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Madagascar: la guerra della vaniglia

Ciascuno di noi, indipendentemente dai propri gusti personali e dalle proprie abitudini, deve aver almeno una volta nella vita provato l’intenso e gustoso aroma della vaniglia. Non importa se tale sapore accompagnasse uno yogurt, un budino o addirittura di un gelato: tutti concordano nell’asserire che la piacevolezza della vaniglia è amata ed apprezzata in ogni parte del mondo. Eppure, come spesso accade in questi casi, nessuno s’interroga mai su cosa si nasconda dietro quel sublime sapore. Nessuno s’interroga su quanto sia difficile e costoso ottenere la vaniglia ma, soprattutto, nessuno s’interroga sulle nefandezze che vengono compiute per portarla sulle nostre tavole. Per scoprirlo, dobbiamo recarci in un’isola africana nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, un’isola piena di vaste foreste, ricche delle più svariate specie di animali e di fertili valli coperte da imponenti colline. Quell’isola è il Madagascar.

Fin dagli anni ’90, malgrado le proprie ridotte dimensioni, il Madagascar è sempre stato il più importante e potente produttore mondiale di vaniglia. All’inizio del XXI secolo, tale primato è stato messo a repentaglio da una serie di crisi politiche e da cicloni tropicali che hanno devastato i raccolti degli agricoltori locali. Immediatamente, Paesi come la Cina e l’Indonesia hanno tentato di sfruttare l’occasione per sottrare al Madagascar l’egemonia del mercato della vaniglia. Il risultato? Hanno quasi immediatamente fallito.

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In molti si chiederanno come sia possibile che una nazione così povera riesca a tenere testa sul mercato globale a Paesi che, viceversa, sono in costante espansione. La risposta è molto più drammatica di quanto vorremmo. Forse è una verità che preferiremmo ignorare, ma, naturalmente, non sempre nella vita è possibile fare finta di nulla. La competitività del Madagascar dipende principalmente dalla scarsa retribuzione e dalle condizioni disumane dei suoi lavoratori.

Non parliamo solamente di un potere contrattuale minimo o di costanti umiliazioni subite dai lavoratori, spesso bambini. Parliamo di persone che vengono ogni giorno costrette ad orari di lavoro massacranti e, soprattutto, che vengono costrette a uno sforzo fisico normalmente riservato solamente agli animali.

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Inevitabilmente lo sfruttamento della manodopera, unito alla cospicua presenza di Orchidacee (la pianta da cui è possibile ricavare la vaniglia) permette al Madagascar di essere un Paese leader nel settore, al punto che ad oggi l’esportazione della vaniglia è divenuta, insieme alla coltivazione del riso, il cardine dell’economia nazionale.

Ma i problemi non sono finiti qui. Già, perché col passare del tempo la richiesta di questa preziosa leccornia in tutto il mondo è aumentata. Di conseguenza, aumentano i prezzi a cui la vaniglia di alta qualità viene venduta: si è passati dai 20 ai 500 dollari al chilo negli ultimi sei anni. Tutto questo, inevitabilmente, conduce a due drammatiche conseguenze.

La prima è che, col passare del tempo, tale mercato sarà destinato a implodere su se stesso. Più aumenteranno i prezzi della vaniglia, più il Madagascar vivrà sulla propria pelle un autentico dramma economico al momento dello scoppio della bolla.

La seconda conseguenza, più immediata, è che i cittadini locali sono ad oggi in lotta tra loro per ottenere le piante di vaniglia; una lotta violenta, molto simile alle lotte tra famiglie mafiose cui assistiamo in molte regioni del mondo occidentale.

Secondo il Guardian, negli ultimi anni sono avvenuti una serie di omicidi sommari lungo la costa occidentale del Paese, molti dei quali sono stati completamente ignorati dalle cronache locali mentre altri, addirittura, non sono neppure stati denunciati alle autorità competenti. Tutto ebbe inizio quando gli agricoltori, disperati per i danni e per i furti subiti per mano dei delinquenti locali, anziché rivolgersi alla polizia, forse considerata incapace di risolvere il problema, hanno ben pensato di organizzare una serie di ronde armate. Questo ha portato col tempo ad una serie d’inevitabili scontri fra i cittadini comuni e i ladri; scontri che spesso prevedono l’uso di armi, e che il più delle volte finiscono in un bagno di sangue. Proprio qualche giorno fa, in una piccola cittadina, un agricoltore è venuto a sapere dell’intenzione di una banda criminale di dar vita a un furto nella sua proprietà; a quel punto, l’uomo non ha esitato a rivolgersi agli abitanti del luogo, i quali, giunta la notte, si sono appostati in maniera tale da sorprendere i delinquenti e linciarli a colpi di machete.

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A tutto questo bisogna aggiungere che il mercato della vaniglia viene gestito spesso da funzionari corrotti e in malafede, al punto che questo business ha generato negli ultimi anni una serie di attività di riciclaggio, le cui conseguenze inevitabilmente si ripercuotono sulla popolazione locale. In particolare, a spartirsi il succulento bottino economico è da poco intervenuta una terza, indesiderata categoria: i trafficanti di Palissandro. Questi ultimi, nei mesi scorsi, hanno deciso di reinvestire significativamente i proventi del contrabbando illecito di legname nel nuovo, forse più fiorente, business della vaniglia, complicando ulteriormente il sunto.

Forse, anche a causa di queste ragioni, sono in molti ad auspicare il passaggio dall’agricoltura naturale di vaniglia a quella artificiale. Quest’ultima, inevitabilmente, non avrà lo stesso sublime sapore, ma potrebbe contribuire a risolvere in maniera (speriamo) decisiva alcuni dei problemi fin qui descritti.

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Quando alcuni secoli fa i primi tipi di Orchidacee vennero esportati dal Messico in Madagascar, i cittadini del luogo devono aver pensato che quella pianta rappresentasse una benedizione per loro. Oggi, a distanza di anni, sembra essersi piuttosto trasformata in una maledizione. È molto difficile dall’esterno non solo comprendere la portata di tali problemi, ma perfino contribuire alla risoluzione degli stessi. Se anche desiderassimo boicottare il commercio di tutti gli aromi, le spezie e più in generale gli alimenti frutto di guerre e di sfruttamenti, dovremmo boicottare la maggior parte dei prodotti in commercio… e naturalmente non è possibile fare nulla di simile. L’unica soluzione, pertanto, deve nascere dalla coscienza democratica del popolo malgascio e dalla loro volontà di una lenta ma necessaria risoluzione di questa tragedia che da anni affligge, con sempre maggiore drammaticità, la loro bellissima isola.

Data:

6 Giugno 2018