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L’UOMO DELLA MONTAGNA

È il 1959 in Bihar, India. Nella frazione di Gehlaur, vicino alla città di Gaya, la maggior parte degli abitanti appartiene alla classe più miserabile degli “intoccabili” all’interno della millenaria gerarchia sociale indiana. Sono Mushahars, itopi. Le colline di Gehlaur, alte un centinaio di metri, separano due centri abitati: Atri e Wazirganj. Atri vive da sempre in un perenne stato d’isolamento, senza elettricità, né acqua potabile. Gli abitanti sono costretti a camminare tutti i giorni per ore prima di raggiungere il posto di lavoro o la scuola, che dista più di otto chilometri dal villaggio. Il percorso è un sentiero dissestato che si snoda pericolosamente tra le colline per oltre 70 chilometri fino a Wazirganj, sede del mercato cittadino e dell’unico ospedale della zona. Per secoli, la popolazione locale ha maledetto quest’immenso ostacolo di roccia e ha chiesto ripetutamente al governo di costruire una strada più agevole per collegare i due villaggi attraverso le colline. Per secoli, però, nessuno ha mai prestato ascolto.

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Come tutti i Mushahars, il 25enne Dashrath Manjhi è analfabeta (il tasso di alfabetizzazione all’interno di questa casta non sfiora nemmeno l’uno per cento), non possiede terreni e la sua alimentazione quotidiana è spesso limitata a radici, serpenti e topi. Vive ad Atri ma è costretto a lavorare come manovale in una fattoria oltre la piccola montagna e, come da tradizione, sua moglie gli porta quotidianamente il pranzo. Un giorno però, Falguni Devi cade dalle rocce durante l’arrampicata, fratturandosi gravemente le gambe e ferendosi la testa. Troppo lontano dal medico più vicino, Manjhi è costretto a vedere la moglie morire in assenza delle cure mediche immediate che l’avrebbero potuta salvare. Impotente di fronte alla morte di Falguni e stufo di aspettare un utopico intervento da parte del governo, il giovane “intoccabile” prende una decisione che avrebbe segnato inequivocabilmente il resto della sua vita e quella di tutta la popolazione locale: creare un sentiero alternativo attraverso la montagna.

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Così tutto di un tratto, Manjhi lascia il lavoro e vende le sue capre per comprare gli attrezzi necessari alla sua titanica impresa: armato solamente di mazzetta, scalpello e pala, il piccolo manovale comincia a scavare. Per i suoi compaesani, è semplicemente impazzito e inizialmente in pochi lo supportano, donandogli del cibo e qualche attrezzo utile per il lavoro. Da solo, Manjhi piccona le rocce giorno e notte, fomentato dall’amore per la moglie e dalla rabbia verso quella montagna che gliel’ha improvvisamente portata via.

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Passano dieci anni. Poi un giorno, gli abitanti del villaggio scorgono l’apertura di un varco tra le colline e, increduli, si decidono finalmente a dare una mano. Con l’aiuto della sua gente, Manjhi continua instancabilmente a scavare per altri 12 anni. Nel 1982 – 22 anni dopo la prima picconata – l’ormai 47enne Mushahars raggiunge l’altro lato della montagna, completando un’impensabile scorciatoia attraverso le rocce. Il nuovo sentiero, scavato in profondità per oltre sette metri, taglia in due le colline riducendo la distanza complessiva fra Atri e Wazirganj a solamente 13 chilometri e permettendo alla popolazione di oltre 60 villaggi di sfruttare quotidianamente questo nuovo percorso. Dopo aver completato la sua epica opera, Manjhi non si ferma e comincia a lavorare incessantemente per promuovere i diritti della sua gente. Ormai, l’intoccabile è rispettato in tutto il Paese come un sadhuji – un uomo toccato da Dio – mentre il governo promette la costruzione di un ospedale e di altre infrastrutture necessarie ai villaggi della zona.

cms_2115/wikipedia.jpgManjhi non è interessato a premi o celebrazioni, e non aspetta. Dona la terra offertagli dal governo per la costruzione di un ospedale e riesce a convincere più di 50 famiglie di Atri a trasferirsi su appezzamenti garantiti dal governo, contribuendo a formare Dashrath Nagar, il “villaggio di Dashrath”. Tuttavia, a parte qualche concessione terriera, il governo non mantiene la propria parola. Nell’agosto del 2007, all’età di 73 anni, Dashrath Manjhi perde la sua lunga battaglia contro il cancro, senza aver assistito alla costruzione nel proprio villaggio dell’ospedale promesso e tanto atteso dalla popolazione. Dopo la sua morte, il governo del Bihar gli tributa i funerali di Stato e propone di dedicargli nuove strade e ospedali: ancora una volta promesse e riconoscenze formali, a cui Manjhi non darebbe alcun peso. Del resto, “l’uomo della montagna” è già diventato una figura leggendaria e immortale in tutta l’India grazie alla sua indimenticabile impresa.

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Data:

22 Aprile 2015