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L’OPINIONE DEL FILOSOFO…L’UNIONE DI PENSIERO E VITA (II^PARTE)

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Ragione e poesia

cms_24136/2v.jpgRagione e poesia sono le vie di accesso alla realtà, mentre entrambe consentono di ampliare le capacità dell’uomo e di nobilitare la sua condizione. Questo è il senso dell’unità in Maria Zambrano, il logos che non ha divisione e, poiché non ne ha, non dovrebbe separare la parola poetica da quella filosofica. La portata della ragione poetica ha la profondità del desiderio dei romantici, dei mistici e di alcuni pensatori come Bergson.

L’unità è un grande sogno che è parte radicale di ogni tentativo di conoscenza veramente umana. Ecco perché per Zambrano è fondamentale il momento dell’alba, quando Don Chisciotte parte, perché significa andare incontro a quel sogno del romanzo umano: “E i più rivelatori, forse, di questo libro rivelatore, sono quelle parole così semplici e pure che indicano l’ora della partenza di Don Chisciotte. Si distinguono dal resto del libro come se fossero parole sacre, quando dichiarano qualcosa che apparentemente non ha importanza: l’ora in cui Don Chisciotte esce per strada”.

Ma questa è una cosa essenziale, così come lo è il fatto che Don Chisciotte è “uscito” sulla strada, che non si è vestito né si è reso disponibile. Queste parole, come tutte le parole in un modo o nell’altro sacre, manifestano unità, sono unità. La fanno e la aggiornano, la creano, in quelle parole “sacre” c’è tutto Don Chisciotte. Aggiornano il personaggio e la sua azione, tutto il libro tende all’unità nella molteplicità dei vari piani del romanzo, della realtà e dell’essere, della vita e della storia che in Don Chisciotte, forse come in nessun altro libro, si dispiegano.

Quell’unità, l’istante da cui è venuto, ha il suo ritorno, che non è altro che il compimento totale di una vita; si tratta del desiderio che lo spinge a incontrare l’alba: “E, quando appare questo tipo di unità, il romanzo entra nel regno della poesia. È una poesia. La poesia è un romanzo frettoloso, perché tutto ciò che è creazione umana entra nella poesia quando è realizzato. Questo significa solo che il sogno iniziale originario è entrato nell’ordine della creazione, la rinascita della massima integrità”.

Il recupero di questa unità richiama una perdita, la cui origine risiede nella scissione dall’amore. La separazione dalla conoscenza è cibo per il pensiero. La sistematizzazione della conoscenza ha origine dal desiderio di conoscenza che è insito nell’uomo e che rimanda all’ordine e alla giustizia. Da lì nasce la ragione per la costruzione di una polis, che richiede un ordinamento politico e giuridico.

Come abbiamo già visto da un altro piano, il razionalismo, che determina cioè che è reale e vero, genera un certo grado di disuguaglianza, una osservazione cui Zambrano ricorre in modi diversi, come quello che definisce la violenza come una maniera per ottenere conoscenza e potere. La ragione si arroga il diritto di esercitare l’egemonia, come dominio e controllo della conoscenza sulla realtà. È chiaro che ciò implica la sfida di altri modi di stabilire la conoscenza del reale: il potere finisce per essere l’asse attraverso cui il razionalismo si articola.

Questa violenza di natura filosofica conduce ad assolutismi di ogni genere e perverte la concezione del mondo, che causa conseguenze di ordine etico, politico, sociale e storico. È l’acquisizione di una verità ultima, che giustifica, legittima e infine si fa normativa. Il razionalismo è dunque una strada da non percorrere: la sua arroganza sulla conoscenza rappresenta un ostacolo sia al buon senso che al suo obiettivo.

cms_24136/3v.jpgZambrano propone l’unità di quelle aree che sono divise e isolate, affinché la coscienza nella sua interezza possa accedere allo slancio vitale e alla bellezza. La fusione proposta dalla scrittrice cerca di restituire all’uomo il sentimento religioso, senza per questo sminuire la ragione, che è un’ardita funzione espressiva. Ma senza dubbio il metodo della poesia è la principale risorsa unificante, che va preservata: “La poesia acquista autonomia e nello stesso tempo realizza l’evento della vita umana. Diventa indipendente dalla storia e nasce propriamente come poesia distaccata dalla lingua sacra, poiché anche l’uomo se ne è distaccato. Ma la poesia, conservando il ricordo della sua origine, si colloca in quel tempo che è sempre un’età dell’oro: la poesia nasce come memoria. E conserverà sempre un po’ di memoria, memoria opposta alla ragione. Ebbene, quando l’uomo decide di vivere la sua storia è quando si presenta con chiarezza la divergenza tra memoria e ragione; la ragione che crea il pensiero concettuale, sempre rivolto al futuro, per rendere possibile il nuovo modo di vivere, per dargli fermezza ed equilibrio, si identifica pienamente con la potenza dell’immagine”.

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Le poesie di Hannah Arendt sono un’espressione della sofferenza causata dalla perdita: sia essa la perdita dell’”età dell’oro” che è l’infanzia, il desiderio della patria dall’esilio, o il dolore per la morte dei propri cari. Ma se la perdita provoca sofferenza, è perché, nonostante la rottura, l’amore persiste. È vero che Arendt a volte esprime il desiderio di placare il dolore attraverso l’affievolirsi della coscienza (il sogno, la notte) o un’evasione mentale (la danza), ma sapendo che si tratta di vuoti, pause o interruzioni temporanee da cui poi si torna. È possibile desensibilizzare il dolore mitigando l’amore, ma l’amore è più irrinunciabile di quanto la sofferenza sia insopportabile.

Si sapeva che tra le carte, alcune pubblicate, altre no, della filosofa Hannah Arendt, una delle menti più audaci del secolo scorso, c’erano poesie, ma non erano mai state prese in considerazione come tali. In un volume del 2015 sono riunite per la prima volta tutte le poesie di Hannah Arendt e si dimostra che il suo lavoro, senza uno stretto rapporto con la poesia, sarebbe inconcepibile. Hannah Arendt è riconosciuta come una delle più importanti pensatrici del XX secolo, pochissimi sanno che per decenni ha scritto poesie.

cms_24136/5v.jpgTra gli studiosi della sua opera si presumeva, che il verso, per Arendt, fosse solo un’aggiunta del pensiero e quindi le sue poesie furono inscritte, per la maggior parte, nel suo “Diario del pensiero” (1950-1973) , da cui Karin Biro le ha estratte per modificarle in francese, in, Heureux celui qui n’a pas de patrie. Poèmes de pensée (Payot), del 2015.

Nonostante che nulla che abbia a che fare con Arendt può essere indifferente, le sue poesie non sono, propriamente parlando, eccezionali. Onorano, come dice Biro, una tradizione tedesca di poesia filosofica che ha accompagnato Friedrich von Schiller, Conrad Ferdinand Meyer o Eduard Mörike. Sono fatalmente anche esche per i biografi di Arendt, che ha coniato “la banalità del male” come risposta al processo al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, a Gerusalemme, nel 1961.

Le poesie giovanili suggeriscono la relazione tra Hannah e Martin Heidegger, tra il 1925 e il 1930, dopo che lei aveva formalmente cessato di essere sua allieva a Marburgo, lavorando alla sua tesi di dottorato con Jaspers, sull’amore in Sant’Agostino. Svincolare Heidegger, per quanto possibile, dalla sua entusiastica adesione al nazionalsocialismo – ormai incontrovertibile – fu uno dei compiti più ingrati e difficili intrapresi dalla Arendt. Il filosofo fu processato con la severità annessa al caso, quando il mondo attendeva – e Arendt prima di tutti – quella parola di rammarico che l’autore di “Essere e tempo” non pronunciò mai, macchiando non solo la sua vita ma anche il suo pensiero. Heidegger, confessa Hannah, le faceva sentire strana la sua stessa mano, se interpretiamo biograficamente alcune delle sue poesie giovanili.

Una seconda sezione raccoglie le poesie scritte in esilio, tra il 1942 e il 1961, quando la Arendt e il marito Heinrich Blücher, un tempo militante comunista, fecero del loro appartamento di New York il luogo privilegiato degli intellettuali ebrei newyorkesi, a cui Hannah si è unita senza confondersi con loro, condividendo la condizione dell’esilio. Arendt dedica la sezione “Heureux celui qui n’a pas de patrie”, agli amici perduti, fra cui Walter Benjamin e il romanziere Hermann Broch, che, a differenza di Benjamin, che si suicidò nel 1940 nella frontiera franco-spagnola, sopravvisse alla persecuzione nazista, morendo nel New Haven nel 1951.

La parte finale della raccolta di poesie è la più tranquilla, dedicata alla redenzione di Icaro, le cui ali di cera si sciolsero quando il figlio di Dedalo si avvicinò al sole. Dopo l’amore di Heidegger, la Soluzione Finale e la banalità del Male, Hannah si rifugia nell’antica e tiepida temperanza di Goethe e scrive nella “Teoria dei colori”.

“Il giallo è il giorno.

Il blu è la notte.

Verde la distesa del mondo.

Luce e oscurità si sposano

al buio come alla luce.

Il colore fa apparire l’universo,

i colori separano le cose dalle cose”.

“La poesia è stata molto importante nella mia vita”, ha detto nella famosa intervista del 1964 a Günter Gaus in televisione. “Poesie”, il volume pubblicato da Herder, mostra la produzione poetica e meno conosciuta di questa intellettuale che scavava nei totalitarismi, di questa “teorica politica”, come amava definirsi, che sezionava la condizione umana e il cui più grande aforisma diceva: “Quello che voglio è capire”.

Per decenni Arendt ha scritto poesie. Il dolore e la perdita sono l’asse centrale della poesia di questa pensatrice che seppe creare un’opera lucida e brillante che va dalla filosofia alla religione, passando per la politica e l’etica.

Sul male

cms_24136/6v.jpgAutrice di opere come “Le origini del totalitarismo”, dove riflette sul totalitarismo sia di Hitler che di Stalin (1951), “La condizione umana” (1958), “Eichmann a Gerusalemme”, sul processo nazista Adolf Eichmann, che tante critiche aveva suscitato in Israele, o “La vita dello spirito”, Hannah Arendt è sempre stata “una serva dello spirito” per la quale la verità era “il segno più alto del pensiero”, secondo la biografia della scrittrice francese Laure Adler.

Circa le riflessioni che Arendt e Zambrano dedicano all’attrazione del male, più nota è la teoria di Arendt su di lui e la sua banalizzazione, che la fanno la più grande teorica del male. Tuttavia, Zambrano, nel 1958, cinque anni prima di Arendt, sviluppa in “Person and Democracy” una teoria del male molto interessante che, sorprendentemente, converge quasi interamente con quella che Arendt presenterà nel suo controverso libro “Eichmann a Gerusalemme’’.

Per entrambe, l’espansione senza precedenti del male avvenuta con l’instaurarsi dei totalitarismi nel loro tempo, è una diretta conseguenza della scomparsa dell’esercizio della riflessione. L’essere umano ha cessato di essere una persona rifiutandosi di agire consapevolmente e responsabilmente. Sradicato dalla sua personalità morale, diviene alienato, come lo definisce Zambrano, o superfluo, secondo Arendt.

In quanto ai presupposti secondo cui Arendt definirà più tardi la banalità del male, Zambrano utilizza l’immagine di un abisso in cui l’individuo decide di suicidarsi, di “espropriarsi”, diventando un ingranaggio, una ruota sostituibile della macchina dello Stato. D’altra parte, se facciamo un po’ di archeologia, è evidente che tra loro c’è un filo conduttore sul male che non è altro che sant’Agostino, che tanto influì su entrambi.

Tuttavia, la grande differenza tra loro sta nella tendenza gnostica di Zambrano, che pone la tragedia come una componente intrinseca di tutta la storia. Nel suo aspetto più mistico, il male potrebbe essere spiegato con lo stesso paradosso secondo il quale non c’è luce senza oscurità, né ordine senza caos.

Per Zambrano, la storia tragica e apocrifa è il preambolo di quell’altra storia salvifica che arriverà all’alba. In Arendt non troviamo quell’accettazione del dualismo gnostico, ma il male assoluto è ciò che manca di spiegazione e, quindi, sfugge alla nostra capacità di comprendere.

(continua)

Data:

15 Dicembre 2021