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Manovra, Ue sospende giudizio: promossi con riserva

Manovra, Ue sospende giudizio: promossi con riserva

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La Commissione europea avverte l’Italia che rischia di non rispettare il patto di stabilità nel 2020. In pratica, l’Italia viene promossa con riserva: l’esecutivo sospende il giudizio sulla manovra economica almeno fino alla prossima primavera, ma non boccia il bilancio. L’esecutivo Ue, che è il guardiano dei trattati, segnala al governo un rischio, affinché l’esecutivo operi in modo da applicare il bilancio 2020 facendo quadrare i conti. Il nostro Paese non è da solo, ma in buona compagnia: altri sette Stati dell’Eurozona sono a rischio di non conformità (Belgio, Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e persino la rigorista Finlandia).

Nessuno di questi Paesi, tuttavia, ha un debito pubblico elevato come quello dell’Italia. Per l’esecutivo Ue, il documento programmatico di bilancio per il 2020 “è a rischio di non conformità con i requisiti del patto di stabilità”, poiché si prevede “un rischio di deviazione significativa dall’obiettivo di medio termine per il 2019 e il 2020”. Inoltre, “non è previsto che l’Italia rispetti il parametro della riduzione del debito nel 2019 e nel 2020”, dato che il debito aumenterà in rapporto al Pil dal 134,8% del 2018 al 136,2% nel 2019 e al 136,8% nel 2020.

Pertanto, la Commissione “invita le autorità ad adottare le misure necessarie all’interno dei procedimenti nazionali di bilancio per assicurare che il bilancio 2020 sia in linea con il patto di stabilità e ad utilizzare qualsiasi entrata addizionale non prevista per accelerare la riduzione del rapporto debito/Pil”. Per il 2020 l’Italia avrebbe dovuto realizzare un miglioramento del saldo strutturale dello 0,6% del Pil, ma è prevista peggiorare dello 0,1% (secondo il Dpb) o dello 0,3% (secondo la Commissione).

Moniti come quello di oggi sono una costante da anni: l’opinione della Commissione sul Dpb 2014, firmata da Olli Rehn il 15 novembre 2013, prevedeva per il nostro Paese (c’era il governo di Enrico Letta, con ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni) un “rischio che il Dpb non assicuri il rispetto delle regole del patto”, in particolare per quanto concerne “la riduzione del debito/Pil in linea con il parametro della riduzione del debito”. Già allora, la Commissione invitava il governo ad adottare le “misure necessarie” a far sì che il bilancio 2014 fosse “fully compliant” con il patto di stabilità. L’opinione del 28 novembre 2014 sul Dpb 2015, firmata da Pierre Moscovici (governo di Matteo Renzi, ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan) riportava che il Dpb rivisto era “a rischio di non conformità con i requisiti del patto”.

La Commissione pertanto invitava “le autorità ad adottare le misure necessarie” a far sì che rispettasse le regole del patto. Stessa musica il 16 novembre 2015, sempre a firma di Moscovici: il Dpb 2016 “è a rischio di non conformità con il patto di stabilità”, con un rischio di “deviazione significativa” dall’obiettivo di medio termine. Quindi, la Commissione invitava il governo Renzi ad adottare le “misure necessarie” a riportarlo in linea con il patto. Anche l’anno successivo, il 16 novembre del 2016, Moscovici avvertiva che il Dpb 2017 era “a rischio di non conformità con le regole del patto”.

In particolare, sussisteva un rischio di “deviazione significativa” dall’obiettivo di medio termine. E, ancora una volta, raccomandava a Renzi e Padoan di adottare le consuete “misure necessarie” a far sì che il bilancio fosse in linea con il patto. Un anno dopo, il 22 novembre 2017, Moscovici ammoniva che il Dpb 2018 era “a rischio di non conformità” con il patto e si raccomandava pertanto a Padoan e al premier Paolo Gentiloni di adottare le “misure necessarie” a rimettersi in riga.

Una variazione si è avuta solo l’anno scorso, con la manovra del Conte uno: l’opinione della Commissione sul Dpb 2019 segnalava una “non conformità particolarmente seria” (non un “rischio”) con le raccomandazioni del Consiglio. Si segnalava anche il rischio di fare “marcia indietro” rispetto a riforme fatte in passato (in particolare la riforma Fornero, intaccata da quota 100). La manovra 2019 venne poi rivista, dopo una lunga trattativa che si concluse poco prima di Natale. Con la manovra 2020, l’Italia sembra essere tornata alla ’tradizione’ del rischio di non compliance, soggetto a verifica ulteriore in primavera.

Il vicepresidente Valdis Dombrovskis ha sottolineato che “tutti i Paesi trovati a rischio di non conformità dovrebbero adottare tutte le misure necessarie all’interno delle procedure nazionali di bilancio per assicurare il rispetto del patto di stabilità nel 2020. Questo riguarda tutti i Paesi a rischio di non conformità. Rivaluteremo la situazione nel corso dell’anno: il prossimo passo sarà fatto in primavera”.

Nella primavera 2020, in particolare, la Commissione disporrà dei dati a consuntivo per il 2019 e sarà quindi in grado di valutare il rispetto del braccio preventivo del patto di stabilità, per il 2019, sulla base dei dati finali, e non delle previsioni. Inoltre, sulla base delle previsioni economiche di primavera, verrà giudicato il programma di stabilità per il 2020. I dati a consuntivo relativi al 2020 saranno disponibili solo nel 2021, quindi il Paese ha a disposizione un po’ di tempo per far sì che il bilancio ex ante approvato dal Parlamento, oppure il bilancio applicato ex post dal governo, combaci con le regole del patto di stabilità.

Non è detto che nella prossima primavera sarà richiesta una manovra correttiva: dipende da come andranno le cose. La Commissione oggi non chiede misure correttive, ma le misure “necessarie” a rispettare le regole. “Non diciamo”, ha aggiunto Dombrovskis, che le misure devono essere adottate “immediatamente. Per questo c’è una procedura diversa: se vediamo un rischio particolarmente grave di inadempienza, come è successo per l’Italia l’anno scorso, allora chiediamo immediatamente un documento programmatico di bilancio rivisto. Ma non è questo il caso oggi”.

“La raccomandazione di bilancio del Consiglio – ha ricordato ancora Dombrovskis – è di avere un aggiustamento strutturale pari allo 0,6% del Pil. E’ piuttosto consistente: naturalmente, il gap è minore se consideriamo i requisiti della ’broad compliance’, dove c’è un margine dello 0,5% del Pil. Valutiamo anche la richiesta addizionale dell’Italia di una flessibilità per gli eventi eccezionali dello 0,2% del Pil. Ma va detto che anche considerando questa clausola, non cambierebbe la nostra conclusione attuale sul rischio di non conformità”.

In ogni caso la situazione, rispetto all’autunno del 2018, è completamente diversa, a quanto si apprende a Bruxelles. Mentre il Dpb del Conte uno venne respinto, questo Dpb viene accolto, sia pure con riserva, per verificare i numeri a consuntivo perché sussiste un rischio di non compliance. E non si riapre il rapporto ex articolo 126.3 sul debito, perché non ci sono elementi nuovi tali da riprendere in mano il tema; verrà fatto probabilmente in primavera e, se l’Italia rispetterà il braccio preventivo del patto, quello sarà un fattore rilevante per evitare il lancio di una procedura per debito. La Commissione, intanto, “è dell’avviso che l’Italia abbia fatto qualche progresso per quanto riguarda la parte strutturale delle raccomandazioni di bilancio contenute nella raccomandazione del Consiglio del 9 luglio 2019 e invita le autorità italiane a fare ulteriori progressi”.

Alitalia, Fs: “Non maturate condizioni per costituzione consorzio”

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Non sono maturate le condizioni per la costituzione di un consorzio per la presentazione di un’offerta vincolante per Alitalia e ora le Fs, che confermano l’impegno ad andare avanti nelle negoziazioni, attendono le valutazioni dei commissari straordinari della compagnia. Questa, in sintesi, la posizione del gruppo, emersa dal cda che si è riunito oggi.

“Il consiglio di amministrazione di Fs Italiane, riunitosi in data odierna, ha esaminato – riferisce il gruppo in una nota- le posizioni espresse dai potenziali partner industriali in merito all’eventuale offerta relativa all’operazione Alitalia, in vista del termine del 21 novembre assegnato dai Commissari straordinari. Sono state esaminate le comunicazioni inviate nei giorni scorsi da Delta, che a seguito del lavoro congiunto condotto negli scorsi mesi ha confermato la disponibilità a partecipare all’equity della nuova compagnia, nonché la lettera trasmessa ieri da Lufthansa, con cui si sono tenuti incontri nelle ultime settimane”.

“In proposito, pur prendendo atto degli elementi positivi contenuti in tali comunicazioni, si nota – prosegue Fs – che Lufthansa ha prospettato la disponibilità ad un accordo commerciale, ma non ad un ingresso immediato nell’equity della nuova Alitalia. Inoltre, con il comunicato stampa emesso ieri, Atlantia ha reso noto che allo stato non si sono ancora realizzate le condizioni necessarie per l’adesione al progetto, ferma la disponibilità a proseguire il confronto per l’individuazione del partner industriale.

“Pertanto, il cda di Fs Italiane, confermando l’impegno e la disponibilità dell’azienda a proseguire le negoziazioni per il costituendo consorzio, per cui ad oggi – sottolinea infine – non sono ancora maturate le condizioni necessarie, attende le valutazioni dei Commissari straordinari in merito alle iniziative da intraprendere”.

Tasse non pagate, anche Comuni potranno riscuotere

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Azioni esecutive di Comuni e Province per riscuotere le imposte locali non pagate. La riforma della riscossione degli enti locali avvicina i comuni all’erario, prevedendo un unico atto esecutivo che consente di avviare le procedure di recupero delle somme che il contribuente deve pagare. La misura, si ricorda nelle note di lettura della legge di bilancio 2020, ’’introduce anche per gli enti locali l’istituto dell’accertamento esecutivo, sulla falsariga di quanto già previsto per le entrate erariali (ruolo), che consente di emettere un unico atto di accertamento avente i requisiti del titolo esecutivo’’.

La riscossione di comuni, province e città metropolitane si adegua, quindi, all’iter previsto per le entrate erariali, che dal 2010 prevedono ’’un unico atto di accertamento avente in sé tutti gli elementi per costituire titolo idoneo all’esecuzione forzata’’, si sottolinea nella nota. L’accertamento esecutivo degli enti locali ’’è destinato a operare a partire dal 2020, con riferimento alle annualità non ancora prescritte’’ e non comprende le multe stradali.

L’avviso di accertamento e nonché il connesso provvedimento di irrogazione delle sanzioni, si ricorda, ’’devono contenere anche l’intimazione ad adempiere entro il termine di presentazione del ricorso, ovvero entro 60 giorni dalla notifica dell’atto’’. Inoltre deve contenere espressamente l’indicazione che costituiscono ’’titolo esecutivo idoneo ad attivare le procedure cautelari’’. Trascorsi 30 giorni dal termine ultimo per il pagamento si potrà procedere alla riscossione delle somme richieste, anche ai fini dell’esecuzione forzata.

“Siamo allo stato di polizia fiscale, all’Unione sovietica”. Così Matteo Salvini, parlando durante la presentazione del libro di Bruno Vespa ’Perché l’Italia diventò fascista’, in corso a Roma, riferendosi “a quanto ho letto del ministro Gualtieri, che vuole procedere con i pignoramenti fiscali’.

Rifiuti, 300 euro a famiglia: Sud più caro del Nord

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Dalle 121 euro che i cittadini pagano nella provincia di Potenza ai 504 che sborsa invece chi vive a Catania. Ecco quanto pagano gli italiani per la Tari, la tassa sui rifiuti, secondo la rilevazione annuale dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva. In particolare, dall’indagine, emerge che nel 2019 la tassa dei rifiuti ammonta in media a 300 euro, con differenze territoriali molto marcate: la regione più economica è il Trentino Alto Adige, con 190 euro, la più costosa la Campania con 421 euro.

L’indagine prende come riferimento una famiglia tipo composta da 3 persone ed una casa di proprietà di 100 metri quadri. Analizzando le tariffe dei 112 capoluoghi di provincia esaminati, sono state riscontrate variazioni in aumento in circa la metà, 51 capoluoghi; tariffe stabili in 27 capoluoghi e in diminuzione in 34. A Matera l’incremento più elevato (+19,1%), a Trapani la diminuzione più consistente (-16,8%). A livello di aree geografiche, i rifiuti costano meno al Nord (in media 258 euro), segue il Centro (299 euro), infine il Sud, più costoso (351 euro).

A Roma la tari più cara del Lazio – Nel Lazio la tassa ammonta in media a 325 euro a famiglia (contro una media nazionale di 300 euro) e Roma resta la più cara a livello regionale con una spesa di 378 euro (con un decremento del 4,1% rispetto al 2018). E’ quanto emerge dalla rilevazione dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva che prende come riferimento una famiglia tipo composta da 3 persone ed una casa di proprietà di 100 metri quadri. Dai 378 euro di Roma si passa ai 269 di Viterbo, dove si registra un incremento del 10,1% rispetto al 2018. Negli altri capoluoghi laziali la Tari ammonta a: 335 euro (+2,7%) a Latina; 325 euro (stabile rispetto allo scorso anno) a Rieti e a 319 euro (- 13,7%) a Frosinone. Per quanto riguarda la raccolta differenziata i dati fanno riferimento al 2017 e si va dal 15,2% di Frosinone ai 52,5% di Viterbo. Roma invece al 43,2%.

Più di due famiglie su tre (precisamente il 68,2%) ritengono di pagare troppo per la raccolta dei rifiuti: la percentuale sale all’83,4% in Sicilia, segue l’Umbria con l’80,2%, la Puglia con il 79,1%, la Campania con il 78,4%. Solo il 60% delle amministrazioni comunali o delle aziende che gestiscono il servizio ha elaborato e reso disponibile la Carta dei servizi. Solo due su tre indicano il tipo di raccolta effettuata, la metà esplicita la frequenza con cui è effettuata. E al cittadino è ancor meno dato a sapere con che frequenza vengono igienizzati i cassonetti (lo indica appena il 47% delle Carte), pulite le strade (37%) o svuotati i cestini per strada (25%).

Tutti i dati su tariffe, agevolazioni, qualità e tutela, per singolo capoluogo di provincia, sono disponibili sulla piattaforma interattiva Informap al link www.cittadinanzattiva.it/informap. Da oggi online le informazioni sul servizio di gestione dei rifiuti, a seguire sugli altri servizi pubblici locali: trasporti, acqua. La rilevazione è realizzata nell’ambito del progetto “Consapevolmente consumatore, ugualmente cittadino”, finanziato dal Ministero dello Sviluppo economico (DM 7 febbraio 2018).
“In tema di smaltimento dei rifiuti continuano a registrarsi in molte aree del Paese ritardi ed inefficienze e la transizione verso un’economia circolare, prevista dalla strategia 2020, sembra essere ancora lontana”, dichiara Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva. “Continuiamo a registrare una modalità di calcolo dei costi che non tiene conto dei rifiuti realmente prodotti e quindi non incentiva il cittadino a cambiare i propri comportamenti perdendo così un’occasione per costruire percorsi innovativi basati sul coinvolgimento di cittadini, aziende ed istituzioni in un circuito virtuoso”.

“Molto marcate sono le differenze territoriali non solo in termini di costi del servizio ma anche di qualità e la rilevazione delle eventuali agevolazioni disponibili restituisce una fotografia molto variegata: vivere in una città anziché un’altra può voler dire disporre di un servizio gestione rifiuti costoso, insoddisfacente e con limitate agevolazioni a sostegno del pagamento della tariffa” conclude Gaudioso.

Le dieci città più costose, con una spesa annua che supera i 400 euro, sono tutte collocate al Sud, mentre nella top ten delle più economiche solo tre sono meridionali, ossia Potenza, Vibo Valentia e Isernia. Secondo il rapporto Rifiuti urbani 2018 dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), gli italiani nel 2017 hanno prodotto meno rifiuti (29,6 milioni di tonnellate, -1,7% rispetto al 2016). La maggioranza dei rifiuti urbani in Italia è prodotta nel nord (47%) seguito dal sud con il 31% e infine dal centro (22%).

La media nazionale di raccolta differenziata ha raggiunto il 55,5% (+3 punti rispetto al 2016) mentre il 23% finisce in discarica. A livello di aree geografiche anche in questo caso il Nord si posiziona al primo posto (66,2%) seguito da Centro (51,8%) e Sud (41,9%). Percentuali più elevate di raccolta differenziata in Veneto (73,6%), Trentino Alto Adige (72%), Lombardia (69,6%), Friuli Venezia Giulia (65,5%); le più basse in Sicilia (appena il 21,7%, Molise (30,7%), Calabria (39,7%).

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21 Novembre 2019