’idea di quello che accade, alcuni giorni fa si è tenuto un torneo internazionale, Defense of the Ancient 2, con oltre diciotto milioni di dollari di montepremi, con dirette TV e uno Stadio con sedicimila spettatori ad assistere. Alla fine del campionato, il sedicenne pakistano Syed Sumail Hassan ha vinto oltre un milione di dollari. Insomma, cifre che qui da noi ne sentiamo parlare in sport come il Calcio. C’era da aspettarselo, laddove il “fiume di denaro” continua ad aumentare grazie agli sponsor che “affluiscono” di giorno in giorno, gli elettronici-giocatori, fanno di tutto per ottenere la vittoria con ogni mezzo. E non ci sarà da stupirsi se la prossima notizia porterà alla ribalta casi legati al giro di scommesse e partite truccate. Termino dicendo che, se i videogame stanno conducendo i giovani a questa nefasta conseguenza, son contento di aver cresciuto i miei figli con il Monopoli e il Gioco dell’Oca.

Data:

15 Agosto 2015