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Ma non era populismo?

Si è concluso ieri l’altro l’evento riminese a 5 Stelle, tutto dedicato alla celebrazione della scontatissima vittoria del giovane Di Maio, incoronato candidato premier. Sarà lui, come già da tempo deciso dal duo Casaleggio-Grillo a rappresentare il Movimento in corsa per il governo del Paese.

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Il voto elettronico è stato tutt’altro che una passeggiata, tra sibili di corridoio che paventavano infiltrazioni e il malcontento generale di vedere estromesso il beniamino del popolo Di Battista, l’ortodosso Fico e l’equilibrato Morra. Tutti fatti fuori – pardon rinunciatari – per garantire l’unità interna, almeno così credono i fondatori. Perché l’unità vera è ben altra cosa e si attua solo in un clima di conclamata democrazia. Quella del vincere facile è una strategia perdente che si riverbererà sul povero Di Maio soprattutto quando alla sfida vera gli verrà chiesto di sciorinare un solido progetto futuro. E non basteranno parole ben allineate a prova di glottologo. L’Italia sarà chiamata ai fatti e servirà un disegno economico che si incastoni in uno scenario europeo in evoluzione. Servirà un Paese forte. Già forte, che metta sul piatto competenza e diplomazia per ritagliarsi un ruolo nell’Unione occidentale. E non potrà sbagliare. Non basterà andare al seguito. E questo gli italiani iniziano a capirlo, ecco perché in campagna elettorale sceglieranno chi saprà loro dimostrare competenza. Chi calerà sul tavolo le carte della concretezza.

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Ecco allora che il marketing diventa secondario. Non è più questione di destra o sinistra. E il lavoro di ricucitura interna rischia di assorbire troppe energie per preoccuparsi dell’esterno che pur richiede tempo e dedizione. Le previsioni di voto hanno regalato una fotografia di un’Italia complessa, con una Lega agguerrita al Nord e innegabilmente in crescita, un Berlusconi smagliante e un Pd solo in apparenza sornione che all’ultimo voterà compatto.

cms_7292/4.jpgAllora forse l’operazione Di Maio è tutt’altro che frutto di una strategia vincente. Forse una candidatura più equilibrata, con uno skill tecnico, si sarebbe rivelata nel tempo più efficace.

Incluso il fatto – e questo il Centrodestra l’ha capito – che in politica, il cambio di linea non è mai garanzia di affidabilità. E il Movimento qualche cambiamento di troppo l’ha fatto, a cominciare da quello più eclatante: il non statuto prima forcaiolo poi garantista. Prima populista, poi “bulgaro” alle primarie elettroniche.

Al popolo sovrano l’ardua sentenza. Intanto stiamo a guardare le elezioni in Sicilia, primo vero appuntamento elettorale del nuovo corso.

Data:

25 Settembre 2017