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Mahmood e Achille Lauro: la rivoluzione a “Sanremo”

La 69esima edizione del Festival di Sanremo non è stata la più bella di sempre, ma è di certo stata la più rivoluzionaria. Grazie alle scelte lungimiranti e molto coraggiose di Claudio Baglioni, abbiamo avuto modo di ascoltare una buona varietà di generi musicali rispetto a quanto eravamo abituati a sentire, e, finalmente, si è dato spazio anche a stili nuovi, lontani dalle classiche canzoni d’amore all’italiana. A dimostrare la bontà delle scelte del Direttore Artistico è stato proprio il fatto che queste insolite (ndr, almeno per gli standard sanremesi) tipologie musicali hanno finito per prendersi la ribalta: il teatro-musica di Daniele Silvestri coadiuvato dal bravissimo (e per nulla mainstream) rapper Rancore, il soul di Ghemon, il brano senza ritornello dei The Zen Circus, e, soprattutto, il rock’n’roll sregolato di Achille Lauro e la canzone vincitrice di Mahmood, in cui sono presenti chiare influenze arabe. Proprio su questi ultimi due bisogna soffermarsi, se non altro per il peso mediatico che portano con sé. Partiamo dal presupposto che Lauro De Marinis e Alessandro Mahmoud (questi i loro nomi all’anagrafe) non hanno certamente portato a Sanremo dei generi e degli stili di nuova invenzione, l’atto rivoluzionario è stato però quello di portarli all’Ariston, in cui dal 1977 si tiene un Festival sempre più ingessato, quasi logoro, dove i soliti noti si alternano con brani che appaiono quasi tutti uguali, ed ormai sempre meno memorabili.

Ma in che cosa consiste questa “rivoluzione”? Per quanto riguarda Achille Lauro, la si può comprendere con una scena della serata dei duetti che rimane facilmente impressa: lui steso sul pianoforte, mentre Morgan lo suona con in braccio un basso elettrico e Boss Doms saltella sul palco con la sua chitarra. La follia applicata allo spettacolo. Poco importa dell’intonazione e della bellezza estetica del brano (che, comunque, ha un ritmo ed una forza travolgenti): Lauro ha portato al Festival, ogni sera, tre minuti e mezzo di show. Dall’abbigliamento ai tatuaggi in faccia, passando per le movenze e gli “urletti” con cui si è divertito, guardando le sue performances si aveva la netta sensazione di vedere qualcosa di totalmente separato dal resto della serata sanremese, come se si fosse cambiato canale dopo ore di noia. Le polemiche causate dalle assurde accuse di Valerio Staffelli, dalle quali il trapper si è difeso alla grande e senza scomporsi, hanno fatto il resto: prima che venisse annunciato il vincitore, la vera star di Sanremo era lui. A tal proposito, una piccola riflessione: prima che Striscia mandasse in onda quella falsa inchiesta, quante persone sapevano dell’esistenza di una droga di nome “Rolls Royce”? Sembra evidente che, se qualcuno ha fatto un danno, quel qualcuno è stato l’inquisitore. Se l’innovatività di Achille Lauro non è cosa nuova, avendo lui persino inventato un genere musicale, la “Samba Trap”, in cui troviamo l’unione di suoni e ritmi apparentemente agli antipodi, quella di Mahmood è invece davvero sorprendente.

La vittoria nella seconda serata di Sanremo Giovani a dicembre non era, infatti, una garanzia, se pensiamo ad esempio al fatto che Einar, che aveva vinto la prima serata, ha chiuso il Festival dei “Big” al penultimo posto con una canzone tremendamente banale. Il cantante italiano con padre egiziano non era molto conosciuto neanche tra i giovani (a differenza di Achille Lauro): prima di “Soldi”, la sua canzone che contava più views su youtube (900.000) era “Luna”, brano di Fabri Fibra risalente al 2017 in cui Mahmood canta il ritornello, e del quale non è stato neanche girato un video ufficiale. Insomma: si trattava di un vero e proprio outsider. E infatti, “Soldi” non aveva ottenuto grande considerazione dalla giuria demoscopica dopo il primo ascolto, piazzandosi addirittura in zona rossa. Il brano, però, con quel ritmo incalzante (a proposito: complimenti a Charlie Charles!) ed un ritornello semplice ma per niente banale, migliora ascolto dopo ascolto, entrando in testa come un mantra. E così, un ragazzo semisconosciuto, al quale forse nemmeno si prestava grande attenzione quando saliva sul palco, ha piano piano, con la sua difficile storia familiare messa in musica, conquistato le tre giurie prendendosi la meritatissima vittoria finale a scapito della bella ma “già sentita” canzone di Ultimo, e del Volo, trio che ha veramente troppo l’aria dello stereotipo dell’Italia all’estero. Nel momento in cui questo articolo viene scritto, “Soldi” è al 41esimo posto della classifica mondiale di Spotify, davanti ad una certa Miley Cyrus. Ieri Mahmood ha confermato via social il fatto che sarà lui a rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest, che il nostro Paese non vince dal 1990 con “Insieme: 1992” di Toto Cutugno. Leggendo i commenti sotto il video ufficiale di “Soldi” su Youtube, sembra evidente che ci siano già tanti stranieri pronti a tifare il nostro Alessandro Mahmoud per la vittoria finale, che farebbe bene a tutto il movimento musicale italiano, che, dopo una crisi che dura ormai da tanti anni, ha finalmente, grazie anche a Claudio, avuto il coraggio di rinnovarsi.

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13 Febbraio 2019