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MARIA ZAMBRANO, O DELL’ESILIO (I^PARTE)

“L’attitudine filosofica è quanto c’è di più simile a un abbandono” (Maria Zambrano)

Dell’esilio

L’esilio è stato la forza di Maria Zambrano, ciò che ha determinato l’evoluzione del suo spirito.

cms_29834/0.jpgMaria Zambrano (1904-1991) ha il merito di aver portato al mondo un modo differente di fare e di stare all’interno del sapere filosofico, riportando l’attenzione sull’essere umano come punto di partenza della sua filosofia.

L’elaborazione della sua visione filosofica ci viene incontro quando intraprendiamo un viaggio nel suo pensiero, che è un viaggio anche dentro di noi stessi. Maria Zambrano infatti ha sviluppato una vera e propria filosofia dell’essere umano e dell’esilio. La sua vita è filosofia all’interno di questo esilio.

Allieva di Ortega y Gasset, Zambrano rifiuta la classica concezione di filosofia come “sistema di pensiero”, preferendo invece intenderla come un cammino, un sentiero fatto di immagini e suggestioni, di ascolto silente di ciò che solo un cuore aperto può preservare.

cms_29834/1v.jpgL’esilio, parte irrinunciabile della vita e della filosofia di Maria Zambrano, plasma il suo pensiero. Maria non cerca di costruire un “sistema filosofico”, riconosciuto come “castello di ragioni, muraglia chiusa del pensiero di fronte al vuoto“, in cui il logos si trova nella trama in cui sempre si dibatte l’essere. Maria aspira piuttosto ad attuare una “filosofia vivente“, disposta a confrontarsi con l’essere umano nella sua interezza, ad esplorare “il logos che scorre nelle viscere“.

Il pensiero filosofico ci permette di osare sentire quello che sentiremmo in ogni caso ma senza osare, e che resterebbe per questo sospeso a metà nascita, come quasi sempre succede al nostro sentire. E’ per questo che la vita di tanta gente non va oltre il conato, un conato di vita. E questo è grave, perché la vita deve essere piena in qualche modo, in questo conato di essere che siamo“.

Sarà proprio l’espatrio a rivestire un ruolo centrale nel pensiero e nella vita di Maria, a operare da rottura e da rivelazione. Solo nello spaesamento, nella perdita di senso si rivela il profondo, l’abisso, la matrice originaria. Ed è proprio nell’esilio, nella pura recezione passiva, che il tutto si manifesta come sentire originario. Essa è perdita dell’io e di se stessi, scavando en las entrañas come metafora del viscerale e del profondo, in una filosofia che propone “la forma in cui tutto ciò che nasce è destinato ad incarnarsi”.

cms_29834/2v.jpgNei “Beati”, Maria Zambrano ripercorre le tappe della nascita dell’esule, o per meglio dire, della sua seconda nascita. L’esilio ha inizio nel momento in cui un individuo prende coscienza del proprio senso di abbandono, che non si limita a rimanere rinchiuso nell’ anima, anzi si concretizza nella vita reale.

Inizialmente, l’individuo avverte di essere stato espulso dalla propria patria, ma poi quella sua sensazione di distanza e di incertezza lo fa approdare all’esilio.

Ed ecco che inizia la “peregrinazione tra le viscere sparse di una storia tragica. Nodi multipli, oscurità, e qualcosa di ancor più grave: l’identità perduta che reclama riscatto”.

Tuttavia, sebbene la filosofia dell’esilio possa essere intesa come una effettiva risposta alla filosofia egemonica, il pensiero della Zambrano non si può interpretare soltanto mediante questa opposizione. Zambrano non si limita a proporre un sapere fine a se stesso, ma si fa interprete di un sapere attivo, non sterile, in cui la sua filosofia si puo’ interpretare come “cura”. Zambrano non offre un sapere tecnico, capace di risolvere le sofferenze che affliggono la vita dell’essere umano, ma ci offre un farmaco – φάρμακον, che nel suo significato originario, significa sia malattia, veleno, che cura.

Se il suo pensiero è nato come effetto di un esilio, inteso come “malattia”, tuttavia, le è stato possibile fondare un pensiero di natura poetica, inteso come “cura”, che permette di respirare nuovamente la vita. Ecco perché l’esilio non viene rinnegato, anzi “esso viene amato in tutta la sua durezza, a tal punto da considerarlo seconda patria”.

Se l’uomo è enigma di se stesso, egli cerca nel corso della sua esistenza la verità della vita. Si dice che la vita sia essenzialmente tempo. E cosa vuol dire che la vita è tempo? “Come si può essere forti – si chiede Zambrano – se il tempo sfugge e le fragilità permangono? Ma in tal caso, perché dovremmo scegliere la forza a discapito delle fragilità? Che cos’è la forza e per quale motivo la nostra cultura è così ossessionata da tale concetto?”

cms_29834/3v.jpgQueste sono le domande cui Zambrano cerca di rispondere per elaborare una filosofia che trovi il proprio perno nell’uomo, fondando nell’esilio una filosofia che trova i suoi fondamenti in una concezione dell’uomo e della storia.

L’esilio è stato la sua forza, ciò che ha determinato l’evoluzione del suo spirito.

Infatti, è proprio quando qualcosa di essenziale viene a mancare che il pensiero ritrova in sé la spinta vitale e creatrice.

È l’amore per le cose ad essere il nostro punto di partenza, ma quest’ultimo si manifesta solo quando esse vengono meno, nella perdita dell’io e di se stessi.

É come insinuarsi in un bosco, in un luogo desolato e nascosto in cui è necessario perdersi se lo si vuole esplorare.

cms_29834/4v.jpgZambrano cerca una ragione che rifiuta lo schematismo rigido della logica e dell’oggettività, una ragione che è un accogliere il sentire originario che è al fondo dell’esistenza e che si coglie solo lasciandosi trasportare oltre la fragilità, oltre l’incompiutezza della vita umana.

Maria vive l’esilio come esperienza limite, come “oggetto di rivelazione, che è come dire di scandalo” per chi è potuto restare “nella propria casa, nella propria geografia, nella propria storia“. È l’esilio che opera da rottura e da rivelazione.

É, infatti, nello spaesamento, che si rivela il profondo, l’abisso, la matrice originaria.

Il sapere, quella manifestazione che si apre solo introducendosi nelle cose, rifiuta il domandare e le costruzioni sistemiche del filosofare, richiedendo piuttosto un ascolto attento e ricettivo del mondo, così da giungere senza mediazione alla sfera intima dell’esistente.

La ragione poetica

cms_29834/5v.jpgScrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova è un’azione che scaturisce unicamente dall’isolamento effettivo, non comunicabile, nel quale proprio per la lontananza da tutte le cose concrete, si rende possibile una scoperta dei rapporti tra di esse“. (Maria Zambrano, 1961)

Ne consegue che la filosofia debba ritornare alla sua dimensione originaria.

Emerge quindi la necessità di ritornare al principio fondamentale, ovvero la “componente poetica”. Perciò il sapere filosofico deve riaccogliere la componente poetica, disprezzata e condannata dalla “Kallipolis” della Repubblica di Platone.

Per questo motivo è necessario prendere atto dell’importanza della poesia, baluardo della conoscenza, e non semplice fruizione estetica. Ai margini della mistica e della poesia, la filosofia di Zambrano chiede un abbandono, uno scarto di tutto ciò che è in superficie per poter penetrare nelle viscere, in ciò che sta nel profondo.

cms_29834/6v.jpgIn “Filosofia y Poesia“, (1939), Zambrano chiama “ragione poetica” quel metodo di pensiero che, ispirato alla poesia ed alla mistica, apre un mondo di conoscenza alternativo a quello della filosofia occidentale: “E tutti questi mondi, prima ancora che di leggi, di ragioni o di altre cose pratiche, hanno bisogno della poesia, che sa capire le cose schiave, ascoltare la loro voce e avvicinare la loro immagine fuggevole”.

Ad una presunta oggettività neutra predicata dall’epistemologia, Zambrano contrappone un’apertura al reale, una posizione filosofica che è ad un tempo una scelta di vita, “uno stile di vedere la vita e quindi di viverla, un modo di star piantato nell’esistenza”, e “un modo di stare nel mondo ammirati, senza pretendere di ridurlo a niente”.

Zambrano cerca di dar voce a ciò che resta silente, di celebrare l’oscurità, l’altro lato dell’esistenza, quello esiliato, muto, nascosto, che solo libera dalla tendenza assolutizzante ed impone l’umiltà, compagna necessaria di ogni cammino di conoscenza, nella parola poetica, “generatrice di musicalità e abissi di silenzio, (…) che si colloca oltre ciò che si chiama pensare”.

La filosofia della Zambrano ci porta alle soglie del silenzio, come già lo fa certa poesia, quando poetare significa indagare la frase, la logica, forzare i significati, fiaccare la parola, decomporla, ucciderla e farla risorgere nell’imprendibile e nel mistero.

Sperimentando l’abisso della perdita del senso, lo spaesamento e l’estraneità a se stessi preludono all’apertura, all’ ignoto, Maria torna sempre al suo compito di testimoniare, con il suo essere donna che pensa e scrive, le infinite potenzialità della vita che restano nell’ombra, nel desiderio inespresso, al di sotto della coscienza. Ed è nella pura recezione passiva, che il tutto si rivela, che si manifesta come sentire originario. Maria Zambrano ha fatto del “pensare” un’esperienza capace di coniugare parola poetica e rigore geometrico.

(Continua)

Data:

23 Marzo 2023