Traduci

L’OPINIONE DEL FILOSOFO…L’UNIONE DI PENSIERO E VITA (I^PARTE)

L’unione di pensiero e vita: storia e politica

cms_24113/1.jpg

Hannah Arendt e Maria Zambrano in dialogo : queste due grandi pensatrici del Novecento non si sono mai conosciute personalmente, ma sono state unite dalla profonda esperienza dell’esilio e si sono incrociate in molte occasioni. Entrambe hanno ancora molto da insegnare ai cittadini del XXI secolo per affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Infatti, i nostri mali non sono cambiati rispetto ai grandi conflitti con cui Arendt e Zambrano hanno dovuto fare i conti: ideologie totalizzanti, migrazioni forzate, paura del diverso nelle sue differenti manifestazioni, ingiustizia contro i deboli e lotta per la difesa del pensiero critico.

La lezione più importante che possono darci, sia Arendt che Zambrano, è proprio quella di invitarci a mantenere vigili i meccanismi di riflessione e di non arrenderci di fronte alla paura, di non abbandonarci all’obbedienza irriflessiva o alle soluzioni di ripiego. L’esilio suppone la tragedia degli individui che devono subire la sparizione delle condizioni che configurano una vita dignitosa. Maria Zambrano e Hannah Arendt l’hanno vissuta sulla propria pelle, e questo è sicuramente il loro grande punto in comune.

cms_24113/2v.jpgNelle loro opere c’è un appello molto attuale a pensare e ripensare ciò che ci circonda, a non accettare quelle posizioni, siano esse idee o politiche, che sacrificano le persone. In tempi come questi, in cui l’accettazione della differenza è tanto problematica, il loro pensiero permette di pensare la differenza così com’è, senza ignorarla o addomesticarla. Per entrambe, la figura dell’Altro è una promessa, ma anche un mistero che non richiede decifrazione, ma accettazione incondizionata.

Intrecciando tutti i temi che compongono le loro opere, gli incroci dei loro pensieri sono molteplici, anche se il tono riflessivo di ciascuna è molto irregolare. In Arendt prevale la parola chiara e univoca della politica, mentre in Zambrano il pensiero è più ondeggiante, con abbondanti connotazioni poetiche, al limite del misticismo.

Per Zambrano, il sacro e il sapere sono contenuti nell’ interiorità, sul piano della complessità dei sentimenti. L’interiorità della persona dipende dall’ ordine di cui è capace la ragione, così che sorga una soggettività più umana e diversa, più naturalmente sfaccettata. Se prendiamo la vita umana individuale, essa ci dirà il suo legame con la storia, la storia stessa di un popolo; in ogni individuo sono presenti e vivi gli eventi decisivi della storia, e anche a volte senza conoscerli, ne plasmano largamente la vita.

Ogni vita, per quanto individuale possa essere, è legata alla cultura di cui fa parte, alla sua storia; nessuna vita, per quanto anonima, cessa di essere parte della storia e di subirne le conseguenze. L’uomo soffre la storia, che non può essere la storia di pochi, mentre la maggioranza soffre l’emarginazione e l’esclusione.

Dell’esilio

Chi si avvicina a queste due brillanti pensatrici si troverà faccia a faccia con il pensiero sull’esilio, che inizialmente assume la forma di uno strappo forzato, ma che col tempo diventa un’abitudine, un modo di essere e di intendere il mondo. La necessità si trasforma in possibilità di emancipazione. L’esilio è la pietra di paragone nel discorso di entrambe le autrici e non sorprende che diventi una categoria intellettuale a cui entrambe torneranno più volte nelle loro opere.

cms_24113/3v.jpgNella fuga dell’esilio, Zambrano, in “Ortega y Gasset”, confessa di aver lasciato gli appunti del maestro, prendendo solo la “Etica” di Spinoza, un altro esiliato della filosofia.

Arendt prende una cartella con le sue poesie, i suoi diari, l’inquietante racconto autobiografico intitolato “Ombre” e la prima parte della biografia di Rahel Varnhagen: nel precario bagaglio dell’esilio trova posto solo la sua opera.

L’esilio diventa così per Zambrano e Arendt, il rifugio dal quale è possibile esercitare un atto riflessivo molto intimo, di chi vive nel deserto, che si colloca controcorrente senza paura delle barriere, mentre le due autrici, nello sradicamento, si sentono forse più libere di concedersi certe licenze e di arrivare a ciò che tanto apprezzavano: l’unione del pensiero con la vita.

Maria Zambrano ha detto: “Non posso concepire la mia vita senza l’esilio. È stato come la mia patria, o come una dimensione di una patria sconosciuta”. L’esilio come la propria terra. L’idea paradossale dell’esilio come patria in sé commuove e procura sollievo. Dopo il suo ritorno in Spagna, Zambrano scrisse: “I quarant’anni di esilio non mi possono essere restituiti da nessuno, il che rende più bella l’assenza di rancore”.

Si è parlato molto del ritorno di Maria Zambrano. Lei stessa è stata sempre ambigua al riguardo, lasciando aperto uno spazio con tre vertici – la Spagna, l’esilio e la sua stessa opera – tra i quali è sospeso ciò che si definisce come “patria”: la patria per Zambrano non è geografica, ma si configura come il ricongiungimento con l’origine, con quel sentimento vissuto nelle isole di Cuba e Porto Rico, paesi che Zambrano definisce “intimi”.

Il ritorno in Spagna nel 1984 fu motivato dalla precarietà finanziaria in cui si trovava, cioè Zambrano non torna completamente convinta. In un’intervista, la filosofa confessa di essere tornata per morire, per raccontare la sua storia e perché un gruppo di giovani della nuova Spagna la richiedono. Lei sa benissimo che non sta tornando nel luogo che ha lasciato, né nel luogo che aveva sognato in esilio, ma in un paese appena liberato che si sta rivelando diverso, consapevole dei rischi che questo ritorno comporta. Tra questi, quello che teme di più: l’amnesia mascherata da amnistia.

Forse proprio per questo, per restare su un terreno più sicuro, assicurerà fino alla fine dei suoi giorni, che la sua patria è l’esilio. È evidente che Zambrano abita quello spazio intermedio che si apre tra qui e là, tra passato e presente; il suo luogo, che non ha nulla a che vedere con l’incidente della nascita o l’arbitrarietà di un passaporto, si trova nella scrittura e nella sua opera filosofica.

Così va intesa la creazione della città dei fratelli che compare ne “La Tomba di Antigone”. Zambrano, filosoficamente, crea un paese adatto a sé, dove vive con il pensiero, che è anche un altro modo di occupare lo spazio. In una lettera che aveva scritto a sua sorella e sua madre dall’Avana, spiegando loro l’impossibilità di sentirsi a “casa” a Cuba, dice quanto segue: “Beh, io so andare nel mio mondo e scrivere, scrivere. Capisci ora perché ho scritto così tanto?”

Hannah Arendt, da parte sua, assume e vive l’esilio in questo modo: “Pensare e ricordare è il modo umano di mettere radici, di accettare un posto tutto nostro in un mondo in cui arriviamo tutti come stranieri”. Pensiero e memoria come creatori di patria? Arendt arriva ad affermare in “Tra il passato e il futuro” che il potere dell’immaginazione è capace di creare la realtà.

Questa affermazione tiene conto che l’immaginazione creativa è un tipo di comprensione non razionale, legata ai sogni, vicina alla finzione e, tuttavia, essenziale per vivere nel mondo con gli altri in una comprensione pacifica. Ma Arendt va oltre e afferma che la storia stessa ha senso solo grazie alla potenza dell’immaginazione, riempiendo i vuoti della realtà con costruzioni immaginate e possibili, secondo la teoria aristotelica del possibile come “il migliore”.

Molto eloquente a questo proposito è il prologo alla biografia di Rahel Varnhagen, in cui l’autrice confessa di voler scrivere la storia della sua vita come se lo avesse fatto Rahel stessa. Questo “come se” è significativo, poiché presuppone un patto senza il quale la ricostruzione della trama sarebbe impossibile. L’invenzione di quei pezzi sciolti o inesistenti che compongono il puzzle della storia non è solo necessaria, ma anche indispensabile per poter costruire un mondo amico in cui sentirsi a casa.

Leggiamo nel libro: “Ogni esiliato ha un aspetto di conquista e ogni esiliato è un potenziale conquistatore che irrompe in una società che, in linea di principio, crede di non aver bisogno di lui. La grande impresa dell’esilio è rendersi indispensabile per insostituibile. Mi sembra una bella spiegazione e, allo stesso tempo, assegna un compito difficile da assumere e da realizzare”.

cms_24113/4v.jpgHannah Arendt, “Tra passato e futuro” aggiunge: “L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappar loro di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti”.

L’unicità di Arendt e Zambrano rispetto all’esilio si basa su quella sfumatura inaspettata che entrambe gli danno. Alla tradizionale retorica dell’esilio come catastrofe, sostengono una ragione d’essere sostanziale e, in certo modo, redentrice. In loro l’essere sradicato diventa il paradigma della vera condizione umana e l’esiliato, per estensione, un agente essenziale per la configurazione dello spazio pubblico.

È molto interessante vedere come, allo stesso modo, la nudità dell’esilio per entrambe le pensatrici serva da riflesso invertito di ciò che è e dovrebbe essere la vita della persona. Zambrano parla di “uno specchio giusto” in cui il cittadino di una certa nazione può verificare l’inautenticità della sua esistenza.

cms_24113/5v.jpgArendt, nel suo articolo “We the Refugees”, prefigura la figura dell’ebreo rifugiato come avanguardia dell’umanità. La situazione marginale e la mancanza di radici fanno dell’esiliato un agente consapevole, capace di calibrare la realtà con maggior rigore, senza cadere in miraggi o soggettività. In effetti, l’ immagine arendtiana di un mondo trasformato in una dimora abitabile attraverso atti di pensiero e di memoria, è l’essenza del concetto di “amore mondiale”.

Pensare e ricordare cessano di appartenere esclusivamente alla sfera contemplativa e diventano parte della vita attiva: diventano strumenti di creazione.

Zambrano afferma che ogni momento di crisi è segnato da un sentimento di inquietudine a cui l’essere umano reagisce in due modi possibili: inventando fantasmi sotto forma di nemici immaginari e soccombendo a loro ed alla paura, oppure superando quell’inquietudine. Nella prima opzione, la figura dell’esule o del migrante rappresenta la minaccia dello straniero, dell’Altro. Nella seconda si pianifica e si crea il mondo che verrà dopo la crisi, uno spazio migliore e più luminoso per incontrare il nuovo arrivato.

Arendt e Zambrano hanno decisamente scelto quest’ultimo. Anzi, con il loro lavoro in esilio, Arendt e Zambrano sono state un esempio vivente di quel tentativo di creare un mondo migliore e, con Aristotele, possibile. Nei loro particolari microcosmi – Arendt nel suo appartamento situato al 370 di Riverside Drive e Zambrano nelle sue molteplici dimore di esiliata, di fronte a Piazza del Popolo a Roma o nella casetta di campagna di La Pièce -, si circondano di quegli amici con cui condividevano idee e iniziavano a gettare le basi per un nuovo spazio di convivenza.

Hans Jonas ha detto al funerale dell’amica Hannah che il mondo è diventato un luogo più freddo perdendo il calore di un tale “genio dell’amicizia”. Chi ha conosciuto Zambrano condivide anche quel senso di orfanità che Maria ha lasciato alla sua morte.

Della poesia

cms_24113/6v.jpgNell’ambito della poetica dell’esilio, Hannah Arendt e Maria Zambrano condividono numerose coincidenze biografiche, fra cui l’interesse e l’amore per la poesia. Per loro la poesia ha un triplice aspetto: è atto creativo, è pensiero ed è vita. Entrambe partono dal concetto greco di poiesis, di creazione, intendendo la poesia come un modo molto particolare di essere e di stare al mondo.

L’unione di dichten und denken, della poesia e del pensiero, è il vettore che proietta le sue opere al di là dell’ambito strettamente filosofico o politico. Molto significativo è il fatto che Zambrano abbia usato per la prima volta il termine “ragione poetica” per riferirsi all’opera “Guerra” di Antonio Machado. Allo stesso modo, per Hannah Arendt sarà Walter Benjamin a realizzare il desiderio di ogni filosofo: pensare poeticamente. Meno nota e, tuttavia, fondamentale per comprendere un’opera poliedrica ed eterodossa come la sua, è la creazione lirica che Arendt coltiva in modo intimo, senza alcuna pretesa di esibizione. Nel 2017 Herder ha pubblicato le poesie di Arendt, che lasciano trasparire la donna più nascosta, che, per certi aspetti, è più attraente della figura della politologa.

In “Man and the Divine”, Zambrano afferma che la poesia è la sorella maggiore della filosofia e, quindi, più saggia, perché parla del sacro. Anche Arendt, in “La condizione umana”, elogia la poesia come il veicolo più fedele del pensiero. Questo elogio della conoscenza poetica, a scapito della razionale, si sposa perfettamente con quella predilezione per il subalterno che troviamo in entrambe. Così come la memoria è legata alla poesia, la ragione è sicuramente legata alla parola: “Il ritmo è uno dei più profondi se non il più decisivo di tutti i fenomeni che costituiscono la vita e specialmente in quella strana vita che si deposita nelle opere frutto della creazione umana. Agli albori della storia umana, il ritmo è stata la prima scoperta in termini di conoscenza intima delle cose”.

Zambrano parla del tempo dell’alba, poiché il recupero di un linguaggio della ragione unito alla poesia, consente l’istituzione della prima istanza dell’uomo. È notevole che il canto della poesia sia legato al sacro, poiché dalla parola religiosa scaturisce la totalità, l’integrità e l’azione che il gioco rituale produce, proponendo così di ritornare religiosamente all’origine, di incontrarlo per mezzo del linguaggio poetico per ordinare il mondo. Il recupero del significato originario della lingua sacra è un altro dei segni di coraggio intellettuale che Maria Zambrano ha mostrato.

Tale radice mistica si trova naturalmente nell’amore e nella necessità di rispettare la vita degli esseri umani. Ma la scissione dell’amore tradotta in parole o piuttosto, dell’amore in poesia e filosofia, costituisce per Zambrano una traccia evidente dello strappo avvenuto ad un certo punto e che deve essere sanato. L’amore non può più manifestarsi solo con la nostalgia di ciò che è perduto, perché se l’amore si è separato è perché ci sono modi diversi di sentirlo e interpretarlo, ecco perché ci riferiamo a forme incomplete.

Da parte sua, la filosofia, a partire da Platone, ci dice che è l’amore per la conoscenza ad ampliare gli orizzonti della conoscenza. Pertanto, non cessa di avere un profondo senso religioso, poiché l’incontro con la conoscenza è anche l’incontro con la divinità. Amore e conoscenza si uniscono per dirci qualcosa che merita considerazione: sentimento e ragione non possono essere separati.

La conoscenza occidentale è stata in gran parte formata dal movimento dell’amante verso l’amato; cioè un movimento dell’essere per raggiungere la perfezione, la sua virtù più grande. Per questo motivo per Zambrano la nozione di amore è strettamente legata a quella di conoscenza: è l’amore che dà origine alla poesia e alla filosofia. Indubbiamente, riunire discorsi separati come poesia, filosofia e religione costituisce un atteggiamento con una prospettiva storica pienamente tradizionalista, ma allo stesso tempo, punta su una critica severa della ragione moderna e dell’ordine istituzionale delle società occidentali, è una scommessa per il pensiero contemporaneo, che ha bisogno di soluzioni dal punto di vista morale, partendo dalla realtà concreta.

Una volta che l’idea di amore era stata integrata, da Platone e anche da Aristotele, ha avuto il suo posto anche nel cristianesimo, nella carità e nella formazione del concetto-base per Zambrano: quello di persona e le diverse forme di conoscenza spinte dall’amore: “E guidati dall’amore, gli uomini percorreranno quella lunga strada il cui compimento è la propria unità, per diventare veramente se stessi che l’amore genera sempre”. È al salvataggio di questo originale processo di rinascita, che conduce il pensiero di Zambrano.

(continua)

Data:

13 Dicembre 2021