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SUD SUDAN: UNA GUERRA IGNORATA

Incastonato in una delle regioni più calde – non solo dal punto di vista climatico – del pianeta, tra Etiopia, Kenya, Uganda, Congo e Sudan, si trova lo Stato più giovane tra i membri delle Nazioni Unite. Ottenuta l’indipendenza dal Nord il 9 luglio del 2011, la Repubblica del Sud Sudan vede la sua storia cominciare a seguito di un referendum passato con il 98,83% dei voti e due conflitti civili, tra gli anni ’50 e gli inizi del nuovo millennio. Gli Accordi di Pace di Naivasha, siglati nel gennaio del 2005 nella località keniota a pochi chilometri da Nairobi, chiudevano la seconda Guerra Civile prospettando entro sei anni il referendum che avrebbe dato vita alla nascente repubblica, e così è stato: ma le sorti del Paese restano comunque legate agli scontri etnici, anche dopo i suddetti accordi. Dal dicembre del 2013 un nuovo conflitto, sorto dopo un tentato golpe da parte dell’ex vicepresidente Riech Machar, di etnia nuer, insanguina il Paese. Il politico era stato estromesso dal Presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, attualmente al potere. Nei primi mesi dell’anno seguente le parti si incontrarono ad Addis Abeba, stipulando una tregua sotto la supervisione dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD), composta dai Paesi del Corno d’Africa; tregua che durò appena quattro settimane, con i ribelli che occupavano la città petrolifera di Malakal, capitale del distretto dell’Alto Nilo, regione contesa tra i due schieramenti.

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Il 9 maggio, la mediazione del Segretario ONU Ban Ki-Moon portò alla seconda tregua. Le promesse restavano le stesse – fine delle ostilità, un Governo di transizione a guida consensuale in vista di libere elezioni – ma il conflitto perdurava e con esso la crisi umanitaria e il riversamento di profughi di ambo le etnie nei Paesi limitrofi. Gli scontri si intensificarono attorno la capitale Giuba, il leader ribelle fuggì in Congo e la terza tregua, facilitata da rappresentanti della chiesa presbiteriana scozzese (quella anglicana e quella cattolico-romana) giunse il 27 giugno del 2018, con il Revitalised Agreement on the Resolution of Conflict in South Sudan(R-Arcss) stipulato sempre nella capitale etiope il 12 settembre dello stesso anno. Il trattato di Pace, sebbene pieno di lacune, soddisfaceva gli interessi dei due antagonisti e quelli dei presidenti Omar al-Bashir del Sudan e Yoweri Museveni dell’Uganda, i due leader africani con più influenza in Sud Sudan. L’obiettivo è creare un governo di unità nazionale entro novembre 2019.

Agli inizi dell’anno in corso, tuttavia, la situazione non è migliorata: rapimenti di civili, raid armati, carestia ed esecuzioni extragiudiziali si sono accavallati. Amnesty International denuncia a febbraio sette condanne a morte, con impiccagioni, come previsto dal codice penale del 2008, avvenute nella più totale segretezza. Le esecuzioni dei prigionieri condannati a morte avvengono sempre in due strutture carcerarie, la prigione centrale di Wau e quella di Giuba. Il 19 febbraio spetta all’UNHCR pubblicare un dossier di 22 pagine sulle indagini svolte su 175 vittime di stupro nello Stato di Unity, al confine con il Sudan.

cms_13655/3V.jpgLa regione – tra le più ricche di petrolio – è in mano alle milizie fedeli a Machar, ma dallo scorso aprile ci sono frequenti irruzioni di una milizia fedele al vice presidente Taban Deng Gai, alleato di Kiir, insieme con una divisione dell’Esercito sud sudanese (Sspdf). Tra i più grossi problemi della classe dirigente del Sud Sudan è da annoverare certamente la corruzione. I cambi di fronte delle milizie, infatti, sono spesso conseguenza di migliori offerte economiche ricevute dai loro leader. È in questo contesto che Salva Kiir ha fatto appello alla comunità internazionale affinché mandi abbastanza aiuti economici per sostenere le spese della tregua armata, stimate in 20 milioni di dollari, nonostante l’UNHCR e gli altri partner abbiano già sborsato circa 1,4miliardi di dollari – di cui, peraltro, solo il 21% effettivamente erogato. Secondo Duop Chak Wuol, direttore della South Sudan News Agency, si tratta solo di una strategia per chiedere altro denaro da spartire tra i membri della classe dirigente che Wuol chiama“Cleptocrazia”. Kiir in un discorso pubblico a febbraio ha anche dato la colpa agli Stati Unitise la pace non è stata ancora implementata: sostiene che Washington non l’abbia riconosciuta. “Il suo principale obiettivo – scrive Wuol in un editoriale pubblicato dal Suda Tribune – è far credere ai leader dell’opposizione che la tregua sia reale, per poi colpirli come già fatto in passato”. Secondo il report Global Trends dell’UNHCR (di cui abbiamo trattato in un articolo in occasione della giornata mondiale del rifugiato) il Paese è il terzo nella classifica con 2,3 milioni di profughi sparsi nei Paesi confinanti e con 1,9 milioni di sfollati interni; il conflitto ha provocato più di 400mila vittime. Nonostante la pace formale, nessuna soluzione alla crisi si vede all’orizzonte.

Data:

30 Luglio 2019