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Manovra, Tria: “Non cambia ma stiamo discutendo”

Manovra, Tria: “Non cambia ma stiamo discutendo”

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La manovra economica dell’Italia “non cambia. Stiamo discutendo: dobbiamo rispondere alla Commissione entro il 13 novembre. Non è che rispondo qui”. Lo dice il ministro dell’Economia Giovanni Tria, rispondendo ad una domanda al termine dell’Eurogruppo a Bruxelles. “Il compromesso – spiega – non doveva essere con l’Eurogruppo. All’Eurogruppo ho spiegato la manovra, i dati e la strategia. Ne ha preso atto. Il colloquio e il dialogo saranno con la Commissione, che è l’interlocutore in questa fase. Risponderemo entro i termini stabiliti alla Commissione: non c’è né scontro né compromesso“, sottolinea.

“Speriamo che lo spread” tra i rendimenti dei Btp e dei Bund “andrà giù quando la nostra strategia sarà meglio compresa e quando avremo spiegato meglio i nostri dati e la nostra strategia”, osserva. “Lasciatemi continuare il dialogo con la Commissione”, aggiunge. L’Eurogruppo, continua Tria, “ha invitato a continuare il dialogo con la Commissione”. Quanto al debito pubblico, “c’è scritto nella nostra manovra, nelle nostre stime che il debito scenderà nei tre anni”. Ma il mercato si aspetta dei cambiamenti nella manovra: “Lei non è il mercato, né lo sono io. Vedremo”, replica infine il ministro.

Fonti del ministero spiegano che l’Italia intende rispettare le regole europee sui conti pubblici, incluse quelle previste per gestire le deviazioni dalle regole stesse, deviazioni che si sono già verificate in passato e che sono previste, come eventualità, dal medesimo quadro normativo. E con la Commissione Europea si sta negoziando per vedere in che termini arriverà la procedura per deficit eccessivo legata al debito, se non si dovesse riuscire a scongiurarla.

Entro il 13 novembre la Commissione attende un documento programmatico di bilancio rivisto, oltre alla risposta sui fattori rilevanti ai fini della redazione del rapporto ex articolo 126.3 sul debito pubblico, primo passo formale della procedura per deficit eccessivo legata al debito. La riunione dell’Eurogruppo è stata tranquilla, in un clima caratterizzato dalla pacatezza dei toni, in cui ognuno ha esposto le proprie ragioni. Il ministro dell’Economia ha spiegato le ragioni che sottendono la manovra, gli altri ministri hanno ascoltato e si è deciso che, in sostanza, il messaggio è che l’Eurogruppo è d’accordo sul fatto che bisogna rispettare le regole e avere un dialogo con la Commissione Europea.

Anche l’Italia è d’accordo sul fatto che le regole devono essere rispettate e sulla necessità di dialogare con la Commissione. La deviazione dall’obiettivo di medio termine, che la Commissione considera senza precedenti, nella visione italiana non è così sconvolgente: il nostro Paese, si sottolinea, intende continuare a rispettare le regole, incluse quelle previste per gestire le deviazioni dalle regole stesse, deviazioni che si sono già verificate e che sono previste dal patto di stabilità. L’Italia, insomma, non esce né dall’euro, né dalle regole europee.

Ora inizia un processo per cercare di trovare un compromesso, che consenta di controllare la situazione sotto tutti gli aspetti, anzitutto sul fronte dei rendimenti dei titoli di Stato, che è prioritario per il Paese, tentando di riportare lo spread sotto i livelli attuali. Con l’Europa non si vuole affatto rompere; al contrario, secondo le fonti, un compromesso si troverà. Si tratta di un processo in divenire ed è presto per sapere come si svilupperà la trattativa di qui al 13 novembre: si cercherà una soluzione in cui nessuna delle due parti ceda, o appaia cedere, ma che consenta di disinnescare le tensioni. Il 13 novembre una risposta dell’Italia alla Commissione ci sarà in ogni caso. Si proverà ad arrivare ad una buona conclusione; non c’è garanzia che ci si riuscirà, ma il tentativo verrà fatto.

Il dialogo con la Commissione Europea, comunque, è in pieno svolgimento. La deviazione prevista dall’Italia, nella visione del governo, non è così diversa da quelle che si sono verificate in passato in altri Paesi: sullo scostamento dagli impegni si discuterà, nell’ambito delle regole previste dal patto di stabilità, con l’intento di arrivare ad un accordo. La deviazione è stata riconosciuta esplicitamente nella lettera inviata dal Mef, ma l’Italia, si sottolinea, non ha consegnato alla Commissione un messaggio prendere o lasciare, dicendo che la deviazione è questa, punto e basta. Le regole stesse prevedono l’eventualità che una deviazione si verifichi e prevedono gli strumenti atti ad affrontarla; pertanto, bisognerà vedere come risolvere il problema nell’ambito delle regole Ue.

L’Eurogruppo, in ogni caso, oggi è stato piuttosto compatto nel dare il messaggio che le regole del patto di stabilità vanno rispettate, come è emerso anche dalle dichiarazioni dei vari ministri, e che bisogna trovare una via perché la Commissione e l’Italia escano da questa situazione. C’è l’invito a trovare un accordo tra la Commissione e l’Italia; in ogni caso, come è evidente dalle dichiarazioni fatte all’ingresso, l’auspicio dei ministri dell’Eurozona è che la manovra dell’Italia venga rivista. Tria, infine, non ha detto esplicitamente ai colleghi che il contenimento dello spread è la priorità per l’Italia, ma si tratta di un dato di fatto, considerando le dirette ripercussioni che l’impennata del rendimento dei titoli di Stato e il correlato deprezzamento degli stessi hanno sui bilanci delle banche italiane, canale fondamentale per l’allocazione dei capitali alle imprese in un Paese che è e resta bancocentrico.

Nel patto di stabilità è sempre previsto un certo grado di flessibilità: le regole non verranno cambiate, ovviamente, ma se il governo italiano apporrà delle modifiche al documento programmatico di bilancio che la Commissione attende in versione modificata entro il 13 novembre, ci sarebbero margini, a quanto si apprende, per applicare ancora la flessibilità che è stata concessa in passato all’Italia. La flessibilità, in particolare, si applica ad eventi imprevisti, come i flussi migratori e i disastri naturali come le alluvioni. Il regolamento 1466/97 prevede che “nel caso di un evento insolito al di fuori del controllo dello Stato membro che abbia un impatto consistente sulla posizione finanziaria (…) gli Stati membri possono ottenere temporaneamente il permesso di discostarsi del percorso di aggiustamento”. Si tratta di una clausola concepita per eventi come i disastri naturali e che è stata già utilizzata in passato. Questo trattamento eccezionale è legato ad alcune condizioni: tra l’altro, la spesa aggiuntiva deve essere direttamente legata all’evento inusuale e le deviazioni possono essere concesse solo su base temporanea.

Prescrizione, stallo 5S-Lega

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E’ stallo nella maggioranza sulla riforma della prescrizione inserita nel ddl anti-corruzione. Le posizioni di 5S e Lega restano distanti. Il Movimento non arretra ma tira dritto. Il testo dell’emendamento presentato al ddl anticorruzione è stato ritirato dalla relatrice pentastellata Francesca Businarolo ma per essere riformulatonella forma, non nella sostanza che resta invariata – spiegano all’Adnkronos fonti di governo M5S – Dunque obiettivo dei grillini resta quello di bloccare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio”. Nel testo riformulato, infatti, dopo le parole ’pubblica amministrazione’ viene semplicemente inserita la dicitura ’nonché in materia di prescrizione del reato’.

Al termine di una riunione molto tormentata e dibattuta delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera, in mancanza di un accordo tra M5S e Lega, di fronte all’impasse attuale, la presidente pentastellata della ’II’ Giulia Sarti è costretta a rinviare tutto a domani mattina, quando si riunirà l’ufficio di presidenza sulla questione delle inammissibilità. Vista la presentazione di nuovi emendamenti al ddl da parte dei relatori M5S, i lavori sono stati aggiornati.

“Io spero che si trovi un accordo – dice Igor Iezzi, deputato della Lega in Affari costituzionali – Ne devono discutere i leader. A livello parlamentare non abbiamo raggiunto” un’intesa. “Non è possibile modificare la prescrizione con sole due righe” aggiunge Iezzi, criticando la scelta dei 5 Stelle di riformulare l’emendamento: “Il testo è identico, hanno solo cambiato il titolo…”.

Sulla questione interviene anche il vicepremier Matteo Salvini: “Riforma della giustizia, e anche della prescrizione, sono nel contratto di governo e – assicura – diventeranno realtà: mettere in galera mafiosi e corrotti è una priorità della Lega. L’importante è farle bene queste riforme – sottolinea -, evitando che i processi durino all’infinito anche per gli innocenti, altrimenti è una sconfitta per tutti”.

A quanto apprende l’Adnkronos, questa mattina c’è stato un incontro tra il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e i parlamentari di M5S e Lega al lavoro sul ddl anticorruzione. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, appena atterrato a Roma, ha iniziato la girandola di telefonate per sciogliere il nodo della prescrizione. Domattina Conte a Palazzo Chigi, riferiscono fonti di governo, dovrebbe vedere il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, e altri esponenti dell’esecutivo in quota Lega. Ma si tratterà, con ogni probabilità, di un incontro interlocutorio, nell’attesa di trovare la soluzione con i due vicepremier. Un primo incontro tra i tre potrebbe tenersi già domani sera, al rientro di Di Maio dalla Cina (Salvini dovrebbe atterrare dal Ghana già nel pomeriggio), mentre mercoledì, con ogni probabilità, dovrebbe esserci un nuovo vertice, ma stavolta sulla manovra, altro tema caldo del governo giallo verde.

Per Forza Italia l’emendamento sulla prescrizione resta “inammissibile”, “anche dopo il lifting, peraltro malriuscito, operato dai relatori – afferma Enrico Costa, deputato e responsabile del dipartimento Giustizia di Fi – Una forzatura mai vista sulla pelle dei cittadini, con un testo in totale contrasto con i più elementari principi costituzionali”. “Suggerisco a Bonafede – che ’accusa’ la Lega di proporre emendamenti nel solco di Fi – di planare sul pianeta Terra e di leggere il giudizio che Camere Penali dà su emendamenti M5S: ’espressione di una concezione autoritaria del diritto penale e del processo’” scrive su Twitter Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera. Rincara Mara Carfagna, vicepresidente della Camera e deputata Fi: “Ancora una volta un provvedimento del governo finisce stritolato dai conflitti nella maggioranza. Questo capita perché Lega e M5S non condividono gli stessi valori, non hanno un progetto unitario per il Paese. Ieri era il Decreto Emergenze, oggi l’Anticorruzione, domani toccherà alla Manovra. Intanto l’Italia si impoverisce, il territorio è devastato, la crisi sociale infuria”.

Intanto Fratelli d’Italia, spiegano i deputati Giovanni Donzelli e Ylenja Lucaselli, “in commissioni Affari costituzionali e in commissione Giustizia riunite per discutere il ddl anticorruzione ha chiesto che la maggioranza si esprima subito sull’ammissibilità dell’emendamento sulla prescrizione prima ritirato e poi ripresentato di fatto identico”. “Altrimenti – aggiungono i deputati di Fdi – è necessario prendere atto che non ci saranno i tempi necessari per portare il provvedimento in Aula la prossima settimana. Se M5S e Lega non stanno trovando un accordo crediamo sia più dignitoso rimandare il ddl a data da destinarsi piuttosto che andare avanti con trucchetti indecenti come quello di ritirare l’emendamento e ripresentarlo cambiando solo il titolo”.

Dl Sicurezza, il governo verso la fiducia

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Il governo è intenzionato a porre la fiducia sul decreto legge su sicurezza e immigrazione, all’esame dell’Aula del Senato. Lo si apprende da fonti di governo M5S. La decisione non è ufficiale. “Stiamo valutando in queste ore – spiega il premier Giuseppe Conte – di porre la fiducia” sul dl sicurezza, la fiducia è un istituto che “non si usa mai a cuor leggero, vengono valutate tutte le circostanze e quindi stiamo valutando. Ci riserviamo fino all’ultimo su una soluzione definitiva. Nulla di drammatico, ma – assicura – fino all’ultimo ci riserviamo di decidere“, “domattina” è la deadline. La maggioranza ha intanto ottenuto con un voto dell’aula la sospensione fino a domani della discussione generale al Senato del ddl di conversione del decreto sicurezza.

Il dl voluto da Matteo Salvini è da giorni al centro delle polemiche interne al M5S, con una fronda di ’ribelli’ che si oppongono apertamente al decreto minacciando di votare contro. La fiducia potrebbe mettere per la prima volta alla prova la tenuta dell’asse Lega-M5S al Senato, dove la coalizione di governo conta su soli sei voti di margine rispetto alla maggioranza assoluta di 161 voti. I 4 senatori M5S dissidenti Matteo Mantero, Paola Nugnes, Elena Fattori e Gregorio De Falco dovrebbero uscire dall’aula al momento del voto abbassando il quorum e non indebolendo il fronte pro-decreto.

A palazzo Madama complessivamente i senatori pro governo sono 167 (109 cinquestelle e 58 della Lega) e, nell’unico voto di fiducia che risale al 6 giugno scorso e che diede il via libera al governo Conte, si aggregarono gli ex pentastellati Carlo Martelli e Maurizio Buccarella, insieme ai due senatori del Maie, per un totale di 171. L’opposizione si ferma a quota 149: 61 di Fi, 52 del Pd, 18 Fratelli d’Italia, 10 del Misto e otto delle Autonomie. Forza Italia e Fdi che non appoggeranno il governo in un eventuale voto di fiducia, pur avendo criticato diversi aspetti del decreto, sono invece pronti a unirsi a Lega e M5S nel voto finale.

Tra i ’ribelli’ 5S Paola Nugnes spiega: “Non permettere un regolare dibattito dell’Aula, voler mettere insieme il giudizio su un provvedimento con un giudizio complessivo sul governo e sulle sue funzioni future non è il modo più opportuno di procedere. Alla fiducia – dice all’Adnkronos – non posso in coscienza votare no, ho ancora molte aspettative in questo esecutivo soprattutto sulla legge di bilancio espansiva che si sta approntando. Ritengo che mi asterrò dal votare“. “Vediamo…”, si limita invece a rispondere all’Adnkronos il senatore Gregorio De Falco, alla domanda se voterà a favore della fiducia. “Non è un’apertura, ma un’attesa”, precisa l’ex capitano di fregata. “Devo leggere il maxi-emendamento”, è invece il commento della collega Elena Fattori.

Nella lotta tutta di governo per l’approvazione, potrebbe però arrivare in soccorso di Salvini e Di Maio l’opposizione, con Fratelli d’Italia e parte di Forza Italia in aiuto ’da destra’. Un supporto che potrebbe consentire al Movimento di neutralizzare la fronda ribelle, che, per ora, oltre a Fattori, contempla Paola Nugnes, Gregorio De Falco e Matteo Mantero, ma potrebbe allargarsi. Non ha ancora sciolto le riserve Virginia La Mura, la senatrice che ha firmato una parte degli emendamenti presentati da Nugnes in Commissione. “Mi riservo di valutare in aula quello che accadrà – dichiarava il 2 novembre scorso all’Adnkronos -. Ho una mia opinione in merito: se ho firmato quegli emendamenti vuol dire che sono d’accordo con i miei colleghi” ma “sono una persona libera, nel senso che osservo gli eventi. Andrò in Aula a fare il mio lavoro. Non possiamo svuotare il Parlamento del suo significato”.

L’assemblea del gruppo di Forza Italia al Senato ha intanto deciso di chiedere al governo di non porre la questione di fiducia al dl sicurezza. ’’Noi vorremmo votare sì al provvedimento perché – si legge in una nota- è un tema da sempre molto sentito dal centrodestra e vorremmo che esso venisse arricchito con la discussione e l’approvazione dei nostri emendamenti, che si muovono nello spirito delle proposte sottoscritte con gli amici della Lega e di Fratelli d’Italia prima del voto del 4 marzo”. “Saremmo intenzionati – continua il gruppo azzurro a palazzo Madama – a sostenere i principi generali della legge. Chiudere ogni porta con la questione di fiducia rappresenterebbe un ulteriore vulnus al dibattito parlamentare’’.

Italia abusiva, la mappa delle case fuorilegge

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Quando capitano sciagure come quella di Casteldaccia la domanda che risuona è sempre la stessa: la tragedia poteva essere evitata? La villetta travolta dal fango e dall’acqua provenienti dal fiume Milicia, dove hanno perso la vita 9 persone, era abusiva e sulla casa pendeva un ordine di demolizione. Demolizione che non è mai stata eseguita perché i proprietari hanno impugnato l’ordine del Comune davanti al Tar, come ha spiegato all’Adnkronos il sindaco di Casteldaccia Giovanni Di Giacinto. E il Tar “finora non si era espresso”. Ora la documentazione relativa alla demolizione è stata consegnata dal sindaco alla polizia che conduce l’inchiesta coordinata dalla Procura di Termini Imerese (Palermo).

Ma il villino di Casteldaccia non è l’unica abitazione sulla quale pendeva un ordine di demolizione. Secondo un recente dossier di Legambiente, c’è un’Italia abusiva che resiste alle ruspe. Nel Belpaese, infatti, oltre 71mila immobili sono interessati da ordinanze di demolizione, e più dell’80% non sono ancora state eseguite. Per fare una stima dei metri cubi di cemento fuorilegge, Legambiente si affida al rapporto Bes dell’Istat, secondo il quale nel 2015 l’abusivismo edilizio riguardava il 47,3% del patrimonio immobiliare al Sud, il 18,9% nelle regioni del Centro e il 6,7% al Nord. Analizzando il periodo dal 2005 al 2015, al Sud il dato non è mai sceso sotto il 24%, percentuale relativa al 2007. La Campania si conferma la regione più esposta al fenomeno, con una quota di 50,6 immobili fuorilegge ogni cento. Seconda è la Calabria con il 46,6% di edilizia illegale e terza è il Molise, con il 45,8%. Il dato nazionale dal 2005 al 2017 sale dall’11,9% al 19,4%.

FENOMENO FUORI CONTROLLO – Per anni, denuncia ancora Legambiente, il fenomeno dell’abusivismo “è stato totalmente fuori controllo”. Ad Ardea, comune della provincia di Roma solo gli immobili per cui la Procura ha intimato al Comune di procedere alla demolizione in forza di una sentenza penale definitiva oggi sono 240. In Campania, il Procuratore generale di Napoli Luigi Riello ha recentemente ricordato che il 62% degli immobili è stato realizzato abusivamente. Solo sull’isola di Ischia, prosegue il dossier, le case abusive colpite da ordine definitivo di abbattimento sono 600 e le pratiche di condono presentate in occasione delle tre sanatorie arrivano al ragguardevole numero di 27mila, una media di quasi una per famiglia. Tra Torre del Greco e Massa Lubrense, nel golfo di Napoli, secondo la Procura della Repubblica di Torre Annunziata guidata da Alessandro Pennasilico, che ha istituito un apposito ufficio, gli immobili da abbattere con sentenza passata in giudicato raggiungono la cifra impressionante di 3.353.

Spostandoci in Sicilia, la situazione non cambia. A Termini Imerese, denuncia ancora Legambiente, giacciono in attesa di esecuzione ben 850 ordinanze definitive, di cui molte con sentenza che risale all’inizio degli anni ’90. Il Procuratore Capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, intervenendo a un convegno organizzato da Legambiente ad aprile, ha dichiarato che nei comuni della provincia di Pirandello, Sciascia e Camilleri, pendono oltre 36mila istanze di condono. Di queste, 9.998 sono nel comune di Palma di Montechiaro, con una media di 1,2 per famiglia. Stessa realtà di Licata, dove le case illegali sono 17mila, anche qui 1,2 a famiglia, su un territorio di 180 chilometri quadrati. Di queste, 400 sorgono entro la fascia d’inedificabilità assoluta dei 150 metri dal mare, e la gran parte risale agli anni Ottanta e Novanta, quando a fronte di 150-200 concessioni edilizie, contestualmente si rilevavano 100-130 abusi. Le domande di condono sono state 10.500, quasi tutte evase dal comune con esito negativo e quindi relative a case che devono essere demolite senza alcuna via di scampo.

LE ESECUZIONI – Dal 2004 a oggi, in Italia, risultano eseguite il 19,6% delle ordinanze di demolizione emesse, ovvero ne mancano all’appello oltre l’80%, scrive nel dossier Legambiente. Se si considera il rapporto tra ordini di demolizione e abbattimenti, la performance migliore è quella del Friuli Venezia Giulia, con il 65.1%, quella peggiore è della Campania, con il 3% di esecuzioni. Se si considera il numero assoluto di ordinanze in ogni regione in relazione al dato nazionale, allora la prospettiva si corregge: il Friuli Venezia Giulia ha un tasso di demolizioni alto a fronte di un numero basso di ordinanze (l’1,1% a livello nazionale), mentre la Campania detiene il record di ordinanze, oltre il 23% del totale nazionale.

Risultano buoni i risultati della Lombardia, che con il 6,9% delle ordinanze nazionali ne ha eseguite il 37,3%, del Veneto (9,5% delle ordinanze nazionali di cui eseguite il 31,5%) e della Toscana (7,1% delle ordinanze nazionali di cui eseguite il 24,8%). Se guardiamo alle regioni storicamente più esposte al fenomeno dell’abusivismo, la Sicilia ha il 9,3% del totale nazionale delle ordinanze emesse e di queste ne ha eseguite il 16,4%, la Puglia ha abbattuto il 16,3% degli immobili colpiti da ordinanza che sono il 3,2% del dato nazionale, la Calabria, sul 3,9% delle ordinanze nazionali ha solo il 6% delle esecuzioni.

I COMUNI COSTIERI – Il fenomeno dell’abusivismo è più rilevante nei Comuni costieri. Se nell’entroterra la media delle ordinanze di demolizione è di 23,3 a comune, spostandoci al mare, il dato decuplica, arrivando a 247,5. Anche in questo caso, la Campania guida la classifica delle regioni, per numero di ordinanze emesse, sia nei comuni costieri che nei comuni dell’entroterra.

Pil, Centro e Nord Est al palo

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Nei primi due trimestri del 2018 è proseguita la crescita economica del Mezzogiorno e del Nord Ovest, mentre si è arrestata nelle altre due macroaree Nord Est e Centro. E’ quanto emerge da una ricerca della Banca d’Italia, che si basa sul nuovo indicatore prodotto per valutare trimestralmente l’attività economica regionale (Iter) e che divide il Paese in 4 aree.

Gli investimenti, spiegano da via Nazionale, hanno continuato invece a crescere nei primi due trimestri del 2018 in tutte le aree. Mentre si è indebolito il sostegno della domanda estera: le esportazioni hanno rallentato in tutte le aree, soprattutto al Centro.

Guardando indietro al 2017, la crescita ha riguardato tutte le aree del Paese, risultando più intensa nelle regioni del Centro Nord. Gli aumenti dello scorso anno, illustra più nel dettaglio Bankitalia, sono stati sostenuti dalla favorevole dinamica delle esportazioni, il cui impatto sull’attività economica è risultato più forte nelle regioni del Centro Nord, e dalla crescita degli investimenti in tutte le aree. Nel Mezzogiorno rimane ampio il ritardo di crescita rispetto al resto del Paese: l’area, spiega nella ricerca Bankitalia, è ancora lontana dal recuperare i livelli di attività pre-crisi. In quest’area il Pil risulta ancora nove punti percentuali inferiore a quello del 2007 (nel Centro Nord il Pil è inferiore di 4 punti rispetto a quello del 2007).

Nel corso del 2017 e nel primo semestre del 2018, continua la Banca d’Italia, il miglioramento nella qualità del credito alle imprese è stato più intenso nel Mezzogiorno. La crescita dei prestiti alle imprese, che a dicembre 2017 caratterizzava in maniera significativa solo il Nord Ovest, si è successivamente estesa anche al Sud, mentre al Centro e al Nord Est è rimasta pressoché nulla.

Il tasso di deterioramento dei prestiti alle imprese, che come ricorda Bankitalia è una misura della qualità del credito, è aumentato in tutte le aree tra il 2008 e il 2013 ma l’incremento è stato più forte nel Mezzogiorno; negli anni successivi la qualità del credito è migliorata ovunque. Nel corso del 2017 e nei primi mesi del 2018 tale miglioramento è stato tuttavia più intenso nel Mezzogiorno permettendogli di recuperare buona parte dello svantaggio precedentemente accumulato.

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6 Novembre 2018